www.mauricebignami.it            Gli uomini eguali
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Forse vero non è; ma un giorno è fama che fur gli uomini eguali,
e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade.
(Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno)
Gli uomini eguali
©Edizioni Bietti 2005
 
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    Maurice Bignami

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    Trappola per topi
    ma la vittoria, pur con le pezze al culo, è tutta nostra

    La staffetta non era al corrente di niente e non mi poteva dare nessuna indicazione sull’andamento dei combattimenti. Sapeva solo che i Tedeschi stavano attaccando, e anche di brutto. Era stata inviata all’alba, quando ti aspetti che ogni cosa ricominci esattamente come il giorno innanzi, appena la notizia era giunta improvvisa al Comando di Montefiorino. Inforcando la moto, subito mi recai da Marcello per metterlo al corrente e decidere insieme il da farsi.
    Lo trovai eccitatissimo. Marciava avanti e indietro nell’ufficio del comando, a Casa del Tocco, e pareva gli fosse impossibile stare fermo. Gesticolava, muovendo a casaccio l’unico braccio, deambulando alla maniera degli ossessi. Era stato appena informato che i Tedeschi avevano ammassato un forte contingente a Serramazzoni, a sette chilometri in linea d’aria da Gombola, sul fronte nord-est dello schieramento partigiano, e la prospettiva di dover abbandonare la zona in cui spadroneggiava da sei mesi lo faceva andare di matto.
    Quando lo avvisai dell’attacco sul lato di Villa Minozzo, inaspettatamente e in modo straordinariamente melodrammatico anche per un tipo come lui, estrasse la pistola dalla fondina e urlando peggio di un’anima dannata si mise a sparare contro la porta. Mentre lo osservavo, chiedendomi piuttosto stupito quale potesse essere la ragione di un siffatto stravagante atteggiamento, un proiettile centrò la serratura e di rimbalzo gli colpì di striscio l’occhio sinistro. Mai fidarsi delle armi da fuoco; né, tanto meno, delle balorde leggi della geometria che sovrintendono al gioco di sponda. Ne sa qualcosa chi si diletta col bigliardo.
    Per un istante, con l’eco degli spari che rimbombava in testa e azzittiva ogni manifestazione di coscienza che non fosse il puro sbigottimento, tutti gli spettatori di quel dramma semi-serio si immobilizzarono in una specie di esanime quadro vivente. Poi, d’istinto, prima di coprirsi il viso con le mani, Marcello si girò di scatto verso di me e mi slumò di soppiatto. Sembrava un ragazzino che ha fatto una birichinata e controlla se chi lo può giudicare l’abbia notata. Lo sguardo dell’occhio illeso era colmo di sconcerto, con una vaga traccia di timore e di autocommiserazione; l’orbita dell’occhio ferito, invece, tratteneva a stento una gonfia e curiosa sfera di un rosso sgargiante, dalla superficie insolitamente liscia e compatta, che d’improvviso esplose, imbrattandogli all'istante il viso e le mani. In piedi, immobile, col sangue che gli inzuppava la camicia, Marcello si piegò in avanti e grosse gocce rossastre caddero a pioggia, insudiciando il pavimento. Aiutato da due uomini del suo stato maggiore, lo afferrai adagiandolo su di una sedia, con la testa appoggiata alla parete.
    Chiamammo immediatamente il dottor Giovanni, medico e amico personale, che gli prestò i primi soccorsi. Subito chiesi se vi fosse il pericolo che Marcello perdesse l’occhio ed egli mi rispose che la ferita era abbastanza seria, ma non fino a quel punto. Certo, sarebbe stato meglio curarlo altrove, con altri mezzi e non con quelli scarsi a disposizione, ma più che altro aveva bisogno di riposo e di rimanere bendato e al buio per diversi giorni.
    Quel beccafico del generale era quindi fuorigioco.
    Ci fu una fugace discussione; poi, decidemmo che io mi recassi al più presto al Comando del Corpo d’Armata per informarmi direttamente della situazione. Prima di partire, scrissi una breve relazione ai vari commissari che avevo inserito in tutte le unità della IV, affinché mettessero gli uomini in stato di massima allerta. Non avevo alcun bisogno di esprimere raccomandazioni particolari: erano tutti elementi su cui potevo pienamente contare.
    In fretta, arrivai a Montefiorino, ma non trovai nessuno di coloro che cercavo. Armando e Nardi, appena avuto notizia dell’attacco, erano partiti in direzione di Villa Minozzo. Volevano capire se si trattasse di una penetrazione localizzata, di un assaggio alla maniera di Piandelagotti, o se fosse l’inizio dell’offensiva. Armando, peraltro, voleva anche mettersi al più presto in contatto col maggiore Johnston. Ad ogni buon conto, prima di partire avevano ordinato che due dei quattro battaglioni di riserva a disposizione del Comando, l’Anderlini e i Russi – quest’ultimo composto da ex prigionieri e disertori dell’esercito tedesco di varie nazionalità e comandato da Wladimiro, un capitano russo piuttosto competente – li seguissero il più rapidamente possibile, per rinforzare le linee di difesa nella zona soggetta all’attacco. Anche Davide, assieme a Toetti – l’ufficiale di collegamento col CUMER Bruno Gombi, arrivato a Montefiorino tre giorni innanzi – era partito verso la prima linea, ma in direzione di Cervarolo. L’unico militare competente rimasto al Comando era Mario di Napoli, vale a dire Mario Marfella, addetto allo Stato maggiore, un tenente napoletano aggregato alle forze di Armando fin dalla prima ora.
    Montefiorino aveva un aspetto singolare, quella mattina. Dopo le chiassose giornate della vittoria, faceva strano vederla grigia e triste e vuota peggio di un circo sotto la pioggia, le tende sfilacciate e i baracconi in disuso. In giro non c’erano neanche un nano, una donna cannone, nemmeno un esilarante pagliaccio a cui dare un calcio in culo.
    Per alcuni minuti, potei parlare con Leonildo Tarozzi, il compagno che anni prima mi aveva venduto l’enciclopedia della UTET e avviato, con la collaborazione di Nerone, allo studio dell’economia politica. Era entusiasta del morale dei partigiani che, partendo da Montefiorino, cantavano L’Internazionale a tutto spiano. Ma, si sapeva, Leonildo era un incorreggibile ottimista.
    Per dire le cose come stanno, al Comando regnava una certa apprensione. A quell’ora, era già chiaro che il nemico, questa volta, non si sarebbe accontentato di pungolarci con un modesto rastrellamento. Altre informazioni, arrivate nel frattempo, mostravano come l’attacco non si limitasse alla sola Villa Minozzo, ma che altre colonne, partite da Sassuolo, puntavano su Prignano e Cerredolo. Inoltre, il concentramento di forze a Serramazzoni e Pievepelago era confermato. Il nemico, palesemente, stava stringendo il cappio attorno alla repubblica partigiana.
    Allora, mi rivolsi a Ercole per sapere come dovessimo comportaci, noi della IV.
    «Aspetta gli avvenimenti», mi rispose, «che tanto non tarderanno a manifestarsi. In ogni caso, torna più tardi».


    Prima di attaccare, i Tedeschi avevano proposto una tregua.
    «Il generale Messerle, tramite maresciallo maggiore Lakfam propone: 1) la completa passività da parte delle truppe tedesche nei riguardi delle ritorsioni su paesi e civili; 2) sospensione dei rastrellamenti da farsi nelle zone battute dai patrioti; 3) il rilascio in massa di tutti gli ostaggi trattenuti in carcere o in campo di concentramento; 4) nessuna ritorsione alla popolazione di qualsiasi paese in questa zona. Chiede: 1) che siano rilasciati in massa tutti i tedeschi ufficiali e soldati; 2) che non siano perseguitati i familiari i cui componenti lavorano dai tedeschi e che nulla sia tentato per nuove ritorsioni a danno di terzi. La proposta viene fatta dalle forze armate tedesche e non personalmente dal generale Messerle».
    L’offerta era allettante, ma la risposta fu negativa: eravamo saliti in montagna per combattere, non per sottrarci alla lotta.
    A dire il vero, nei quarantacinque giorni della Repubblica, l’attività bellica partigiana fu piuttosto modesta. Oltre ad avere risposto alle due aggressioni a Piandelagotti, ci eravamo limitati ad attaccare qualche automezzo nemico lungo la via Giardini. Inoltre, il 22 e il 23 luglio, al Passo delle Cento Croci, sopra Serpiano – una stretta mulattiera che passa tra i monti Cantiere e Alpesigola e mette in collegamento la via Giardini con la Valle del Dragone – alcune unità della III si erano scontrate, senza grosse conseguenze per entrambi, con un paio di reparti di gendarmeria tedesca.
    Rispetto al periodo precedente, l’attività militare era stata praticamente nulla.
    Così, il 30 luglio fu in un certo qual modo un brusco e piuttosto fastidioso ritorno alla realtà: cinquemila uomini appartenenti a diverse divisioni tedesche, specializzati nella controguerriglia e armati di cannoni, mortai, mitragliere da 20 mm, con a disposizione numerose autoblinde, attaccarono l’enclave partigiana su tre fronti. All’alba, i Tedeschi si mossero da Castelnuovo, sul fianco ovest dello schieramento, verso Ligonchio, Villa Minozzo e Carpineti, e sul fianco nord, da Sassuolo, lungo le due sponde del Secchia – a sinistra, in direzione di Cerredolo, e a destra, verso Castelvecchio e Prignano. Alle 14, provenienti da Pievepelago, attaccarono il fianco sud spingendosi in direzione di Cadagnolo e Sant’Anna.
    Le due divisioni reggiane, con il comando a Villa Minozzo, erano dislocate a protezione del fianco ovest: la VI a nord-est del paese, a cavallo del Secchia, sotto Carpineti; la VII a sud-ovest, sulle due sponde dell’Ozola. La I Divisione modenese era appostata a nord, tra Prignano, Cerredolo e Toano; la II a sud, nella zona di Piandelagotti e Sant’Anna; la III sul fianco sud-est, lungo la sponda destra del Dragone; la IV su quello nord-est, nella zona di Gombola e Pompeano, a ridosso di Serramazzoni. Inoltre, stanziati nelle vicinanze di Montefiorino, al centro dell’area partigiana e a disposizione del Comando, vi erano i quattro battaglioni di riserva, formati ognuno da un centinaio di uomini: l’Anderlini, i Russi e quelli comandati da Fulmine e da Claudio.
    Tenendo saldamente in mano le località a nord, verso la bassa, e i passi sul crinale, dopo avere costituito una serie di posti di blocco sulla strada del Cerreto e sulla via Giardini, il piano tedesco prevedeva una rapida penetrazione nella zona partigiana, l’occupazione dei paesi più importanti, la disgregazione delle forze ribelli e l’avvio di rastrellamenti a raggiera. Spezzata la capacità di resistenza, l’obiettivo era l’annientamento di più partigiani possibile e la liberazione definitiva delle retrovie.
    I piani partigiani, invece, elaborati nelle ultime due settimane, contemplavano – in caso di serio attacco nemico prima del previsto sfondamento della Gotica – uno sganciamento verso il Monte Cusna, la zona di sicurezza nell’Alta Valle del Dolo e in Val d’Asta, già individuata a fine maggio. Non era un granché, ma dati i rapporti di forza non si poteva fare di meglio.


    Visto che al Comando non c’era nessuno che mi potesse chiarire in maniera adeguata la situazione, ne approfittai per andare a trovare mia moglie.
    «Che sta succedendo, Nino?», mi chiese Rina. Era saggiamente allarmata come sanno esserlo le donne intelligenti: niente panico fuori luogo, ma nemmeno la sicurezza delle coglionazze coi paraocchi. D’altra parte, non c’è niente di peggio che stare in un posto ritenuto sicuro e poi scoprire che è una trappola per topi.
    «I Tedeschi stanno attaccando a Villa Minozzo. Mi sa proprio ch’è la volta buona».
    «Adesso non mi dire che devo restare qua. Falla finita e portami su a Gombola con te». Il discorso non faceva una grinza, ma prima di prendere una decisione volevo parlarne con Davide o con Armando. E poi, la sede del Comando – a Montefiorino, al centro dell’area liberata – era senz’altro il posto più sicuro, almeno per il momento.
    Quando inforcai la moto per tornare nella mia zona di operazione, Rina aveva una faccia scura e non mi salutò nemmeno.
    Arrivato a Casa Picciniera, Rossi e Pierò mi confermarono che tutti i reparti della IV erano già stati messi in stato d’allarme e i dispositivi di difesa rafforzati. Alcune pattuglie, poi, erano state inviate in più direzioni per seguire gli eventuali spostamenti nemici. Allora, spedii una staffetta per avere notizie di Marcello e il dottor Giovanni mi rispose, rimandandola al volo, che le sue condizioni erano stazionarie.
    «Stazionarie un paio di marroni!», disse sghignazzando Chilometro. «Se continua così, alla fine della guerra non ne rimane neanche un pezzettino del nostro generale. Sta perdendo un’appendice alla volta!». Seduto di fronte alla macchina da scrivere, si dava delle gran pacche sulle cosce. «Prima o poi», continuò, «perde anche il naso… e anche gli attributi fondamentali!».
    «Sta zitto, te, con quei piedoni zoppi che ti ritrovi!», lo riprese subito Pierò. «Col generale, adesso, fareste proprio una bella coppia… il Gatto e la Volpe!».
    Ridevamo tutti su a Casa Picciniera, ed era buon segno. Se anche solo metà degli uomini l’avesse presa così, la prima botta l’avremmo incassata a dovere.


    Sui vari fronti, intanto, le cose andavano piuttosto maluccio o abbastanza bene, a seconda che si giudicasse il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno.
    Sul fianco ovest, nel settore di Villa Minozzo, le forze partigiane preposte alla difesa cominciarono a cedere fin dalle prime ore. Carpineti, Ligonchio e infine Villa Minozzo, sede del comando reggiano, caddero rapidamente in mano nemica. Tuttavia, l’Anderlini, con un cannone anticarro da 47/32, due mortai e altro armamento vario trovato abbandonato sul posto, bloccò i Tedeschi sulla riva sinistra del Secchiello; dopo di che, a tarda sera, fece saltare il ponte che metteva in collegamento stradale Villa Minozzo con Costabona, Toano e Montefiorino. I Russi, dislocati più a nord, intercettarono il nemico a Cavola quando aveva appena superato il Secchia con l’intenzione di prendere Toano, accerchiare le formazioni che combattevano più a sud e bloccavano i loro reparti provenienti da Villa Minozzo e aprirsi la strada, poi, verso Montefiorino. Dopo sanguinosi combattimenti, i Tedeschi furono respinti.
    Nel tardo pomeriggio, Armando e Nardi si resero conto che la situazione sul fronte di Villa Minozzo si era finalmente stabilizzata, ma che i guai, ora, provenivano dalla zona di Ligonchio. I reggiani, infatti, si erano ritirati su Gazzano e il nemico, superato il Passo della Cisa, puntava dritto su Febbio. Bisognava bloccarlo al più presto, altrimenti l’accerchiamento che non era riuscito a nord rischiava di realizzarsi a sud. Fu pertanto immediatamente inviata come rinforzo la Brigata Stella Rossa, forte di un centinaio di uomini e comandata da Sugano, il compagno Marchiorri di Anzola Emilia. Armando e Nardi, inoltre, si convinsero – e a ragione – che il ripiegamento nella zona di sicurezza del Monte Cusna fosse ormai improponibile.
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