www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
www.mauricebignami.it Gli uomini eguali
Forse vero non è; ma un giorno è fama
che fur gli uomini eguali, e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade. (Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno) |
|||
Gli uomini eguali ©Edizioni Bietti 2005 Rassegna stampa Acquista il libro Maurice Bignami |
|
||
|
Il racconto di mio padre è una storia di famiglia e un'incursione corsara nelle tragedie del Novecento. Un secolo complicato e nefando, con storie di provincia dolenti e raggelanti quanto quelle continentali, ma altrettanto schiette e vitali, ché lo spirito di contraddizione ha trovato in quei giorni la sua dimora più cara. Conosco tutti i protagonisti, li ho visti in carne e ossa da bambino, sono andato a dormire portandomi a letto i loro sogni, ho giocato a guardie e ladri coi loro nomi di battaglia, sono stati gli unici defunti ricordati nelle veglie e nei giorni di festa. Gli ideali, le speranze, gli incanti, le brame, le chimere, gli abbagli e i deliri loro sono stati in gran parte anche i miei, sono divenuti gli orrori e gli incubi che ho dovuto condividere e con i quali, alla buon'ora, fare i conti. La nostra vita, la sua e la mia, è un intreccio doloroso e crudele, dolce e gioioso, dove la pietà e l'inclemenza hanno marciato appaiate e spesso mostrato l'una le sembianze dell'altra. È un grumo che è impossibile sciogliere e va sputato intero. Ha scritto la storia della sua giovinezza e della sua maturità e così, negli ultimi anni di vita, ha seguito una pista e forse trovato una via di salvezza. Adesso, vuole che io la riprenda e la riscriva dalla prima all'ultima riga, che ci sguazzi e la faccia mia; che io la riviva e ne scopra i margini segreti e le inconfessate cupidigie. Presto suonerà il telefono e qualcuno mi dirà che è morto. Lo vedo aggrappato alla bombola dell'ossigeno e spero che l'agonia duri il meno possibile. Gli auguro di morire in fretta e non riesco a togliermi dalla testa che in questo vi sia una specie di spietata legge del contrappasso. Cammino su e giù per l'ufficio. Non riesco a stare fermo. Non provo ancora alcun dolore, ma so che arriverà e d'improvviso mi fracasserà il cuore. È successo così con mia madre e prima ancora con Barbara. La prima è morta per una banale broncopolmonite e la distrazione di un medico. La seconda, in un conflitto a fuoco, più di vent'anni fa, quand'eravamo ancora in guerra e dare la vita ci pareva doveroso visto che eravamo disposti a dispensare la morte. Non ti accorgi di niente, inabissato come sei in una brodaglia calda, coi piedi per terra e la testa aderente al soffitto, il corpo di polistirolo e la mente che gira a vuoto e ripete gli stessi pensieri in un loop stretto peggio di un tornante. Poi, per un evento in genere accidentale e privo d'importanza - una parola, un odore - la pena ti azzanna alla gola, ti riporta tra i vivi e non ti molla più per un pezzo. Al mio primo compleanno, mio padre mi regalò, nell'ordine, le opere scelte di Marx ed Engels, un microscopio e un trenino elettrico. Mia madre si arrabbiò come una bestia e non gli parlò per una settimana. Vivevamo in una sorta di casupola a schiera nella prima cintura periferica di Parigi, a Courbevoie. Cucina e soggiorno al piano terra, stanza da letto a quello di sopra. Niente cesso. Le finestre davano su di un lungo e stretto cortile a ridosso di un terrapieno ferroviario. Col tempo, quella striscia di erba inclinata a 45° diventò il mio terreno di gioco prediletto. Ci trovavo di tutto. Le lumache, che raccoglievo e portavo al vicino di casa in cambio di un rotolo di liquirizia con la pallina dentro. Cappelli, occhiali e altri oggetti strappati dal vento ai viaggiatori accaldati, mentre tenevano il capo fuori dal finestrino sui treni in corsa verso Saint-Germain e Versailles. Bossoli. Ci rinvenni anche l'elmetto di un soldato tedesco. La Seconda Guerra Mondiale era finita da un paio di giorni e ogni giovedì mattina davano ancora fiato alle sirene in previsione della Terza. Gli inverni erano freddi più di quelli siberiani e la biancheria stesa all'aperto gelava e diventava dura e fragile come sottili stalattiti d'acqua ghiacciata. Spezzai la punta a una decina di paia di calzini, una mattina che pareva di essere in piena era glaciale. La proprietaria della mercanzia appesa si incazzò di brutto e costrinse mia madre a ripagare il danno e noi tutti a mangiare a buffo per una settimana. La sera innanzi il cielo era così basso e pesante che avrei potuto sfiorarlo con un dito se qualcuno si fosse preso la briga di prendermi in braccio, ma mio padre era tornato a casa con una bagnarola di moplen e anch'io, finalmente, potevo farmi il bagno. Niente come una brusca botta di prosperità ti fa compiere gesti inconsulti. Mio padre lavorava come tornitore in un'officina a Nanterre e di notte fabbricava cornici da vendere ai Grandi Magazzini. Mia madre l'aiutava e quando stava bene in salute sbolognava tagliatelle Chez Pepo, il miglior ristorante italiano di Parigi. Un giorno, non ricordo più quali Savoia, stregati dai suoi tortellini, la chiamarono e le diedero una mancia equivalente allo stipendio mensile. Quando lo seppe, mio padre disse che forse sarebbe stato più corretto rifiutarla, con un accenno di sdegno. Lei non rispose nemmeno e mi comprò un bell'orsacchiotto che chiamai Nounours. Anche adesso, di preferenza, ai miei figli mio padre regala atlanti geografici e manuali sulla vita degli animali, ma non avendo la responsabilità della loro educazione qualche volta si concede il piacere del puro dono superfluo. In questo caso, predilige gli automi meccanici sfornati dall'industria del giocattolo cinese. La sua immagine del futuro è inchiodata agli anni Cinquanta, a prima della Rivoluzione Elettronica, quando le astronavi andavano ancora a valvola, i robot erano obesi umanoidi di latta e il domani incubava sotto l'egida della Guerra Fredda, una fase tardiva dello scontro di classe tra Rivoluzione e Reazione. Però, appena ti puoi muovere, mi ricorda ogni qualvolta ci incontriamo a Bologna, ti porto a Parigi. Quella città è sempre stata la sua e l'ama più di quanto abbia mai desiderato Mosca, per lungo tempo l'avvenire incarnato. Perché non fai un viaggio in Russia, invece?, gli rispondo. O a Cuba? Tanto per dare un'occhiata e vedere com'è finita l'intera vicenda prima che Fidel tiri le cuoia e l'isola torni in mano ai puttanieri di Miami. E lui mi guarda come se fossi un grazioso tulipano in un campo di carciofi. Questi sono sogni diventati incubi, quella ha sempre mantenuto quel po' che prometteva. Anche con le pezze al culo, Parigi è sempre stata per lui la città della gioia. D'altra parte, c'era tornato nel '50 dopo più di tre anni passati in Cecoslovacchia e anche Zurigo gli sarebbe parsa tale. Io ho dovuto farci a pugni fin dall'asilo. Mi sentivo più Francese di loro, di quelli che ci stavano dai tempi di Clodoveo, ma quando non c'era un Algerino d'intorno ero io lo straniero di merda. Picchiavo come un fabbro ferraio e mi salvai dalle differenziali solo grazie al primo test sul QI. Risultai il secondo ragazzino meno stupido di tutto il distretto scolastico. Il risultato, naturalmente, fu disastroso. I maestri ci misero tutti in riga nel cortile della scuola e quando mi passarono accanto si fermarono e uno di loro disse: guardatelo un po', 'sto stronzetto del c...o. Non è un idiota, è intelligente invece. E a schiaffoni, da quel giorno mi riservarono un trattamento speciale. La Parigi di mio padre è una città a colori, dove il sabato sera gli uomini giocano a dadi con gli amici nei bar per sapere a chi tocca pagare da bere, un rifugio momentaneo in cui potersi anche divertire sgraffignando le primizie della vita; la mia è un luogo dell'anima che avrei voluto come madrepatria ed è sempre rimasta, invece, un agglomerato in bianco e nero con poche macchie di luci al neon riflesse nelle pozzanghere. Avevo sei anni e al primo temino chiesero quale fosse la città più importante del mondo. Tutti i bimbi di Francia risposero Parigi; io solo, a malincuore, Mosca. Non avevo ancora appreso i rudimenti dell'ipocrisia e mi sembrava necessario rispondere con sincerità a una domanda talmente ovvia. Convocarono mio padre e lui minimizzò. Poi, mi spiegò che era iscritto al PCF sotto falso nome e che ero tenuto anch'io alla riservatezza.
|
|||