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Se lo sperma è isterilito, avvilito, analizzato, congelato, l'ovocita è
diventato una merce preziosa. E infatti l'emergenza morale posta dalla ricerca sulle cellule staminali
embrionali riguarda le donne sfruttate per produrre gli ovuli necessari per gli
esperimenti di clonazione terapeutica. Se questa piaga sarà riconosciuta e guarita, anche intorno all'utilizzo dell'embrione ci sarà
più chiarezza.
Nel maggio del 2005, i tecnoscienziati coreani guidati dal veterinario Hwang Woo-suk - che poi stando ai suoi stessi colleghi e a «Science» avrebbe contraffatto i risultati dei suoi esperimenti - e gli inglesi dell'Università di New-castle annunciarono a ventiquattr'ore gli uni dagli altri di aver clonato embrioni umani che si erano disfatti dopo qualche giorno [61]. Il nostro amico Jeróme, meditante e francese mangiapreti, ci mandò un'e-mail scherzosa chiedendo se fossimo in lacrime per gli embrioncini morti. No. Non piangiamo per gli embrioni, ma per le donne rumene, indiane, californiane, coreane, colombiane che - spesso nell'estremo bisogno e pagate una miseria, raramente al corrente dei rischi, di solito non protette dalla legge - sono stimolate, operate e mutilate delle centinaia di ovuli necessari per arrivare a donare un solo embrione. Ufficialmente gli ovociti utilizzati nella ricerca coreana erano centottantacinque, e Hwang Woo-suk dichiarò che erano stati «donati» da diciotto volontarie. L'equipe inglese dell'Università di Newcastle-upon-Tyne, guidata da Alison Murdoch e Miodrag Stojkovic, era arrivata a creare tre blastociti, cioè embrioni al primo stadio, un insieme di cellule non più grande della punta di uno spillo, lavorando su trentasei ovuli «donati» invece da undici donne sottoposte a fertilizzazione in vitro. Tuttavia la stima ufficiale del numero di ovociti che il team dell'Università di Newcastle ha previsto di usare per un triennio per gli esperimenti di clonazione terapeutica è di tremila ovociti, di cui trecento freschi ad hoc e duemilasettecento provenienti dalle cliniche e «non giunti alla fertilizzazione» [62]. Attualmente, infatti, i donatori britannici utilizzano soltanto gli ovuli in soprannumero delle coppie che frequentano le cliniche per la fertilità. Ma molti tecnoscienziati ritengono che la bassa qualità di questi ovuli abbia un impatto negativo sulla ricerca e ostacoli la capacità degli ovuli stessi di trasformarsi in cloni sani. Infatti l'iper-stimolazione forza a produrre non un ovulo, come avverrebbe in natura, ma molti di più, anche dieci e talvolta quindici, cosicché «il quaranta-cinquanta per cento degli ovociti ottenuti con processo di iperovulazione presenta un cariotipo alterato» e non è utilizzabile [63]. Per superare quest'impasse, nell'agosto del 2005 il tecnoscienziato Ian Wilmut, donatore della pecora Dolly [64], ha invitato le donne a donare ovuli per esperimenti perché, ha spiegato, la raccolta di ovuli «freschi», rispetto a quelli scartati durante i trattamenti di fertilità, renderebbe più rapidi i progressi verso la comprensione e la possibile cura delle malattie dei neuroni motori. Il professor Wilmut si dice convinto che molte sarebbero «felici» di contribuire all'evoluzione della ricerca: «Non ho mai dubitato che le donne donerebbero se sapessero che aiutiamo persone a curarsi», ha dichiarato a «The Guardian» [65]. Sappiamo che esistono protocolli rigorosi sulle fonti del materiale genetico utilizzato per le ricerche, ovuli in questo caso, e i tecnoscienziati dicono di applicarli con scrupolo. Ma sappiamo anche che il bisogno di materia prima della ricerca è molto alto e destinato a crescere. Il problema è serio e pressante ed è diventato V off aire su cui si sta consumando ufficialmente la rivalità e la concorrenza tra i donatori americani e coreani. Ed è stato proprio il modo in cui i laboratori si sono riforniti di ovociti a sollevare lo scandalo mondiale che ha portato, alla fine di novembre del 2005, alle dimissioni del cin-quantatreenne veterinario coreano Hwang Woo-suk - un eroe nazionale la cui effigie compare sui francobolli - dal suo ruolo di direttore della World Celi Stem Foundation [66] e alla successiva scoperta che aveva contraffatto i risultati dei suoi esperimenti. Fonti giornalistiche avevano dato la notizia che Woo-suk usava per i suoi esperimenti di clonazione ovuli prelevati a pagamento da giovani ricercatrici del suo team. Ma le linee guida largamente condivise nella comunità scientifica impediscono di compiere esperimenti sul personale che lavora nei laboratori di ricerca, per evitarne lo sfruttamento. Questa prima grave violazione delle regole etiche fu aggravata dalla confessione di un autorevole membro del suo staff, Roh Sung-il, che ammise di aver pagato di tasca propria alcune donne fornitrici di ovuli, nonostante la legge coreana vieti la compravendita di materiale genetico e la punisca con la galera. La televisione coreana ha intervistato tre di queste «donatrici» che hanno spiegato di aver venduto i propri ovuli perché si trovavano in una situazione economica precaria e di non essere state informate sui potenziali rischi. Già qualche giorno prima che fosse scoperta la compravendita di ovuli in Corea, il donatore Gerald Schatten dell'Università di Pittsburgh aveva interrotto una collaborazione di quasi due anni con Hwang proprio perché sospettava che il veterinario coreano ottenesse ovociti «in modo improprio». E nei giorni dello scandalo, un altro importante centro americano, il Pacific Fertility Center di San Francisco, annunciò di voler interrompere un programma di collaborazione con i coreani che avrebbe fornito alla World Stem Celi Foundation guidata da Woo-suk ovociti freschi di «donatrici» americane. Il direttore del Pacific Center, che pure si era dichiarato onorato di questa collaborazione, ora si tirava indietro «per motivi etici», anche se negli Stati Uniti non esiste nessuna regola sull'ovodonazione [67]. In Europa è stato il Parlamento Ue a sollecitare una presa di coscienza sull'ovodonazione. Nel 2004 venne data notizia di un traffico di ovuli tra la clinica rumena Global Art e alcuni laboratori inglesi. Il Parlamento europeo intervenne adottando una risoluzione comune sul commercio di ovociti umani [68] con la quale ricordava che la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione «sancisce il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro». Sottolineando che la direttiva 2004/23/CE prescrive agli Stati membri di adoperarsi per garantire donazioni volontarie e gratuite di tessuti e cellule, i deputati condannavano qualsiasi traffico del corpo umano e di sue parti. In questo contesto «va rivolta una particolare attenzione alle persone vulnerabili a rischio di divenire vittime del traffico di organi, in particolare le donne», poiché, secondo il Parlamento, qualsiasi donna costretta a vendere parti del proprio corpo, comprese le cellule riproduttive, «diventa la preda di reti criminali organizzate dedite al traffico di persone e organi». La risoluzione invitava la Commissione ad accertare altri eventuali casi del genere in Stati membri, Paesi candidati o Paesi terzi, e ad adottare misure per evitare lo sfruttamento delle donne nell'applicazione delle scienze della vita. A questo fine, il Parlamento chiedeva all'Esecutivo di «escludere qualsiasi sostegno o finanziamento alla clonazione umana nei quadri dei programmi Ue», in accordo con la risoluzione adottata P8 marzo 2005 dall'Assemblea generale dell'Onu. Alla Commissione era poi chiesto di applicare il principio di sussidiarietà in relazione ad altre forme di ricerca embrionale e sulle cellule staminali embrionali, «in modo che gli Stati membri in cui tale tipo di ricerca è legale la finanzino dal bilancio nazionale». Il finanziamento Ue, diceva la risoluzione, dovrebbe concentrarsi su alternative come la ricerca sulle cellule staminali somatiche e la ricerca sulle cellule staminali del cordone ombelicale, «che sono accettate in tutti gli Stati membri e che hanno già permesso di trattare con successo alcuni pazienti». Infine, il Parlamento europeo, ritenendo una questione essenziale «la necessità di fornire una soluzione concreta alle coppie sterili in attesa della donazione di ovociti», invitava la Commissione a «intensificare e rafforzare le alternative per la prevenzione e il trattamento della sterilità». La risoluzione del Parlamento europeo è uno dei pochi atti pubblici che presta attenzione al commercio degli ovuli. In Italia un'agenzia di stampa commentò cosi la notizia: «Ogni occasione sembra essere buona per far passare un richiamo, un divieto, una clausola in cui si dica che la ricerca con le cellule staminali embrionali va ostacolata, fermata e perfino vietata» [69]. Tra i voti contrari in Parlamento europeo ci fu quello della liberale belga Frédérique Ries, portavoce del gruppo Alde per le questioni di salute pubblica, secondo cui il testo votato sotto il pretesto di lottare contro lo sfruttamento delle donne e per l'inalienabilità del corpo umano mira a tutt'altro obiettivo: proibire direttamente o indirettamente la ricerca sulle cellule staminali embrionali e la clonazione terapeutica. Per la deputata, dunque, lo sfruttamento delle donne è solo un pretesto per dare vita a una «sanzione moralista e retrograda» che rimette in discussione il si al finanziamento della ricerca sulle cellule staminali embrionali, pronunciato da questo stesso Parlamento europeo il 19 novembre 2003. È un segnale disastroso inviato alle coppie in attesa di una donazione, ma anche alle centinaia di migliaia di pazienti in Europa che puntano sulla ricerca tutte le loro speranze di guarigione dal diabete, dal morbo di Parkinson o di Alzheimer [70]. Ha scritto Anna Rollier, docente di Genetica all'Università di Milano: La disponibilità di ovociti umani costituirà sempre il fattore limitante per la tecnica della clonazione terapeutica, poiché non ci saranno mai abbastanza ovociti disponibili per tutti i pazienti affetti dalle malattie degenerative che potrebbero essere curate con cellule staminali ottenute mediante questa tecnica. E da tenere presente che, fisiologicamente, nell'arco di tempo che va dal menarca alla menopausa, una donna produce quattrocento-cinquecento ovociti che arrivano a maturazione, e che già ora la disponibilità di ovociti costituisce un problema nell'ambito della riproduzione assistita dal momento che, per ogni ciclo di stimolazione ovarica, si ottengono soltanto da otto a quindici ovociti maturi. Dati i presupposti, il rischio che questo trattamento (messo a punto in anni di ricerche costosissime) diventi accessibile soltanto per quei pochi che potranno permettersi il lusso di pagare gli ovociti necessari, diventa molto alto [71]. Tutto questo a spese della salute e della dignità personale di donne bisognose di denaro nei Paesi in via di sviluppo o di squattrinate nei Paesi ricchi, forse ignare dei pericoli. È stupefacente che, dopo venticinque anni di tecnologie riproduttive, gli studi sulle conseguenze dei bombardamenti ormonali siano pochi e contraddittori. Una delle più note e frequenti complicazioni è la sindrome da iper-stimolazione ovarica, che si può manifestare con diversi livelli di intensità e in un range di probabilità dallo 0,2 al 2 per cento può portare alla morte [72], come è accaduto per esempio a una ragazza siciliana nell'agosto del 2004 durante un tentativo di fecondazione assistita [73]. [...] [61] Il 19 maggio 2005 fu annunciato che per la prima volta un team di ricercatori era riuscito a creare undici nuove linee di cellule staminali embrionali umane «su misura». L'articolo, che raccontava i risultati della ricerca del coreano Hwang Woo-suk e dell'americano Gerald Schatten, fu pubblicato su «Science». I ricercatori della Seul National University insieme a quelli del Medicai Center dell'Università di Pittsburgh dissero di aver prelevato il nucleo di cellule adulte di pazienti affetti da diverse patologie (diabete giovanile, lesione del midollo spinale e immunodeficienza) e di averlo inserito al posto del nucleo di centottantacinque ovociti donati da alcune volontarie. In questo modo erano stati creati embrioni dai quali ottenere staminali trapiantabili negli stessi pazienti. Secondo quanto riportato su «Science», tali staminali si erano dimostrate immunologicamente compatibili con i soggetti dai quali erano state ricavate. Nel giro di ventiquattr'ore, un team di scienziati dell'Università di Newcastle annunciò di aver prelevato degli ovuli da undici donne, rimosso il materiale genetico e sostituito con il Dna prelevato da cellule staminali embrionali. Tre degli embrioni donati si erano sviluppati in laboratorio per tre .giorni e uno era sopravvissuto per cinque giorni. Sembra che la chiave del successo di questa operazione fosse nella rapidità del prelievo e della manipolazione degli ovuli, come sottolinearono Alison Murdoch e i suoi colleghi, autori dell'esperimento. Il clone che è sopravvissuto più a lungo era stato raccolto e «lavorato» in quindici minuti. Ma il 15 dicembre 2005, Hwang Woo-suk avrebbe rivelato al suo collaboratore Roh Sung-il che una parte delle ricerche sulla «prima clonazione delle cellule staminali embrionali su misura» annunciate a maggio su «Science» erano state falsificate. Roh Sung-il dichiarò a dicembre che «nove delle undici linee staminali non sono mai esistite». Il presunto imbroglio di Hwang Woo-suk fu definito «una tragedia» dal «New York Times» e una «depressione nazionale» dal «Financial Times». La Bbc, inoltre, fece sapere che secondo sue fonti le linee non erano state prodotte a partire da un embrione umano donato, come scritto su «Science», ma da embrioni scartati dalle fecondazioni in vitro. Hwang replicò che cinque delle undici linee embrionali esistenti erano vere, ma il genetista americano Gerald Schatten chiese a «Science» di togliere il suo nome dagli articoli cofirmati con il veterinario di Seul, poiché «le mie personali revisioni dei dati e delle tabelle allegate alla ricerca, unitamente a nuove informazioni in mio possesso, pongono seri dubbi circa l'accuratezza dei dati pubblicati nell'articolo». [62] Questa la richiesta ufficiale avanzata dal Newcastle Fertility Centre At Life e dall'Institute of Human Genetics della Newcastle University alla Human Fertilisation and Embryology Authority. [63] Carbone, G., La fecondazione extracorporea, Esd, Bologna 2005; Kallen, B., Olausson, P.O. e Nygren, K.G., Neonata! Outcome in Pregnancies A/ter Ovarian Sti-mulation, University of Lund, Lund 2002, citati in Agnoli, F., Tristezze e piccoli orrori. Tutti i dubbi sulla fecondazione artificiale dell'Arcìnemìco della legge 40, in «II Foglio», 18 gennaio 2005. [64] Dolly era stata «creata» dal Dna estratto dalla ghiandola mammaria di una pecora adulta. Wilmut spiegò cosi la scelta del nome dato all'animale donato: «Non siamo riusciti a pensare a nessun'altra con due ghiandole mammarie pili imponenti di quelle di Dolly Parton». L'episodio è riferito da Mary Daly in Quintessenza. Realizzare il futuro arcaico, Venexia editrice, Roma 2005, e riporta come fonte della citazione di Wilmut l'articolo Special Report: thè Biotech Century, in «Business Week», 10 marzo 1997. [65] Cordis, 3 agosto 2005, ripreso da http://www.molecularlab.it/news/view.asp ?n=2934. [66] World Stem Celi Foundation è la Banca mondiale delle staminali, cuore di un consorzio che include alcuni tra i principali centri attivi del settore, tra cui strutture negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. World Stem Celi Foundation è stata inaugurata il 19 ottobre del 2005 a Seul, ed era diretta, fino alle dimissioni del 24 novembre 2005, da Hwang Woo-suk. L'intento della Banca mondiale delle staminali è fornire ai ricercatori di tutto il mondo nuove linee di cellule staminali embrionali da utilizzare per la ricerca e per le future terapie. La Banca mondiale, fu detto, avrebbe fornito un servizio di clonazione su misura di paziente creando coltivazioni cellulari embrionali. La promessa fu anche che i laboratori avrebbero avuto la capacità di generare fino a cento linee cellulari all'anno. [67] Galpern, E. e Darnosky, M., Eggs vs Ethics In Stem Cells Debite, in «The Nation», novembre 2005. Colosimo, C, Usa. Donazione dì ovuli: California e Corea del Sud allineate, in «Cellule staminali», 99, 28 ottobre 2005. [68] Risoluzione comune sul commercio di ovociti umani: Doc. B6-0199/2005. Procedura: Risoluzione comune. Dibattito: 8 marzo 2005. Votazione: io marzo 2005 adottata con 307 voti favorevoli, 199 contrari e 25 astensioni. [69] Poretti, D., Risoluzione Ue contro il commercio degli ovociti, o contro la ricerca con le staminali embrionali?, in «Cellule staminali», 83, 18 marzo 2005. [70] Ibid. [71] Intervento di Anna Rollier, docente di Genetica all'Università di Milano, in http://erewhon.ticonuno.it/riv/scienza/biomedicina/clonazione.htm [72] In uno studio di M. Massobrio, G. Gennarelli, A. Revelli e C. Perono Biac-chiardi, del Dipartimento di Scienze ginecologiche e ostetriche dell'Università di Torino, cosi si legge: «La sindrome da iperstimolazione ovarica (Ohss) è una complicanza indotta dalla somministrazione degli ormoni atti a provocare la crescita e la maturazione follicolare. La forma più lieve di Ohss si riscontra in quasi tutti i cicli di tecniche di fecondazione assistita. Si calcola che la sua incidenza si attesti oggi intorno al dieci per cento dei cicli di fecondazione assistita. In una parte dei casi di Ohss (0,5-2 per cento) può sussistere pericolo per la vita della paziente. Le ovaie possono gonfiarsi fino a raggiungere anche i dodici centimetri. [73] Accursia Attardi, casalinga trentunenne di Sciacca, nell'Agrigentino, era andata a Bologna per sottoporsi a un intervento di fecondazione assistita. Ma qualche giorno dopo la donna ha iniziato ad accusare diversi disturbi. Ricoverata all'Istituto materno infantile di Palermo, la casalinga è morta dopo tre giorni a causa di un'embolia polmonare. All'Istituto palermitano i medici hanno rilevato che i problemi erano dovuti all'iperstimolazione ovarica alla quale la donna era stata sottoposta a Bologna. «Una sindrome comune, - spiegano i medici bolognesi del Sismer, il centro al quale la donna si era rivolta, - facilmente risolvibile con una cura di albumina». Ansa, 20 aprile 2004.
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