www.mauricebignami.it
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Forse vero non è; ma un giorno è fama che fur gli uomini eguali,
e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade.
(Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno)
Biografia

Luigi Di Liegro, vita di un «sacerdote di frontiera»
 
  • Via dal terrore

  • dal libro, pag. 135 e seguenti


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    Via dal terrore

    Maurice Bignami nel 1989 è da otto anni dietro le sbarre di Rebibbia. La moglie, Teresa, è già occupata all'ostello Caritas di via Marsala: aveva conosciuto don Luigi grazie a suor Teresilla, la stessa religiosa che invita il direttore della Caritas romana a parlare al convegno a Rebibbia - come vedremo più avanti - e che conosceva Maurice e sua moglie da tempo.
    Bignami ha maturato adesso la possibilità di uscire in lavoro esterno di giorno, per rientrare la sera in carcere. «Chiesi a don Luigi - racconta - di non mandarmi in strutture di ricerca nelle quali trascorrere ore davanti ai computer, gli dissi che non volevo andare a perdere tempo. Mi rispose che gli sembrava per lo meno strana, la mia richiesta: aveva decine di persone che avrebbero voluto andare proprio nelle "strutture di ricerca". Allora gli spiegai che il mio desiderio era di poter essere dove c'era materialmente bisogno, dove c'erano i servizi, le persone in difficoltà».
    Così lo spedisce dritto all'ostello: l'avamposto della guerra Caritas alle povertà, dove si affrontano e si aiutano le marginalità più incarognite. Vi resterà fino a due anni fa, quando diventa responsabile della Casa famiglia Caritas per anziani a Fidene.

    Prima linea
    Lo arrestano a Torino nel 1981, mentre assalta un'oreficeria imbracciando un mitra, che non fa in tempo a usare. Maurice Bignami è l'ex «comandante militare» di Prima linea, organizzazione eversiva alternativa alle Brigate rosse e che ha come «madri» Potere operaio e Lotta continua. Bignami è accusato di parecchi assassinii ed ha preso diversi ergastoli. Le inchieste su Prima linea avranno riguardato, alla fine, quasi mille indagati, almeno quindici omicidi, molti attentati e altrettante rapine.
    Nel 1980, insieme all'altro capo di Prima linea, Sergio Segio, scioglie l'organizzazione. Fa i conti col suo passato. Imbocca deciso la strada della dissociazione. Dal 1992 è in semilibertà per lavorare alla Caritas di Roma, insieme con la moglie Teresa (anche lei ex militante di Prima linea).
    È un uomo, oggi, che ha cancellato - senza dimenticarlo - il terrorista che fu trent'anni fa. Ha 54 anni e due figli (di 14 e 16 anni). Entrambi battezzati da don Luigi, che offrì una possibilità di «nuova» vita a molti ex terroristi, non solo a Maurice.

    Fidene
    Si entra, e dietro la porta, appesa alla parete sulla destra, c'è una foto del volto di don Luigi e sotto con una frase in grande: «Vive dentro di noi». È un piccolo manifesto fatto stampare dopo la sua morte. È incorniciato: così l'ho visto anche nelle stanze della «Fondazione don Luigi Di Liegro».
    Questa Casa famiglia per senza fissa dimora della terza età è a Fidene, borgata del nord est capitolino. Un vero e proprio appartamento in un condominio. Maurice viene a prendermi quasi sul pianerottolo. È mattina, c'è il sole e fuori qualcuno porta a spasso il suo cane.
    Nella stanzetta di Bignami c'è un computer, una scaffalatura, qualche immagine e disegni ai muri. Nel frattempo stanno rifacendo i letti, una signora è in pigiama a tavola a fare colazione e fuma. Le finestre sono aperte ed entrano sole e fresco. Mi offrono il caffè.
    «Se ricordo bene, don Luigi è stato il primo prete che ho conosciuto. Quello che mi è sempre sembrato meno "prete" di tutti gli altri, eppure quello al quale ho visto fare evangelizzazione coi risultati migliori», dice Maurice.

    I peggiori
    Il dramma di coloro che vivono sulla strada violentemente, realmente, emarginati, è che sono brutti, sporchi e cattivi. Pensateci: riesce facile aiutare chi è abbastanza mansueto e magari anche un po' simpatico: però la strada svela che è difficile vada così, perché in questi casi le persone riescono, in un modo o nell'altro, ad aiutarsi da sole ed è quasi impossibile che crollino in situazioni di marginalità estrema.
    A chi invece si spezza qualsiasi legame con gli altri, accade perché è completamente incapace di "gestirlo. Magari ha il vizio di menare le mani o trattare senza regole gli altri, ha l'abitudine di raggirare e sfruttare, o semplicemente è incapace di instaurare un rapporto.
    «Vedi - dice Maurice - la regola che abbiamo sempre cercato d'imparare e insegnare agli operatori dell'ostello in fondo è una e semplice: dobbiamo aiutare gli "antipatici", quelli che vorremmo invece sbattere al muro. Quando incontriamo il peggiore uomo, siamo noi a dovergli dare una mano, perché nessun altro lo farà. Ecco, don Luigi si comportava esattamente in questo modo».
    Era la conseguenza di com'era e di come si comportava d'istinto: «Aveva un rapporto paritario con chiunque. Così se doveva arrabbiarsi foss'anche con il "peggiore" degli uomini, lo faceva senza remore: quando vedeva compiere un gesto infame, chi era stato poteva arrivare a prendere i suoi spintoni, se erano necessari. Non gli ho mai sentito dire: "Oh, poverino, è un emarginato". No. Ognuno era un uomo e come tale andava trattato, nel bene o nel male».
    Questa è una delle chiavi principali per comprendere il direttore della Caritas: don Luigi con gli altri.
    Prendiamo, ad esempio, proprio i senza fissa dimora brutti, sporchi e cattivi nell'ostello, i reietti: «Te l'ho detto, lui costruiva un rapporto alla pari che è difficilissimo da realizzare - ricorda Maurice -. È infinitamente più semplice avere un rapporto dall'"alto" o dal "basso", anche inconsapevolmente. Don Luigi invece lo aveva assolutamente paritario: litigava, anche duramente, con la stessa persona che poi la mattina dopo lo andava ad aspettare sotto casa per chiedergli aiuto. Perché ogni mattina don Luigi scendeva e trovava qualcuno ad aspettarlo per domandargli una mano. E qualsiasi appuntamento avesse, si fermava con loro, gliela dava, faceva telefonate, trovava sistemazioni e soluzioni».
    Sorride, Maurice, ripensando a un episodio: «Sai, una volta prese in ostello un libanese maronita, un soldato, che aveva combattuto contro i palestinesi. Poco dopo anche un palestinese. E noi impazzimmo, cercando di fare in ogni modo perché non si incontrassero».

    Aiutare qui e ora
    Maurice è innamorato di don Luigi. Lucidamente. Non indulge, né questo amore lo spinge a mascherare, edulcorare la realtà. Per questo è ancora più credibile e grande.
    «Don Luigi teneva alla sua vita e a quella degli altri: non era un mistico, né soprattutto un "appassionato" di sofferenze del genere umano. Per nulla. Il barbone, per capirci, lo prendeva e lo portava a mangiare in un buon ristorante. Si trascurava piuttosto perché adorava quel che faceva, se ne appassionava, a questo sì: le sue giornate trascorrevano come se fosse stato sulle "montagne russe" e in una crescita continua. La sua vita credo lo entusiasmasse, nel senso più bello del termine. Eppure tieni conto che non stava bene, il diabete gli pesava, era molto indebolito».
    Ha mille ricordi, l'ex comandante militare di Prima linea. «C'erano sere nelle quali, verso le undici, tutti gli ospiti dell'ostello erano ormai entrati e noi, sfiniti, pensavamo finalmente che stavamo per chiudere. Bene, don Luigi piombava senza preavviso dicendoci che aveva quaranta persone che avevano bisogno di mangiare e dormire. E ricominciavamo. E dovevamo trovarli, quei quaranta pasti e quaranta letti».
    Perché il direttore della Caritas romana «lottava per la pace nel mondo, ma della pace nel mondo gli importava fino a un certo punto: lui voleva intanto la pace, lì, adesso, per gli uomini che stavano male. Sai qual era il suo pensiero? Adesso incontriamo quaranta persone che non hanno da mangiare? Bisogna trovare, adesso, quaranta pasti, perché quelle persone hanno fame ora e non fra due giorni».
    Anche per questo a volte don Luigi finiva per doversi muovere sul filo dell'illegalità: «Se non vuoi lasciare che cinque persone dormano in strada al freddo dell'inverno e hai una struttura con venti posti letto che sono già tutti pieni, è evidente che non puoi comportarti in modo... perfettamente ligio alle norme».
    Al diavolo le regole, almeno certe. Un uomo vale di più.

    «Surfista»
    Don Luigi era un genio nel trovare soluzioni in pochissimo tempo. Un «improvvisatore fantastico, realmente geniale»: era «un "surfista" del sociale - lo definisce Bignami - là dove, cioè, era la cresta dell'onda con la schiuma delle più terribili povertà, là lui doveva andare ed essere». Forse era meno bravo nelle lunghe progettualità, «ma penso sia umanamente impossibile possedere genialmente entrambe le doti».
    Aveva anche un'altra capacità innata: «Sapeva scovare quelle "onde" prima degli altri: penso alla Pantanella, all'Aids, ai barboni stessi, alle vecchie e alle nuove povertà. Don Luigi aveva il dono formidabile di annusare con enorme anticipo i grandi processi umani, che decenni più tardi sarebbero diventati evidenti a tutti. Li prevedeva, li intuiva. Eppure lavorava, come dire, "al minuto": su una sola persona quando per questa era necessario. Si è consumato, fisicamente, forse proprio per non smettere mai di farlo. Sballottandosi d'emergenza in emergenza e sballottando chi gli lavorava al fianco. Ma penso sia la strada giusta».
    Era prete tosto e difficile: «Trattare con lui non era facile», continua Maurice. «Arrivava in qualsiasi momento nelle strutture della Caritas, andava da uno dei suoi collaboratori più stretti e, qualunque cosa stesse facendo, gli diceva: "Dai, prendi la macchina e accompagnami". Restavano in giro per ore, raggiungendo le case della Caritas, ma andando anche a cercare a Roma i posti dove stavano scoppiando le povertà».
    «Una regola che ho imparato da lui - va avanti Bignami - è che se qualcun altro sa fare bene il nostro lavoro, lasciamoglielo fare. La sua idea era sempre la stessa: noi dobbiamo occuparci delle povertà di cui non si occupa nessuno». Regola perfetta, non fosse che abbatte i bilanci e difficilmente fa stipulare convenzioni: «Ma a lui non importava di bilanci e convenzioni, teneva più a chi stesse soffrendo», sussurra Maurice.

    Come bambini
    In realtà Maurice ne ha imparate a mucchi di «regole» da don Luigi: tante che farebbe sera a raccontarle. «Quante cose mi ha insegnato! Ad esempio, se per aiutare un uomo devi rischiare fra prenderlo o non prenderlo, nel momento esatto in cui te ne viene il dubbio, prendilo. Magari poi rimedi la cantonata, ti accorgi che è un profittatore, però prima non puoi rischiare di massacrare una persona. Tanto più che non è mica detto che un profittatore messo all'interno di certe dinamiche non possa cambiare: don Luigi l'applicava sempre, questa regola, e ne ha prese di cantonate. Ma quanta gente ha aiutato...».
    Tuttavia la regola più «grande», più efficace, insegnata da don Luigi, è forse ancora un'altra. «Qualcosa che dovremmo imparare e mettere in pratica: vedere tutti come bambini. Io credo proprio che don Luigi usasse un sistema del genere, credo che avesse interpretato le tante parole di Gesù sui più piccoli anche come una vera e propria indicazione di metodo».
    In fondo anche questo non sarebbe troppo difficile: «Vedendo un uomo come un bambino, non riesci più a dare troppo peso alle sue cattiverie e ingenerosità, alle sue antipatie, ai suoi capricci. E quindi non puoi non agire verso di lui con compassione. Sì, sono certo che don Luigi si muovesse così».

    Niente distinzioni
    Non era possibile, per un uomo come il direttore della Caritas diocesana romana, sviluppare qualche paranoia? «A don Luigi non successe. Mai. Non soffriva di onnipotenza. Era ben consapevole che non avrebbe potuto cambiare la vita di chiunque incontrasse. Ma era consapevole che un solo panino, offerto in un certo modo, poteva salvare. Poteva rendere degna la vita di un povero, offrirgli momenti di umanità. Addirittura dimostrargli che qualunque vita vale la pena di essere vissuta».
    Non soltanto. «Lui non faceva distinzioni. Non aiutava qualcuno piuttosto che qualcun altro, non sceglieva fra chi, secondo noi, "meriterebbe" e chi "non meriterebbe". La Caritas ha seguito gente davvero al culmine della sua disperazione. Perché lui non teorizzava. Faceva».

    Usare la «forza»
    Non ha mai avuto paura, don Luigi. Di nulla e nessuno. «Condannava la violenza. Ma non la "forza"». Maurice fa un esempio, una specie di paragone, per spiegarsi al meglio. «Gandhi nemmeno sognava di usare alcun genere di violenza, ma la forza sì. Per ottenere la giustizia "forzava" le situazioni: quando va in riva al mare per ricavare il sale dall'acqua e si fa bastonare imperterrito dai soldati inglesi, non reagisce, non usa violenze, ma fa una grandissima forzatura. Su don Luigi posso dirti anche di più, non solo forzava i politici, ma si spingeva a usare anche i ricatti morali: pensa a quanto disse all'assemblea dell'Hotel Ritz sul fatto che chi rifiutava di accogliere i malati di Aids a Villa Glori avrebbe dovuto avere la decenza di non presentarsi a Messa la domenica e di fare la comunione. Fra l'altro intendeva benissimo quando erano i momenti e le situazioni per forzare e quando invece sarebbe stato più efficace attendere o usare strategie diverse».

    Onestà e carisma
    Don Luigi divenne famoso anche per i suoi rapporti con la politica e gli uomini che la facevano e disfacevano: mai a testa bassa, sempre pronto a bacchettare seccamente chiunque e poi a sedercisi insieme per ricominciare a discuterci. A sentire Maurice, sembra stia parlando ancora dei senza fissa dimora dell'ostello.
    «Lui non solo aveva rapporti con tutti i politici, ma soprattutto era di una bravura assolutamente unica nel gestirli. Ed era disponibile a lavorare con tutti, senza alcun pregiudizio ideologico, nonostante avesse le sue idee e fosse un antifascista più che convinto. Così come, quand'era necessario, senza alcun pregiudizio ideologico dava addosso a tutti».
    Si illuminano gli occhi di Maurice: «Don Luigi, prete di frontiera, di strada, sapeva stabilire un rapporto "politico" alla pari con l'ultimo dei barboni rompiscatole come con il primo leader di partito o il principe. Con loro parlava alla pari, senza problemi. E da loro, allo stesso modo, riusciva a tirare fuori il meglio e a valorizzarlo. Anche qui è la sua grandezza: valorizzare al meglio tutti, compreso chi è scartato dal mondo».
    Bignami continua, senza che quella luce negli occhi si spenga. «Sai, questo non lo so con certezza, ma io non escludo affatto che avesse rapporti anche coi suoi avversari politici più noti, duri e incalliti. Perché davvero nel bene e nel male non guardava in faccia a nessuno, e per ottenere quanto gli sembrasse giusto trattava con chiunque, fosse anche il "peggiore" uomo o il "peggiore" politico. Don Luigi poteva permetterselo, perché aveva un'onestà e un carisma straordinari».
    Nessun problema con gli ultimi, dunque, come neppure con i primi: «Chiamava il presidente della Repubblica, se ne aveva bisogno: alzava il telefono e faceva il numero di Oscar Luigi Scalfa-ro. O quello del Prefetto di Roma, del capo della Polizia o di chi vuoi. Non solo per le grandi necessità, ma anche per quelle piccole e materiali. Don Luigi chiedeva favori e anche, sì, raccomandazioni: mai per sé, ma per i poveri. Per il barbone incontrato sotto casa o l'immigrato della Pantanella».

    Padre Bachelet
    Metà degli anni Ottanta. Rebibbia. Il terrorismo sembra ormai sconfitto, ma il suo piombo è ancora caldo, come il fiume di sangue innocente versato.
    «Noi [alcuni fra gli ex terroristi detenuti, n.d.r.] stavamo organizzando una serie di convegni nella Sezione penale del carcere - racconta Maurice - sulla democrazia, la politica e i giovani. Cominciammo a chiamare anche esponenti politici di ogni partito, uomini della cosiddetta società civile, uomini di cultura ed esponenti religiosi». Andò, abbastanza per caso, anche don Luigi chiamato da suor Teresilla, come avevo accennato all'inizio: entrò a Rebibbia a parlare in qualità di direttore della Caritas di Roma. E da lì nacque una nuova stagione.
    «Alcuni di noi, dopo la fine del suo intervento, andarono a parlare con lui di problemi più intimi, più personali, più spirituali». Fra questi c'è Maurice Bignami.
    Don Luigi lo invita subito a darsi reciprocamente del tu. Aggiungendo: «Guarda, io faccio meglio il direttore della Caritas. Se vuoi parlare con un uomo di "fede", che può aiutarti molto bene e più di me dal punto di vista spirituale e religioso, posso mandarti un prete mio amico, bravo, anzi bravissimo». Maurice gli rispose che ne sarebbe stato contento. Ma don Luigi non gli disse il nome.
    Pochi giorni dopo all'ex comandante militare di Prima linea, nell'aula delle visite, si presenta padre Paolo Bachelet, un gesuita: fratello di Vittorio, ammazzato il 12 febbraio 1980 a cinquantadue anni dai brigatisti rossi. È geniale, don Luigi. Geniale veramente.
    «Tu non sai quanto bene voglio a padre Bachelet - ricorda Maurice, usando il presente - e quale bellissimo rapporto ho avuto anche con lui finché è morto».

    Dissociazione
    Sempre in quegli anni nasce e si sviluppa un rapporto anche fra don Luigi e diversi ex terroristi a Rebibbia: lui non si rassegna mai a dare per «persi» gli uomini. Neppure stavolta: «Pensaci -mi dice Maurice - credi che fosse facile, in quegli anni, anche solamente venire a parlare con noi?». Infatti le vicende della Caritas romana con gli ex brigatisti sono forse quelle che creeranno le maggiori polemiche intorno a don Luigi.
    Lui però non molla. Continua imperterrito a tessere quel rapporto. Al punto che gli ex terroristi in carcere lo "coinvolgono" in un loro progetto.
    «Noi, a quei tempi - spiega Maurice, riferendosi ora al 1987 - portavamo avanti la battaglia sulla dissociazione, per la fine della lotta armata, cercavamo d'impegnarci perché si risolvessero dal punto di vista politico-giudiziario gli anni di piombo»: ci si sarebbe dovuti arrivare soprattutto attraverso una legge.
    «Ricordo che l'articolo 1 del testo che stavano preparando in Parlamento prevedeva l'ammissione delle proprie responsabilità: le proprie, non quelle altrui. All'inizio su questo eravamo un po' titubanti, poi in realtà ho capito che il legislatore aveva perfettamente ragione. Quell'ammissione fu l'inizio di un percorso che non so se mi avrà potuto salvare l'anima, ma la coscienza certamente sì».

    In Francia
    Nel frattempo in Francia erano fuggiti ex terroristi a centinaia, trovando l'appoggio del governo socialista, spesso con la moglie e anche posti di lavoro non esattamente di secondo piano (come docenze universitarie...): proprio questi ex terroristi chiedevano agli antichi «compagni» d'impegnarsi quanto potessero per farli rientrare in Italia, evitando però di far loro prendere trent'anni di galera o l'ergastolo o quanto meno di finire nelle carceri speciali, dove avrebbero rischiato la pelle (lo stesso Bignami stava per essere ucciso con un laccio intorno alla gola).
    Viene così messo in piedi un progetto di «ripescaggio» per alcuni dei latitanti in Francia. «Don Luigi andò a Parigi due o tre volte a trattare con loro», in una operazione da servizi segreti, o quasi, e dopo che gli ex terroristi avevano ricevuto il «via libera» dal ministero dell'Interno e da quello di Grazia e Giustizia.
    Nella sostanza l'accordo è più o meno in questi termini: gli ex terroristi in carcere offrono alcune garanzie sui loro compagni («Li convinciamo a tornare e loro rientrano per non scappare più»), lo Stato ne concede in cambio altre («Non li metteremo nelle carceri speciali, dove" - aggiunge Maurice - "li aspettava il tritacarne, e non scherzo: proprio il tritacarne, quello vero»).
    Don Luigi parte e a Parigi sicuramente parla con Toni Negri e altri ex leader di Potere operaio. Il progetto però dà frutti scarsis-simi: «Loro si resero conto - dice Maurice - che comunque il carcere avrebbero dovuto farlo. E allora quasi tutti, a parte alcune figure di secondo piano, scelsero di restare in Francia».
     
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