Maurice Bignami    Gli uomini eguali    
Maurice Bignami    Gli uomini eguali    
Forse vero non è; ma un giorno è fama che fur gli uomini eguali,
e ignoti nomi fûr plebe e nobiltade.
(Parini, Il mezzogiorno, 250-52, da Il giorno)
Biografia

Gli uomini eguali
© Edizioni Bietti 2005
 
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    Maurice Bignami

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    Viaggio nella città del secolo scorso dove Torquato sognava di piantare la bandiera rossa in Saragozza
    Bignami e quella storia partigiana
    La vita di un comunista bolognese raccontata dal figlio ex terrorista
    di Luca Sancini

    «Uno scherzo infantile, la scommessa di un bambino, si erano trasformati in quel giorno di maggio del 1921, in un’azione antifascista». Il bimbo che fece la scommessa, piantare un drappo rosso sopra un albero per il Primo maggio, facendo infuriare i fascisti del quartiere Saragozza, era Torquato Bignami, detto Patateina, il protagonista del romanzo “Gli uomini eguali”, in libreria edito da Bietti, che il figlio Maurice, ex militante bolognese di Prima Linea negli anni ’70, ha scritto, raccogliendo i materiali del manoscritto paterno e riflessioni sulla generazione della lotta armata.
    È la storia di Patateina, scomparso nel 2000 a 90 anni (e il racconto parte da lì, dalla fine: «Mio padre sta morendo in un letto d’ospedale… Non gli va giù, ne sono certo, di non potersela giocare ancora, la vita»): il libro, come “romanzo” di un ex terrorista, è già stato presentato sulle pagine nazionali di Repubblica, domenica 29 gennaio. Resta da indagare l’altra faccia della storia, il lato bolognese, che scorre tra i giochi di bambini nelle stradine attorno a via Turati, nelle case costruite per gli operai nel rione “Maccaferri”, e i prati di via del Ravone. Ma si cresce in fretta, se punge il senso di giustizia, e così sarà per Bignami padre, che dopo una carriera da “fattorino” dal macellaio Tugnoli e dal barbiere Faccani in via Saragozza, per guadagnare i primi “soldini” da investire in caramelle e fumetti, scopre la fabbrica e i comunisti.
    E così il Pci bolognese, con i “covi” come il bar Mantova in san Felice e il bar Romolo, e i giovani militanti che saranno poi dirigenti coraggiosi come Mario Peloni, Modesto Benfenati, Nino Venzi, Linceo Graziosi, che rivivono nel racconto di chi, di quel partito, ne fu un militante difficile, sempre sul filo dell’eresia.
    «Il racconto di mio padre è una storia di famiglia e un’incursione corsara nelle tragedie del Novecento» scrive Maurice Bignami, e pure un modo per rivivere una Bologna sotto il Fascismo, che non rinunciava però alle balere, agli amori giovanili, agli scherzi da bar. Con gli amici “Titolla”, “Breg longhi”, “Schec”, sopranomi da risata, prima che arrivasse il tempo dei nomi di battaglia, per evitare l’arresto e la morte. Perché in questo romanzo si ritrovano anche le stanze di Palazzo d’Accursio, come sede della squadra della polizia politica, con i pestaggi feroci e le torture riservate agli antifascisti.
    Ci sono poi le fabbriche, la Weber e la Ducati, da dove prese le mosse, con gli scioperi operai, la Resistenza. Quella fetta di vita di Patateina, che gli riserverà il ruolo di vice comandante partigiano agli ordini di “Armando”, alla guida della repubblica di Montefiorino nell’estate del 1944. E pure le disillusioni alla fine della guerra, con l’esilio in Cecoslovacchia e poi in Francia, perseguitato come ex partigiano. Ma con Bologna sempre nel cuore, come ricorda il figlio Maurice: «Tornammo e mio padre sognava di riprendere le scorribande fuori porta e ritrovare gli amici perduti –  scrive Bignami – Nel 1964 il Pratello pareva ancora quello di una volta, con le professioniste che si acconciavano alla Moira Orfei, i ladri fieri del mestiere e le vecchie osterie, come Ghiton e “al Tragg”, col vino ignorante e il campo da bocce in cortile». Non fu così, per l’ennesima disillusione di Patateina, che sognava ancora di piantare la bandiera rossa più su, dove nessuno potesse prenderla.

    La Repubblica, 31 gennaio 2006
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