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da il foglio del 16 settembre 2006 Ma la scienza occidentale ha peccato di hybris, e si è così avviata al suo declino Il divorzio dell’islam dalla scienza è palese Ha colto nel segno David Frum osservando
che l’analisi di Papa Benedetto
XVI della natura del jihadismo è molto
più radicale di quella di George W. Bush,
che lo considera un aspetto degenerativo
recente dell’islam, mentre per il pontefice
deriva dalla stessa teologia islamica.
All’incalzare dell’attualità Benedetto XVI
ha risposto con una lezione magistrale
che è andata alla radice dei problemi e
ha centrato le questioni fondamentali:
che cosa caratterizza la civiltà europea e
occidentale; perché l’islam ha seguito un
percorso divergente; in che senso l’occidente
sta distruggendo se stesso.
La tradizione monoteista ebraica e poi cristiana rompe con la visione del mondo antico che concepisce natura e divinità come un tutto unitario. Essa divide il mondo in due: natura e uomo da un lato, e Dio trascendente e infinito dall’altro, così ponendo i fondamenti della concezione morale. Ma subito si adopera a riempire l’abisso tra Dio e l’uomo ricercando le vie per riattraversarlo, nella convinzione della corrispondenza tra la sfera divina e la sfera umana. Ebraismo e cristianesimo sono uniti dall’esigenza di rispondere alla grande questione della presenza di Dio nel mondo e del rapporto tra Dio e l’uomo, anche se si dividono sulla risposta. Condividono l’idea che il rapporto tra Dio e uomo si fonda sul “logos”, che è ragione e parola, come dice il Papa. La frase “In principio era il logos”, del Vangelo di Giovanni, coincide con l’idea ebraica secondo cui la creazione è un atto linguistico. I percorsi di queste teologie sono sostanziati da un dialogo incessante con il pensiero greco. È la tendenza che culmina nel progetto rinascimentale di costruire una visione dell’uomo basata sul messaggio cristiano, sull’ermeneutica ebraica e sul pensiero greco e in cui Atene diventa un distretto di Gerusalemme. Il Papa sostiene che la dottrina musulmana si è estraniata da questo percorso, affermando il carattere assolutamente trascendente di Dio, la sua estraneità totale all’uomo e alla sua ragione: “Dio non è legato neanche dalla sua stessa parola e niente lo obbliga a rivelare a noi la verità”. Le miserie culturali del “politicamente corretto” ostacolano l’approfondimento delle radici di questo divorzio dell’islam dall’occidente, dopo qualche secolo di dialogo con il pensiero greco. La natura e la necessità E’ un divorzio evidente sul terreno della scienza, cui pure l’islam ha dato nel primo medioevo contributi fondamentali, e che si riassume nella sconfitta del pensiero di Averroè da parte della teologia di al Ghazali. Per quest’ultimo la natura non aveva alcun carattere di necessità, ed era impossibile parlare di leggi naturali: la volontà divina può spezzare in qualsiasi momento l’ordine del cosmo, che è volontario e non obbedisce ad alcuna norma. In tal modo, la conoscenza scientifica del mondo è esclusa perché il mondo non ha alcun carattere oggettivo, neppure al livello dei fenomeni inanimati più lontani della coscienza. Affermando invece l’idea che la ragione umana è partecipe del disegno divino si sono poste le basi per gli sviluppi straordinari della conoscenza e della tecnologia nell’ambito della civiltà occidentale. Ma l’oggettivismo è andato troppo in là, con un peccato di hybris che ha incluso ogni forma di conoscenza nella scienza della natura e ha ridotto la ragione alla razionalità scientifica. In tal modo, l’occidente ha eroso le basi stesse della sua grandezza e ha aperto la via a un declino drammatico. Verranno le solite accuse al Papa di oscurantismo antiscientifico. A me pare che le sue parole riecheggino quanto scriveva un grande filosofo razionalista, Edmund Husserl – e se qualcuno dirà che anche lui era un oscurantista si accomodi, non c’è limite al fanatismo – quando diceva che il positivismo ha decapitato l’idea di ragione escludendo da essa problemi cruciali come quello dell’immortalità, della libertà e, infine, di Dio “in quanto fonte teleologica di qualsiasi ragione nel mondo, del ‘senso’ del mondo”. Nel 1935, a una vigilia di eventi drammatici non molto diversa dall’attuale, Husserl osservava che la crisi europea aveva due sbocchi: il tramonto, “nell’estraniazione rispetto al senso razionale della propria vita”, o “la rinascita attraverso un eroismo della ragione capace di superare il naturalismo”. “Combattiamo – egli diceva – in quella vigorosa disposizione d’animo che non teme nemmeno una lotta destinata a durare in eterno; allora dall’incendio distruttore dell’incredulità, dal fuoco soffocato della disperazione per la missione dell’occidente, dalla cenere della grande stanchezza, rinascerà la fenice di una nuova interiorità di vita e di una nuova spiritualità”. Giorgio Israel
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