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da Avvenire
del 4 luglio 2008 L'"inferno" di Green di Fulvio Panzeri |
Dieci anni fa, nell'agosto del 1998, quasi centenario (aveva 97 anni ed era di origini statunitensi) moriva Julien Green, uno dei più importanti scrittori francesi del Novecento, protagonista di quella stagione unica di riflessione sul tema del male in rapporto al destino dell'individuo, insieme a Georges Bernanos e a François Mauriac, che trovava una corrispondenza ampia anche nel rapporto con i grandi pensatori a loro contemporanei. Basti rileggere che cosa aveva scritto Jacques Maritain: "La mia ammirazione per Julien Green è sconfinata. Trovo meraviglioso che un americano sia il più grande scrittore del nostro tempo ", ma anche la lettura che dei suoi primi romanzi fa un altro grande del calibro di Walter Benjamin. È questo uno dei punti di forza della riproposta del suo capolavoro, da parte di Longanesi, per ricordare l'annivversario, Leviatan (pagine 276, euro 17,60), uscito in prima edizione in Francia nel 1928 e tradotto in italiano da un grande poeta del nostro Novecento, Vittorio Sereni. Traduzione ormai classica, di grande forza, che restituisce quel vigore e quella fermezza di racconto che contraddistinguono le opere di Green e che non poteva che essere affidata ad un poeta visto che Carlo Bo, il critico italiano che maggiormente ha seguito quella insuperata, per forza morale e dialettica tra il senso della finitudine umana e la scintilla della grazia, stagione letteraria scrive: "Non sono molti i libri che possono rivendicare con tanta autorità la semplice e imperscrutabile ragione della poesia. Il Leviatan di Green è uno di questi". Un romanzo tutto da riscoprire che nonostante abbia ottant'anni, come tutti i grandi capolavori, non mostra una crepa rispetto alla sua granitica tenuta e, anzi, viene riscoperto anche dalle nuove generazioni di scrittori, quelli che amano il 'nero', gli abissi dell'anima. Inaspettamente infatti è uno dei libri consigliati da Luca di Fulvio, giallista, che lo definisce "un romanzo cupo che risente in tutto e per tutto, come spiegato dalla nascita dell'autore, di due tradizioni lontane fra loro, quella europea del realismo psicologico e quella del gotico americano, soprattutto del sud, e in particolare di Edgar Allan Poe". Letture diverse che mettono in rilievo l'attualità della lezione di Julien Green, di questo suo mondo, in cui si muovono personaggi che vivono la cecità delle loro passioni, dall'amore del protagonista, Guèret, per una giovane lavandaia, all'irrefrenabile curiosità della signora Londe, fino ai desideri di rivalsa dell'anziana signora Grosgeorge: ognuno vive in una condizione di prigionia, sente il mondo come un luogo chiuso da cui è impossibile vedere la luce. Il finale è emblematico in questo senso, nella visione della morte come liberazione: "Il mondo svaniva come un brutto sogno; della vita di quaggiù restava solo il dolore che ancora le martoriava le carni e anche quel dolore si faceva più sordo, gli ultimi vincoli si spezzavano". Ha ragione Walter Benjamin quando sottolinea che "nella sconsolata stereotipia di tutti i momenti veramente fatali questi personaggi stanno davanti al lettore come una figura dell'inferno dantesco nell'irrevocabilità di un'esistenza dopo il giudizio universale". E aggiunge, sottolineando un altro importante parallelo: "Come Pascal che nel cielo stellato non incontrava che un deserto di silenzio eterno, così al grande conoscitore del destino, a questo scrittore, nella perfetta concatenazione dei destini che sonda, non si manifesta che il desolato abbandono di tutte le creature". Restano solo loro e le loro passioni cieche, dalle quali non riescono a liberarsi, sullo sfondo di paesi perduti nel tempo, in una vita quotidiana quasi atrofizzata e fuori moda. Con una nostalgia di infinito, ma al contempo l'impossibilità di attraversare quel mistero che sembra richiamare le loro anime: "Era sempre avvertita del mistero che, d'altra parte, non sarebbe mai riuscita a penetrare da sola. Ciò assomigliava a una beffa del destino, poiché una completa oscurità le avrebbe concesso, se non la felicità, almeno la tranquillità dell'ignoranza. Così invece non era permesso alla sua passione di assopirsi". Per Benjamin questa impossibilità a trovar requie rispetto all'impeto delle proprie passioni deriva da "un nuovissimo vizio, infernalmente moderno, l'impazienza" che agita le anime dei personaggi di Green. E spiega: "La passione non pecca soltanto contro i comandamenti di Dio, pecca anche contro l'ordine naturale. Ecco perché risveglia le forze distruttive di tutto il cosmo. Ciò cui il passionale va incontro non è tanto la punizione divina, quanto la rivolta della natura contro chi turba la sua pace e sfigura il suo volto. Il destino profano della passione si compie attraverso la passione stessa". Miglior introduzione non poteva avere la riproposta di questo capolavoro, una lettura che mette a confronto analisi del pensiero e critica letteraria, nonché il fondamento teologico di un mondo di patimenti e di desolazioni. Anche Benjamin che pure cita altri libri importanti di Julien Green come Adrienne Mesurat, definisce il Leviatan come il libro più maturo dello scrittore, in quanto "ha operato la distruzione di chi patisce in un intrigo meno intimo ma più deciso". Così per il pensatore tedesco se "Proust evoca l'ora magica dell'infanzia, Green fa ordine nei nostri più remoti terrori". E dagli intrichi di dolore dei suoi personaggi giunge al lettore l'immagine contemporanea della memoria di Cristo: "Nel domicilio sgomberato dell'infanzia egli scova e raduna tutte le tracce lasciate dall'esistenza dei nostri genitori. E da quel monte di dolore e di orrore che ne risulta viene a noi il loro cadavere insepolto, improvvisamente così trafiggente come il Corpo secoli or sono, a marchiare il devoto con le sue stigmate". |
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