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da il foglio del 19 settembre 2006 Nel mondo alla rovescia in cui viviamo lo abbiamo lasciato solo. Male Il Papa difende il diritto di parola. E i laici? Cari maestri laici, liberali, radicali e libertari,
cari Giustizia e libertà, cari indignati
in punta di penna, cari cultori della
società aperta, cari gobettiani, cari voltairiani
e affini, cari “disapprovo quello che
dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto
a dirlo”, cari “serve il dialogo”, dove
siete? Ancora in coda di ritorno da Capalbio
o da qualche convegno vicino a Harvard
sulla società aperta? Per questo non vi accorgete
di che cosa sta accadendo? Stanno
uccidendo, anzi, si sta suicidando la libertà
di pensiero e di parola, e il silenzio assenso
liberale e libertario sta scavando la fossa.
Perché era ovvia una ribellione come un sol uomo, l’homo liberalis che rompe le catene della censura e dell’autocensura, di fronte a quel che succede, invece nulla. Certo, non è facile trovare chi sia disposto a bere la cicuta pur di difendere la propria e l’altrui libertà di espressione, ma contro ogni tipo di censura, diretta e indiretta, non sono mancati negli ultimi anni i girotondi, i digiuni, gli appelli, i controappelli, le lectio magistralis. Adesso invece non si trova quasi nessuno pronto a ricordare il primo emendamento della Costituzione americana, l’articolo 21 della nostra, la Magna carta, pur di ricordare, illuministicamente, che tutto inizia con il verbo. Anche per noi laici no?, almeno così ci hanno insegnato per anni: tutto inizia con la libertà di pensiero e di parola. Invece ora tocca, a noi allievi laici, vedere che resta soltanto il Papa professore a difendere quell’inizio, il principio di quel cammino verso la libertà che prende avvio dalla più intima delle caratteristiche dell’individuo, il pensiero, e continua – secondo passo – nella sua prima manifestazione sociale, la parola? Come si fa poi a dialogare se non possiamo parlare? Se io non ho libertà di pensiero e di parola, come posso dialogare con chicchessia? Se la mia parola ottiene in risposta rivolte, uccisioni, violenza, non è già questa la dimostrazione dell’impossibilità di un dialogo sincero? Da quando il laicismo è diventato un’ideologia e non coltiva più nemmeno quel che dice di voler sempre coltivare, il dubbio, e un’ideologia per di più elegante perché corredata dallo stile politically correct si porta bene al ballo sul Titanic, si nutre di tic e fiacca la propria resistenza nella perdita totale di contenuti. Esempio. Un presidente di uno stato dice che un altro stato va cancellato e che l’Olocausto è un mito, ma va capito, interpretato, incontrato (vedi Prodi), ben che vada ignorato, perché l'occidente liberale deve essere liberale. Bene. Poi un Papa professore spiega la radice comune della fede e della ragione (la parola appunto, la libertà di parola dunque), accettando così come interlocutore qualunque morale, anche quella laica, purché non scelga la violenza, in quanto la violenza è irragionevole, e il coro che si sente non è di difesa della libertà, ma di comprensione, se non di sottoscrizione, come nel caso del New York Times, delle ragioni dell’islam più o meno radicale che si è sentito offeso. Male. Nel mondo alla rovescia, nella solitudine intellettuale di chi difende esercitandola la libertà del verbo, possibile che l’ultimo difensore forte dei principi super laici sia il capo della chiesa? Possibile che quasi nessuno riconosca nella mancanza d’indignazione per una libertà che stiamo perdendo, qui da noi, la prova che il divenire ideologia del mondo liberale ne ha minato le fondamenta? Possibile che l’idolatria per il vitello laico abbia come primo effetto la fine del primo diritto laico, quello di parola, sgozzato per strada con Theo van Gogh ad Amsterdam? Possibile che quasi nessuno urli che in questione non c’è tanto e solo quel che il Papa ha detto, ma il diritto a dirlo? Daniele Bellasio
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