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da L'Occidentale
del 14 settembre 2008 Omicidio Calabresi Se Sofri difende la "moralità" degli assassini di Stefano Borselli e Leonardo Tirabassi |
Le esternazioni di Adriano Sofri pubblicate sul Foglio l'11 settembre hanno provocato un comprensibile sdegno così generale da, in qualche caso, offuscarne la comprensione: sono stati i commenti di Michele Brambilla e Maurice Bignami, pubblicati entrambi dal Giornale, a coglierne con maggiore efficacia e forse in modo definitivo, la delirante logica. Vale forse ancora la pena, però, analizzare in dettaglio due punti del discorso di Sofri. "Il tempo che passa, il rimpianto buono e la cattiva viltà hanno trasformato tutto ciò che avvenne in quegli anni in un'inconcepibile e infame demenza, le firme lucide o sventate di centinaia di personalità rispettabili o famose, e a volte sia rispettabili che famose, in un caso di follia collettiva, magari ai loro stessi occhi. Nel 1998, non nel 1971, Norberto Bobbio commentò il fatto che io avessi deplorato presso la signora Gemma Capra contenuti e tono della campagna di Lotta Continua contro Calabresi come un effetto di indebolimento della mia tempra prodotto dal carcere, e difese le ragioni del famigerato appello". Qui Sofri afferma due cose: la prima è che non è vero che "tutto ciò che avvenne in quegli anni" fosse "follia collettiva", la seconda è che anche l'integerrimo maestro Norberto Bobbio (una tempra morale superiore a quella di Sofri medesimo), la pensava così. A Sofri non passa per la mente che Bobbio potesse più meschinamente essere preoccupato della crescente esecrazione per l'appello contro Calabresi che aveva firmato, per la semplice ragione che se ne vergognava. Come fu obbligato dalle circostanze a confessare poco tempo dopo a proposito della sua gioventù: "ero fascista coi fascisti, antifascista con gli antifascisti", sono parole di Bobbio del 1999, un anno dopo il colloquio con Sofri. Nella maturità Bobbio (come Sofri ha più volte scritto, è difficile essere da vecchi migliori di quando si era giovani) non sarà il Raymond Aron italiano, al contrario civetterà con tutte le mode del momento. Racconta Andrea Casalegno, ne L'attentato, che col professore torinese si laureò: "Althusser era un pensatore coerente. Convinto che «la storia non la fanno gli uomini, la fanno le masse», abolì del tutto il termine «uomo», sostituendolo con la parola «supporto»: gli uomini non sono che i «supporti» dei rapporti di produzione. Poulantzas applicava rigidamente al diritto le idee di Althusser. Espressi a Bobbio le mie riserve, ma lui osservò, giustamente irritato, che non potevo pretendere di applicare al diritto il pensiero di Marx mettendo subito da parte l'unico giovane filosofo che si occupava seriamente dell'argomento". Lo stesso Bobbio che si indispettiva con gli allievi di Augusto Del Noce. È famoso l'episodio di quando gettò in terra, platealmente indignato, la tesi su De Maistre del giovane Alfredo Cattabiani. Cattabiani aveva fatto quella tesi per Augusto Del Noce, lui sì l'Aron italiano, l'organizzatore culturale che faceva tradurre ad un oscuro operaio, Mario Marcolla, i primi testi del grandissimo Eric Voegelin o di Augustin Cochin. Ma a Bobbio non interessava Voegelin, interessava il "serio" Poulantzas. Non è una rilettura di comodo, quegli anni, come gli osservatori non ubriacati dal clima già all'epoca scrivevano, furono davvero tutti all'insegna della follia: non ci fu giornale, compreso il democristiano Popolo, che non parlasse bene della mostruosa Rivoluzione Culturale cinese. Vediamo ora il secondo passo, decisivo: "L'omicidio di Calabresi – che è responsabilità di chi lo commise, e non di chi firmava appelli contro una sconvolgente vicenda di terrorismo di Stato e di omertà istituzionali – fu l'azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca. [...] Non rinuncerei, se non per ipocrisia o per indulgenza verso me stesso, a dire che le persone che si spinsero a tradurre nei fatti le parole che con tanti altri pronunciavano (e le nostre furono parole accanite di violenza, benché mai di terrorismo, perché un confine c'era) poterono, allora come in altri frangenti della storia, essere delle migliori.". Come tutti hanno capito qui Sofri in sostanza dà ragione a Giampiero Mughini che nell'agosto 2001 espresse l'opinione che il racconto di Leonardo Marino fosse vero, tranne che sulla conferma ricevuta da Sofri, conferma che invece non ci fu. All'epoca Sofri attaccò Mughini, per la verità con una certa eleganza (il figlio Luca più scompostamente) ora evidentemente fa marcia indietro: parlando della moralità degli attentatori al commissario Luigi Calabresi ammette implicitamente di conoscerli, e il rasoio di Occam ci proibisce di pensare come probabili altri personaggi che non siano quelli emersi al processo. In tutta questa parte del suo argomentare Sofri tiene un piano morale alto e a nostro avviso è su questo piano che ha diritto ad una risposta: sì, può avvenire, è avvenuto, che persone "non malvagie" possano arrivare ad uccidere per una idea di giustizia retributiva, insomma per vendetta, o per lottare contro una tirannia. Sì, anche i migliori possono tirare il sasso, ma non si è migliori a vita, per destino, perché si parla bene o si è intelligenti o normalisti o di sinistra. Gli antichi raccomandavano "non dire uno felice finché non è morto", vale anche per "migliore". I migliori, tirato il sasso, non nascondono la mano, rendono omaggio alla verità anche se pesa. Il duro fatto che Sofri non vuole accettare è che, fosse vera l'ipotesi di cui sopra, dei tre condannati per omicidio l'unico "migliore" alla fine risulterebbe Leonardo Marino. E questo deve essere presente nella mente di Adriano che in qualche modo pensa forse a rendere tutti "migliori" proprio col suo sacrificio di sostituzione, come ha lucidamente compreso Michele Brambilla: "Non ho prove, ma credo che Sofri abbia preferito il martirio personale al racconto della verità. Meglio sprofondare con gli amici che far la figura del delatore; meglio stare in carcere da innocente che distruggere la creatura che fu ed è tuttora il senso della sua vita. Anche qui non ho prove: ma ho l'impressione che l'articolo sul Foglio sia, per chi sa e capisce, rivelatore, con quella inedita ammissione sulla paternità dell'omicidio da parte di estremisti di sinistra (tratteggiati da Sofri con indulgenza e affetto) e con quella rivendicazione di responsabilità totale per ciò che uscì da Lotta Continua («anche quando la mia responsabilità personale fu nulla e così quella penale»). In questo immolarsi di Sofri non c'è nulla di eroico, né di nobile. C'è un ego smisurato, una concezione totalmente autoreferenziale della morale. C'è un malinteso senso di onestà verso gli amici, c'è la convinzione che le colpe non vadano espiate consegnandosi a uno Stato che si ritiene almeno egualmente colpevole. Se Sofri, come sospetto, è innocente ma non racconta ciò che sa, il suo è un grave peccato di orgoglio. È anche un peccato contro la verità – di cui la famiglia Calabresi innanzitutto avrebbe diritto –: non meno grave, a questo punto, di un omicidio di tanti anni fa". |
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