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da Tempi
del 13 ottobre 2008 Tra persecuzioni, violenze e conversioni forzate, i fondamentalisti indù hanno fatto dell’Orissa un teatro dell’orrore. Ormai l’eccidio è diventato stillicidio quotidiano Il pogrom anticristiano di Rodolfo Casadei |
«Bajrang Bali Ki Jai, Yesu Christi Murdabada! Hail Lord Hanuman!». «Distruggete tutto, eliminate Gesù Cristo! Viva il Signore Hanuman!». Il grido di battaglia degli estremisti indù continua a risuonare per le strade e i villaggi dell’Orissa, mentre le case e le chiese dei cristiani sono date alle fiamme e le persone malmenate e uccise come alla fine di agosto. L’unica differenza è che adesso i titoli sui giornali europei sono più piccoli e che l’eccidio si è trasformato in stillicidio quotidiano. Il 7 ottobre decine di case sono state assaltate e bruciate nel distretto di Kalahandi, adiacente a quello di Kandhamal dove il 23 agosto scorso è iniziato il pogrom anticristiano e dove l’8 ottobre, nel villaggio di Balligada, sono state incendiate 25 case; nella notte fra il 2 e il 3 ottobre un padre e suo figlio sono stati uccisi e fatti a pezzi a colpi di ascia fra le rovine della loro casa, bruciata dagli assalitori qualche giorno prima insieme a 400 altre nel distretto di Boudh. Non passa giorno senza che il bilancio si aggravi. A metà di ottobre il bilancio delle distruzioni e delle perdite umane elenca oltre 5 mila case bruciate, 178 chiese e strutture ecclesiali distrutte, 61 morti e 18 mila feriti, 13 scuole e centri sociali saccheggiati e danneggiati, 50 mila senza casa di cui 20 mila raccolti in campi profughi e 30 mila rifugiati nelle foreste (dove infuria la malaria, che ha già causato decessi fra cui quello di una suora). La folla selvaggia di militanti di Sangh Parivar (una delle formazioni indù radicali) gridava «eliminate Gesù Cristo, viva il Signore Hanuman» anche il pomeriggio del 25 agosto, quando ha fatto irruzione nella struttura diretta da padre Edward Sequeira nel distretto di Bargarh. Hanuman è il dio scimmia, fedele e implacabile guerriero al servizio del dio Rama incarnazione di Visnù, la principale divinità del pantheon indù. Hanuman è colui che uccide il demone Mahiravana, esperto praticante di magia nera, e libera Rama e suo fratello che erano stati fatti prigionieri. Invece i coraggiosi seguaci del dio scimmia il 23 agosto scorso hanno ucciso bruciandola viva una ragazzina di 17 anni di nome Rajni Majh, hanno ferito gravemente il 58enne sacerdote che si è salvato per miracolo e distrutto l’orfanotrofio femminile che costui gestiva da quasi dieci anni. «Nell’India rurale molte ragazze non vengono mandate a scuola ma a pascolare il bestiame o come domestiche dai possidenti, e soffrono la fame», spiega padre Edward ricoverato in un ospedale di Mumbai. «Le famiglie mettono al mondo più figlie femmine nel tentativo di concepire un maschio. Rajni Majh era stata data in adozione perché prima di lei erano già nate sei sorelle. Ma quando hanno avuto figli loro, i genitori adottivi hanno cominciato a trattarla male, allora io l’ho presa con me. Era rifiorita subito ed era diventata la capocasa». A padre Sequeira sono rimaste nelle orecchie le urla di Rajni, respinta con badili e bastoni dentro all’orfanotrofio in fiamme dagli assalitori, punita per una conversione al cristianesimo mai avvenuta. «Era una ragazzina indù come le altre dell’orfanotrofio», piange. «Sono nell’Orissa da 25 anni, ho aiutato lebbrosi e orfane, ma non ho mai convertito nessuno». Con Lalji Nayak, invece, i killer non si sono sbagliati. Lo hanno torturato per costringerlo a rinnegare la fede e lui è morto da martire cristiano. Racconta padre Manoj Nayak, sacerdote della diocesi di Bhubaneshwar suo parente, che a Lalji gli assalitori hanno piantato un coltello nel collo e gli hanno intimato di rinunciare al cristianesimo. A ogni suo rifiuto la lama veniva spinta più profondamente nella ferita. Lo hanno abbandonato svenuto mentre un’emorragia lo dissanguava, senza avere ottenuto l’abiura che cercavano. Il 1° ottobre, due giorni dopo l’aggressione, Lalji Nayak è spirato in ospedale. Accanto a storie eroiche come questa, ci sono le storie tristi di chi è stato sottomesso. Come quel direttore di un ufficio postale, uomo rispettato e riconosciuto leader di villaggio per la sua educazione, catechista diocesano da trent’anni, che gli estremisti hanno costretto all’abiura e al ritorno all’induismo minacciando di ucciderlo a colpi d’ascia. «Anche se è trascorso più di un mese mio padre è letteralmente guardato a vista, è continuamente circondato di estremisti e non può fare nulla», confessa uno dei suoi figli. «La sofferenza della conversione forzata all’induismo è la tortura peggiore a cui è stato sottoposto». La questione delle conversioni è al centro della crisi presente. Laxmanananda Saraswati, il leader estremista indù il cui assassinio ha scatenato la caccia al cristiano, soleva dire: «Quanto prima i cristiani torneranno nella schiera indù, tanto meglio sarà per il paese». Forse per accelerare i tempi nel dicembre dello scorso anno aveva guidato un primo assalto che aveva provocato la distruzione di case e chiese e il ferimento di molte persone nel distretto di Kandhamal, che poi sarebbe tornato tristemente alla ribalta. Attorno alle conversioni nell’Orissa circolano cifre folli, di cui persino wikipedia si fa cassa di risonanza, indicando in 120 mila il numero dei cristiani nel distretto di Kandhamal, su una popolazione complessiva di 600 mila abitanti. In realtà i cristiani non sono il 20 per cento dei residenti ma poco più del 5 per cento, che è comunque il doppio della media nazionale: in India i cristiani, cattolici e protestanti considerati insieme, sono circa il 2,5 per cento dei 1.300 milioni di abitanti. Non c’è dubbio che il relativo successo dell’evangelizzazione prima fra i dalit (i fuori casta) e poi fra i tribali (i “pellerossa” dell’India) del distretto ha a che fare con le opere sociali attivate dalla Chiesa locale e dai missionari. Ma non nel senso della lusinga e dell’adescamento denunciati dai leader delle formazioni estremiste: Vishwa Hindu Parishad (Vhp), Bajrang Dal (Bd), Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss). Un credo che restituisce dignità «Sta diventando sempre più chiaro che dove i missionari cristiani operano, importanti cambiamenti sociali hanno luogo», dichiara il padre verbita Augustine Kanjamala, sociologo della religione con cattedra all’università di Mumbai. «Le persone si sviluppano, e cominciano a vivere ed agire con maggiore dignità come risultato della semplice educazione, anche soltanto quella di base. I tribali e i dalit non accettano più di essere usati come manodopera a basso costo nei campi. Il loro senso di dignità e la loro educazione gli hanno dato il coraggio di protestare contro il loro sfruttamento». Non sono i benefici materiali come tali che inducono alla conversione, anzi: «È vero il contrario», scrive il vescovo di Mumbai monsignor Agnelo Gracias. «Coloro che diventano cristiani rinunciano ai benefici che il governo riconosce alle caste disagiate, alle quote riservate per loro. Nonostante perdano così tanto, i dalit accettano di diventare cristiani!». La discriminazione contro i fuori casta, infatti, non è basata sulla legge (che afferma l’uguaglianza di tutti i cittadini, come nelle legislazioni occidentali) ma sulla pratica sociale connessa con credenze religiose. Lo Stato cerca di soccorrerli con misure di “discriminazione positiva”, che però non liberano la mente come l’educazione d’impronta cristiana. «Esistono leggi anti-conversione in cinque stati della federazione indiana», spiega monsignor Gracias. «Esse prevedono pesanti punizioni in caso di conversioni forzate od ottenute con lusinghe. Noi abbiamo sfidato pubblicamente i governi a portare prove su questi casi. Ma fino ad oggi, non un singolo caso di conversione simile è stato messo in luce». Padre Edward, il sopravvissuto dell’assalto all’orfanotrofio, denuncia la vera ragione delle reazioni indù: «Quando la Chiesa coscientizza le persone intorno alla propria dignità e le rende autonome, viene attaccata. I dalit e i tribali stanno diventando autonomi attraverso la nostra educazione, cominciano ad avere il potere di prendere decisioni. Ciò incontra opposizione e rigetto fortissimi da parte dei latifondisti locali, che non riescono più a sfruttarli come manodopera agricola a basso costo o nella forma del lavoro forzato». Quel che controbattono i cristiani, agli estremisti indù non interessa per niente. Il loro obiettivo continua ad essere quello di radicare nell’opinione pubblica l’idea che a uccidere il guru Saraswati sono stati i cristiani, nonostante i guerriglieri maoisti abbiano a più riprese rivendicato il crimine. Pare che l’Rss abbia diffuso una lista con 140 nomi di cristiani ritenuti responsabili della morte di Saraswati e cinque suoi collaboratori. Un vero e proprio elenco di bersagli da abbattere. Le forze dell’ordine, che finalmente si sono messe a fare il loro lavoro, dichiarano di aver arrestato da agosto ad oggi circa 1.000 persone coinvolte nelle violenze dell’Orissa. Le manipolazioni della propaganda Fra gli ultimi arresti spicca quello di tre maoisti considerati responsabili dell’uccisione di Saraswati, che ha innescato la spirale di distruzioni. Due di essi sarebbero di estrazione cristiana. Agli estremisti indù questo non basta. Hanno fabbricato un falso per suscitare la rabbia popolare contro i cristiani: minute di un consiglio pastorale dove sarebbe stata decisa niente meno che l’uccisione di Saraswati. Ad annunciare la sensazionale scoperta è stato il presidente nazionale di Jagaran Samukhya (Js), l’ennesima formazione ultranazionalista. Il testo, che porta le firme dei membri del consiglio pastorale della parrocchia di Betikola a Kandhamal, è delirante, ma l’effetto sul popolino è assicurato nonostante le smentite indignate già arrivate: «Su comando del nostro vescovo, abbiamo deciso che coloro che indulgono nelle attività sataniche, e si oppongono alla nostra espansione, siano offerti come sacrificio all’altare del Signore». Da notare che la parrocchia di Betikola è una di quelle saccheggiate durante le sommosse e i cui archivi sono stati effettivamente trafugati; e che la parola “sacrificio” che appare nel testo non è lo stesso termine che i cristiani usano nel linguaggio liturgico, ma è quello di uso induista. Tuttavia si può stare certi che questa mistificazione farà scorrere altro sangue. |
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