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da Avvenire
del 21 ottobre 2008

Paolo Dall’Oglio, il gesuita che dal 1982 anima in Siria il monastero di Mar Musa: «I cristiani di Mosul non sono bandiere da sventolare, ma fratelli da aiutare. Il primo passo è allearsi con quanto c’è di buono nel mondo musulmano. Coltivare gli amici»

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Questa sera alle 18 presso il Centro San Fedele a Milano – Sala della Trasfigurazione, piazza San Fedele, 4 – padre Dall’Oglio metterà a confronto la sua esperienza con quella dell’islam milanese, in un faccia a faccia con Paolo Branca intitolato 'Preghiera di minoranza. Cristiani in Medio Oriente, musulmani in Europa'. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1975, nel 1982, da una vecchia guida turistica della Siria, Dall’Oglio venne a conoscenza dell’esistenza di Mar Musa, monastero abbandonato da due secoli in mezzo al deserto, in cima a una montagna scoscesa, nei pressi della cittadina di Nebek, in Siria. È stato restaurato grazie alla tenacia del gesuita italiano, che vi ha fondato una comunità monastica di rito siriaco

di Giorgio Bernardelli
 

« Siamo sconvolti dalle notizie provenienti da Mosul. È uno shock tremendo: i cristiani di Mosul sono persone che hanno vissuto fianco a fianco coi musulmani per più di un millennio; pregano in arabo. Ora invece questa guerra li costringe a lasciare la loro città, le loro case, il loro lavoro».

Viene dal deserto della Siria padre Paolo Dall’Oglio. Dal monastero di Mar Musa, a un’ottantina di chilometri da Damasco. Lo scoprì diroccato nel 1982. E da allora questo gesuita romano lo ha riportato alla vita. Rimettendo a posto i muri, coinvolgendo mezzo mondo per recuperarne gli affreschi. Ma soprattutto facendolo rinascere come oasi di una preghiera che si propone di alimentare il dialogo tra cristiani e musulmani. È la storia che Guyonne de Montjou racconta nel libro-intervista Mar Musa. Un monastero, un uomo, un deserto, pubblicato in Italia dalle Edizioni Paoline (pagine 216, euro 14,00). Ma oggi – per questo gesuita che ha scelto di incardinarsi in una diocesi di rito siriaco – ogni riflessione su cristiani e musulmani non può che partire da Mosul.

«Sono stato lì un anno fa per predicare gli esercizi spirituali – ricorda –. Quanto sta succedendo è una sconfitta per tutti. Anche per l’islam. Persino al-Qaeda si dice estranea a queste violenze. Ed è possibile che sia vero. Come discepoli di Gesù abbiamo il dovere di una solidarietà intelligente con i nostri fratelli di Mosul. Dobbiamo evitare che la situazione politica internazionale crei le condizioni per uno sradicamento di queste comunità».


Che cosa intende per solidarietà intelligente?

«I cristiani di Mosul non sono bandiere da sventolare, ma fratelli da aiutare concretamente con una diplomazia discreta ed efficace. Come dice il Vangelo: 'Siate semplici come le colombe e prudenti come i serpenti'. Il primo passo è allearsi con quanto di buono c’è nel mondo islamico. Coltivare gli amici. Perché non dimentichiamolo: ci sono anche tanti musulmani che soffrono a causa di questa stessa situazione. Spesso sono proprio loro i primi a morire. E oggi rischiano di trovarsi stretti a tenaglia tra il fondamentalismo islamico e un certo Occidente che sta cercando di cogliere l’occasione per spogliarli della loro identità (oltre che di tante risorse economiche)»


In questo quadro la sua comunità – nel monastero di Mar Musa – vive il dialogo con il mondo musulmano a partire dalla preghiera secondo l’antico rito siriaco. Perché?

«Il monastero di Mar Musa è lì da quindici secoli. Faceva parte di una catena di luoghi dello spirito sulla riva del deserto che già prima dell’islam esprimeva l’attenzione del cristianesimo verso le popolazioni nomadi del mondo arabo. Sono sempre stati luoghi di incontro e di accoglienza. Anche dopo l’arrivo dell’islam: sono rimasti luoghi dove venivano a pregare sia i cristiani sia i musulmani. La nostra rifondazione, dunque, si inserisce in questo desiderio di andare incontro a ogni uomo. Nella consapevolezza che la relazione con Dio non nasce con la Chiesa. In questo è molto importante la nostra identità di monaci legati a una Chiesa orientale. È stato Giovanni Paolo II a sottolineare questa specificità. Sia nella lettera apostolica Orientale Lumen sia nel documento seguito al Sinodo del Libano ha indicato nel rinnovamento della vita contemplativa delle Chiese Orientali un’opportunità importante di dialogo con le altre religioni. Islam in primis»


Che cosa può dare una terra come la Siria a questo dialogo?

«Intanto ne approfitto per dire che la Siria è un posto da visitare, soprattutto in questo Anno paolino. Chi lo farà scoprirà un Paese di grande accoglienza, che ha dentro di sé una capacità atavica di dialogo. È un immenso parco culturale dove gli uomini si sono esercitati nell’arte dell’armonia, anche per motivi economici. Da sempre la Siria è un modello di incontro islamo-cristiano. Lo era stato anche con il mondo ebraico, prima delle vicende politiche degli ultimi sessant’anni. Ma non disperiamo sul fatto che anche questo versante del dialogo possa essere ritrovato»


Nel libro lei invita a guardare alla umma – la grande comunità musulmana unita – non come a una minaccia, ma come a un’opportunità. Perché?

«Noi cattolici dovremmo capirlo molto bene: sappiamo quanto ci dà fastidio vedere certi laici dialogare solo con quei due o tre tra noi che sono loro più congeniali. Il senso dell’unità che abbiamo dobbiamo applicarlo anche al nostro sguardo sui musulmani. Non dobbiamo puntare sulla divisione dell’islam, ma sulla buona salute della umma. Certo, senza essere irenici: il dialogo deve essere anche franco, esigente, per poter produrre un’interazione davvero felice»


E che cosa spera per questa umma?

«Nell’escatologia musulmana la giustizia ha una grande importanza. E non si tratta di una giustizia d’acciaio; è sempre intrecciata con la misericordia. Ecco, credo che ridare al diritto e alla giustizia questo spazio sia la grande aspirazione che l’islam deve ritrovare. Però c’è un altro aspetto da tenere presente: più i musulmani percepiscono solidarietà intorno a loro e più l’islam tende a diventare non violento; ad armonizzarsi con le aspirazioni più profonde anche di tutti gli altri. La storia mostra un’attitudine alla familiarità. Anche nel mondo di oggi non dovrebbe essere così difficile ritrovarla»

 

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