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da il foglio del 19 settembre 2006 Le "scuse" di Ratzinger sono in realtà una seconda lectio magistralis Dispiaciuto sì, ma per come l’hanno ascoltato
Come non accogliere l’accorato invito
di Benedetto XVI a leggerlo bene, a
interpretare con discernimento, calma e
saggezza il suo discorso? Un appello a tutti,
accorato ma risoluto: il Papa non si dichiara
dispiaciuto di quel che ha detto ma
dell’altrui ascolto, non si rammarica delle
proprie parole ma delle reazioni inconsulte
che hanno suscitato. Una lectio
più magistralis di quella di Regensburg, a
dire che nella qualità della lettura di testi
ed eventi sta il motore della civiltà.
Quando la lettura è audace e acuta, curiosa
e benevola, quando se ne trae un insegnamento,
individui e popoli si arricchiscono,
mentre in una lettura perbenista
e ostile, opaca e severa, si ristagna nella
rivendicazione, si fa gli offesi. Se non
per questo infantilismo perché mai il medioriente
– che per tanti secoli fu più rigoglioso
e tollerante dell’Europa – è così
malridotto?
Perché nel frattempo l’occidente è pervenuto a un grado accettabile di sviluppo spirituale e sociale, seminando il suo percorso di grandiose opere d’ingegno? Eppure di stragi e d’infamie gli europei ne commisero, ne commettono e ne commetteranno, eccome. Né il Vangelo fu di freno, tutt’altro: invece di essere preso a modello, più spesso fu stimolo e bersaglio per demoniche blasfemie, alibi e atroci sberleffi. Uno per tutti: l’imperatore che proclama il cristianesimo religione di stato è lo stesso che per una storia di “bighe pulite” fa massacrare l’intera popolazione di Salonicco. Eppure, nella tenebra quanta luce, quanto splendore! A cosa lo si deve? Alle radici grecogiudaiche? Dubito; gli storici sostengono che della radice greca a un certo punto gli europei avevano perso fin la memoria, e che se ne ricordarono proprio grazie alla frequentazione con gli arabi. Dicono che a promuovere la rinascita dell’Europa furono piuttosto i contadini che si misero in proprio, la ripresa del commercio e l’irruzione della finanza, il lobbismo delle corporazioni che ridimensionò la nobiltà di sangue, il sorgere delle università nonché l’invenzione dell’orologio, un’invenzione cristiana quanto nessun’altra: fu Gesù a spezzare l’eternità inventando il tempo. Il tempo e l’invenzione: procedendo con ritmo non ci si attarda a processare. L’origine conta, ma solo proseguendo il cammino la si onora, ci si onora; sennò è una mortificazione generale. Non il Corano è brutto, ma brutto è restarci avvinghiati, pensarlo una fine e non un inizio. Anche la Bibbia se eletta senza essere letta produce idiozia, quando invece dal testo più idiota osservato con curiosità si può trarre spunto: i mille libri ridicoli spulciati da Flaubert per il suo “Bouvard et Pécuchet” lo testimoniano. I popoli fedeli al Padre, abbarbicati alla sua parola, si addormentano e vegetano nella pigrizia psichica. Là dove non v’è eresia, lotta, infedeltà, vige la pace eterna, la morte. A un certo punto i musulmani si addormentarono nell’eden tra infelici urì, nel mentre i cristiani si svegliavano con il diavolo in corpo, e gli ebrei da tempo erano in movimento. Alla pax romana avevano preferito la cacciata, avendo così modo, nella difficoltà dell’erranza, di trovare la gloria, e il Padre. Proprio perché non si limitarono ad adorarlo e a servirlo non rinnegarono il Padre, ma lo incontrarono ovunque andassero, ciascuno in un suo fare. Non tradirono la Bibbia soggiacendovi, la tradussero in un fare audace, contrastando nel reale l’allucinazione di essere ebrei, l’atavica elezione che li esimeva dal conquistarsi ciascuno una propria singolarità. Essi fomentarono in occidente il pensiero, non a caso i regni e i regimi che volevano istaurare il pensiero unico – vale a dire la sua negazione – li cacciarono e perseguitarono. Pensare o credere. Credere non porta da nessuna parte. Credere nella resurrezione di Cristo non Lo fa risorgere, risorge invece Cristo quando Lo si pensa, risorge nei dipinti dei maestri rinascimentali ma anche nei libri di Giordano Bruno che come Lui perì per le proprie idee. Dio ama coloro che alla fedeltà preferiscono la fede; fede è avvertire che c’è altro, e ascoltarlo. Il Nuovo Testamento si spinge ben oltre il Vecchio. Il preferito del Padre non è più Abele che ammiccante gli sacrifica “gli agnelli primigeniti” – uno sberleffo a Caino, il primogenito, una minaccia di morte che scatenò il fratricidio preventivo (quante cose si scoprono leggendo senza paraocchi) – ma onorato è il Figliol Prodigo che torna al paterno ostello carico di racconti con cui arricchire anche il Padre, lesto a imbandire una mensa ove farsi a sua volta Figlio. Lo Spirito Santo accende il lume e sorride. Umberto Silva
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