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da Tempi
del 20 ottobre 2008 Lo fa la Spagna socialista, lo fanno gli istituti “rossi” lombardi. Insegnare l’italiano ai bimbi immigrati è il modo per accoglierli Chi parla di ghetto non è mai stato a scuola di Roberto Persico |
Il titolo è politicamente correttissimo: progetto “Incontri di culture”. A promuoverlo del resto è un pool di Comuni del sud-est di Milano, quasi tutti retti da amministrazioni rosse. Dietro al titolo, un’esperienza interessante: mediatori culturali messi a disposizione delle scuole del territorio per facilitare l’integrazione degli alunni stranieri. Compito primario, insegnare la lingua italiana. Come? Prendendo i piccoli immigrati, portandoli fuori dalle proprie classi, confezionando per loro lezioni ad hoc. Responsabile del progetto una tesserata Cgil. Discriminazione? Razzismo? Tutti sono contenti, nelle scuole della zona, i piccoli, le loro famiglie, i loro compagni – che li incontrano anche in momenti appositamente organizzati per superare le barriere dell’incomprensione linguistica – e le maestre che li affidano volentieri al facilitatore. Ancora una volta, la realtà batte l’ideologia a mani basse. Se si fa un giro per la scuola vera, le polemiche che hanno accompagnato l’approvazione da parte della Camera dell’ordine del giorno che impegna il governo a introdurre test per la verifica della conoscenza della lingua italiana prima di introdurre gli studenti nella scuola, e a organizzare sezioni apposite – dette “classi ponte” – per quelli che non superino i test, si rivelano per quello che sono: pura operazione di propaganda. Dove sono state tentate o realizzate attività serie per favorire l’integrazione degli alunni di recente immigrazione la linea è sempre stata quella: organizzare attività specifiche per chi ha bisogno di apprendere i rudimenti della lingua. A cominciare dalla celebre scuola di via Giusti, in piena Chinatown a Milano, dove già dalla metà degli anni Novanta sono stati inseriti i “mediatori culturali”, che durante le ore di lezione radunavano i piccoli insufficientemente alfabetizzati e dedicavano loro lezioni specifiche. «Il problema non è offrire agli studenti di recente immigrazione spazi propri», spiega a Tempi Gina Scarito, a lungo preside della scuola media Puecher-Colombo di Milano, che ha un tasso di stranieri intorno al 30 per cento. «Se vogliamo davvero offrire a tutti un vero apprendimento è l’unico sistema. Il problema sono piuttosto le rigidità della struttura che impediscono di farlo in modo adeguato. Anche noi avevamo previsto un monte ore da dedicare esclusivamente all’apprendimento dell’italiano come seconda lingua; ma era difficile realizzarlo, perché le rigidità dell’orario impedivano di trovare più di due o tre ore alla settimana in cui i ragazzi stranieri inseriti in diverse classi avevano tutti lezione di italiano e quindi potevamo portarli fuori e dedicarci appositamente a loro». Con un po’ di bricolage si arrangiano anche al professionale Bonifazi di Civitanova Marche, dove Domenico Bartolini, da anni responsabile delle attività di integrazione, è costretto a elemosinare dai colleghi le ore che hanno “a disposizione” (si tratta di ore in cui gli insegnanti sono appunto a disposizione per eventuali supplenze, ma che il più delle volte rimangono inutilizzate) per dare lezione di italiano ai numerosissimi stranieri. «La struttura è rigida – conferma Bartolini – ma il criterio è solo uno: dedicare ai ragazzi che non parlano italiano tempi e spazi per loro, altrimenti è una frustrazione per tutti, per loro, per gli insegnanti e per i compagni, che finiscono per emarginarli. È l’inserimento indiscriminato che alimenta tensioni e intolleranza, non l’accoglienza mirata». Con le classi ponte questo problema dovrebbe essere risolto, allora? «Sì – risponde il preside Scarito –, ma a condizione che non siano proposte in modo rigido. Una classe ponte deve essere un luogo di transito, in cui un ragazzo appena arrivato – perché solo di questi stiamo parlando, naturalmente, non di fantomatiche classi-ghetto in cui ammucchiare tutti gli “stranieri” – venga ospitato per il tempo necessario ad acquisire la funzionalità linguistica di base, necessaria perché l’inserimento nella classe di appartenenza sia fruttuoso. Un tempo che non può essere determinato a priori: per uno possono bastare due mesi, a un altro ne possono occorrere sei». L’autonomia prima di tutto Sul tasto dell’autonomia batte anche Mariella Ferrante, presidente di Diesse Lombardia, da tempo impegnata sul fronte dell’integrazione: «È giusto che lo Stato indichi dei criteri generali, come il divieto di inserire un alunno in una classe dopo il 31 gennaio: che senso ha sbattere un ragazzino in una classe magari a marzo e pretendere che si inserisca nel lavoro in atto, o che il povero docente se ne inventi uno apposta per lui? La realizzazione però dev’essere lasciata all’autonomia delle scuole, valutata classe per classe, alunno per alunno; gli automatismi sì che rischiano di portare a classi ghetto. Mi lascia perplessa, in questo senso, che la mozione preveda possibili aumenti di organico; si aumenti, piuttosto, il finanziamento agli istituti, e si lasci loro la libertà di organizzarsi. Scegliendo, magari, persone di provata competenza specifica anche al di fuori della rigidità delle graduatorie. Altrimenti si rischia di trovarsi davanti a insegnanti che non hanno competenza né motivazione, due fattori che in un caso come questo sono imprescindibili». «Del resto in Europa è così dovunque», rincara Fabrizio Foschi, che di Diesse è il presidente nazionale e che ha la sana abitudine di andare a vedere quel che succede fuori dall’orto di casa nostra; non per niente è lui che ha messo in rete un interessante specchietto che mostra che al di là delle Alpi il maestro prevalente è la norma. «Non solo paesi che prima di noi hanno affrontato il fenomeno immigrazione; ma anche la Spagna di Zapatero prevede prove di lingua e corsi speciali per i ragazzi che non raggiungono i livelli richiesti. Il problema vero, quello che agita i critici nostrani, è ideologico, e si chiama multiculturalismo: è l’idea che nei rapporti fra culture non esistano problemi, che basti mettere un ecuadoriano e un cinese uno accanto all’altro e oplà scatta la comprensione. La realtà è diversa, e si chiama integrazione: un ragazzo ha bisogno di essere accompagnato a comprendere la lingua e la cultura del posto in cui è stato catapultato. Altrimenti, come ha avuto il coraggio di denunciare Sandro Veronesi, il razzismo e l’intolleranza vengono alimentati». |
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