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da Tempi
del 20 ottobre 2008

«L’avviamento alla lingua per gli scolari immigrati? Mi sembra giusto. Se l’alunno non capisce, abbandonerà gli studi». Secondo il presidente dell’Agenzia del governo di Bucarest per i rom è una questione di buon senso

Discriminare è necessario. Parola di rom

di Ramona Popescu
 

Nel mese di dicembre 2007, poche settimane dopo il diffondersi in Italia dell’allarme sicurezza seguìto al caso di Giovanna Reggiani, la donna romana violentata e assassinata da un romeno nella periferia della capitale, Gruia Bumbu, parlando dei problemi di integrazione dei rom in Europa, aveva detto a Tempi che non si può pensare di inserire con profitto un bambino straniero a scuola senza che nemmeno conosca la lingua: «Un periodo di passaggio per imparare la lingua è necessario». Bumbu, rom a sua volta, è presidente dell’Anr, l’Agenzia nazionale per i rom istituita dal governo di Bucarest, e non è un caso se non si scandalizza affatto quando sente parlare della proposta di istituire in Italia classi differenziate per bambini immigrati che non conoscono bene l’italiano: «Mi sembra giusto. Il bambino, per poter ricevere un’educazione di qualità, deve sapere cosa si fa a scuola. Le classi differenziate, dove si impara la lingua locale, sono una necessità temporanea: dopo che l’alunno ha imparato l’italiano, entrerà in una classe “normale”. Conoscendo l’italiano, gli scolari immigrati si integreranno molto meglio nelle classi miste in cui dovrebbero essere inseriti. Classi miste significa che ci possono essere bambini italiani, romeni e anche di altre nazionalità, ma tutti con lo stesso grado di conoscenza dell’italiano».


Quali sarebbero i benefici di un simile progetto dal punto di vista umano, sociale ed economico? E quando si vedrebbero?

I risultati si vedrebbero subito perché i bambini che conoscono meglio la lingua sarebbero un aiuto anche per i genitori, che spesso non la conoscono a loro volta. Conoscere la lingua italiana a un livello letterario, scritto e parlato, dà al bambino la prospettiva di avere un buon lavoro nel futuro e di essere attivo nella società. In questo modo peraltro non sarà dipendente dall’assistenza sociale, dallo Stato. Sarà un contribuente attivo. Quindi i benefici di questa iniziativa si vedrebbero sia a breve termine che a lungo termine, ma anche a medio termine.


Ha detto che le classi differenziate avranno effetti positivi indiretti anche sui genitori degli alunni. Si può spiegare?

Il bambino può far scattare la curiosità dei genitori. Per esempio facendo domande ai genitori su ciò che impara a scuola, coinvolgendo anche loro. E il genitore, conoscendo la lingua, può comprendere il progetto educativo ed essere invogliato a far proseguire la scuola al figlio anziché tenerlo a casa.


Dicono che le classi separate sarebbero discriminatorie.

Questo provvedimento è una necessità. Si può dire casomai che si tratta di una discriminazione positiva, perché queste classi preparatorie immergono il bambino nella cultura e nella lingua del luogo: conoscendo la lingua si può entrare in rapporto con gli altri. Ho visto un progetto molto bello negli Stati Uniti, dove appunto i bambini stranieri erano introdotti in un gruppo preparatorio. Insegnavano loro l’inglese; facevano far loro il passaggio dalla lingua madre alla lingua inglese. Poi venivano mandati nella scuola normale. Pensi che in America addirittura facevano gruppi di lavoro con bambini di età diverse, anche con 2 o 3 anni di differenza: si mescolano, imparano, poi ognuno va nella classe adatta al suo livello di conoscenza della lingua. Di un periodo di passaggio c’è bisogno. Non puoi mettere un bambino in prima elementare se non parla l’italiano: cosa capirà? Non verrà più a scuola. I bambini cominciano a giocare, magari a fare la lotta tra loro: chi non capisce la lingua non può capire il gioco, non può capire nemmeno se è uno scherzo o no. Così il bambino straniero è isolato, messo ai margini. Si sentirà frustrato, tornerà a casa piangendo e dirà: “Mamma, non voglio più andare a scuola”. Il genitore lo ascolterà una volta, due. Poi, visto che per i rom i figli sono molto importanti, si stuferà e dirà: “Che problema c’è? Come ho vissuto io senza scuola, anche tu puoi vivere senza. Non andare più”.


Davvero non vede alcuna controindicazione nell’istituzione delle classi differenziate?

Nessuna, se queste classi sono concepite come preparatorie, propedeutiche alle classi “normali”. Se è in questi termini, il progetto non è discriminatorio, perché mira all’integrazione nella scuola e nella società.


E una volta che sia stato inserito in una classe “normale”, l’alunno straniero non sarà discriminato dagli alunni italiani perché è stato in una classe differenziata?

No, credo proprio di no. Al contrario, si può parlare di marginalizzazione se lui non conosce la lingua, perché se il bambino sa parlare e comunicare per lui è molto più facile integrarsi nella scuola, anche solo nel gioco con i compagni.


E quali dovrebbero essere secondo lei gli altri passi necessari per migliorare l’educazione e l’integrazione dei bambini immigrati in Italia?

Il bambino straniero deve conoscere la lingua del posto dove si trova, ma nello stesso tempo deve conoscere le sue origini e la lingua materna. Qui non si deve parlare di assimilazione, ma di integrazione: conoscendo lingua e cultura materne il bambino ha dei valori, un’identità, appartiene a qualcosa. E conoscendo il valore delle sue radici, può avere stima di sé ed essere parte integrante della società nella quale vive.


Come funziona il sistema scolastico per i rom in Romania?

Attualmente, per esempio, la lingua romanì fa parte delle ore curricolari come materia facoltativa: perché, ripeto, il bambino deve poter sapere chi è e a chi appartiene, deve conoscersi. E la stessa esigenza vale anche per i bambini romeni in Italia.


Il ministero dell’Educazione di Bucarest ha avviato un progetto per insegnare tradizione, lingua e cultura romena ai bambini romeni in Italia. Questo progetto è sottoscritto anche da Roma, che beneficia a sua volta dell’iniziativa. Funziona già da due anni. Crede che contribuirà a rendere più facile l’integrazione dei romeni in Italia?

Dal mio punto di vista progetti come questo sono molto utili, perché, come dicevo prima, danno un’identità ai bambini. Aiutano a creare nel bambino una personalità, e favoriscono in lui la nascita di un atteggiamento che lo aiuterà in futuro a diventare una persona attiva nella società.

 

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