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da Tempi
del 20 ottobre 2008

Dietro gli attacchi contro i cristiani iracheni il piano per isolarli dalla vita politica. Il valzer delle responsabilità

La violenza non è cieca

di Rodolfo Casadei
 

Il primo posto dove i cristiani in fuga da Mosul hanno trovato rifugio e aiuto gratuito sono i monasteri e le case degli altri cristiani nei villaggi della piana di Ninive, 30-40 km dalla città che hanno abbandonato terrorizzati. «In questo momento ospitiamo 48 famiglie qui nel monastero di Nostra Signora delle Messi ad al Qosh», dice al telefono padre Gibrail Waheed Tooma, il priore del convento dei monaci antoniani visitato da Tempi nel gennaio scorso nell’ambito del reportage sulle persecuzioni contro i cristiani in Iraq. «Altre 70-75 famiglie sono alloggiate in una chiesa di al Qosh, in una scuola dismessa e in molte case private dei cristiani di questa località: tutti coloro che avevano una casa sfitta o una stanza libera l’hanno messa a disposizione dei nuovi arrivati gratuitamente, senza chiedere nessun affitto. E anche se in molti casi non si tratta di parenti, ma di estranei». Sono già 1.400 le famiglie fuggite da Mosul sulla scia degli omicidi mirati contro i cristiani nella seconda settimana di ottobre. E nemmeno adesso il flusso si arresta. «Non c’è più l’ondata ma continuano ad arrivare famiglie. Nonostante il governo abbia annunciato l’invio di mille poliziotti supplementari nella città e le promesse del sindaco e del comandante del distaccamento militare, l’ordine non è garantito e i cristiani continuano ad avere paura. Poi ci sono quelli che fuggono più lontano, a Zakho o ad Erbil nel Kurdistan iracheno, o addirittura in Siria». La Croce Rossa, la Mezzaluna Rossa e il governo regionale curdo li aiutano con viveri e generi di prima necessità.

Padre Gibrail sa come stanno le cose a Mosul perché gli antoniani hanno un monastero anche lì, nella periferia est, intitolato a san Giorgio, e sentono tutti i giorni al telefono il sacerdote che lo tiene aperto. L’edificio sacro è diventato un dormitorio: «Vicino al monastero vivono molti cristiani», racconta. «Di giorno attendono le loro occupazioni, ma la notte chiedono ospitalità dentro al nostro convento. Sono terrorizzati dalla notizia dei 13 cristiani uccisi in una settimana».

Anche stavolta, come già in occasione del rapimento e della morte di monsignor Rahho, i musulmani esprimono solidarietà e volontà di venire in soccorso ai derelitti cristiani. Racconta per esempio monsignor Shlemon Warduni, vescovo caldeo ausiliario di Baghdad: «I musulmani iracheni condannano questi fatti. Due ore fa sono venuti qui da me 30-40 esponenti del movimento di Moqtada al Sadr a rendermi partecipe della loro compassione con noi. Riconoscono che i cristiani sono sempre stati leali verso l’Iraq e verso tutti gli iracheni. Sono venuti anche gli sceicchi sunniti della regione di al Anbar per esprimerci tutta la loro solidarietà. Hanno detto che sono pronti a fornire aiuti a tutte queste famiglie. Ieri il vicepresidente ci ha promesso nuovi aiuti, oggi il ministro per i diritti umani ci ha comunicato che ha dato ordine di spedire cinquecento razioni di viveri per gli sfollati. Nel nord il governo della regione curda aiuta attraverso il ministro delle Finanze, Sarkis Aghajan».

Peccato che dietro l’apparente unanimità della solidarietà verso i cristiani spunti un rabbioso scambio di accuse fra le parti per quanto riguarda le responsabilità degli ultimi attacchi. Nei primi giorni sono stati attribuiti ai terroristi di al Qaeda e ai militanti di altri gruppi estremisti sunniti, di cui Mosul pullula. A scatenare la furia dei fondamentalisti sarebbero state le pubbliche manifestazioni di protesta dei cristiani (svoltesi non solo a Mosul ma in tutte le principali città irachene) contro la soppressione, da parte del Parlamento, dell’articolo 50 della Legge elettorale. Il provvedimento istituiva seggi riservati alle minoranze religiose (cristiani, yazidi e mandei) nei consigli provinciali, che ora non sono più previsti. Ma ultimamente si è fatta strada l’ennesima teoria del complotto: a intimidire e uccidere i cristiani sarebbero stati elementi armati curdi camuffati da estremisti islamici, allo scopo di spingerli politicamente e geograficamente fra le braccia del Krg, il governo regionale curdo.


Chi punta il dito contro i Curdi

A sostenere la tesi anticurda (che ha trovato eco anche nella stampa europea) sono il quotidiano di Baghdad Azzaman che afferma che gli attacchi ai cristiani sono avvenuti in quartieri a forte presenza curda, e indirettamente il portavoce del ministero degli Interni Abdulkarim Khalaf, che ha dichiarato di «non pensare che ci sia al Qaeda dietro agli attacchi ai cristiani di Mosul». Il Krg ha reagito con indignazione alle accuse. Denuncia gli «sforzi maligni» di quanti vogliono «nascondere i veri colpevoli» e ordina «a tutti i ministri, dipartimenti e gruppi rilevanti di assistere ed aiutare le vittime più che sia possibile». Quindi «condanna con forza» gli attacchi e quanti accusano i curdi e «rinnova il sostegno per tutti i diritti dei cristiani nei consigli provinciali, previsti dall’articolo 50 della Legge elettorale provinciale».

Di fronte a questa polemica i cristiani si mostrano dubbiosi e guardinghi. «Non so perché sono successe queste cose proprio adesso», commenta padre Gibrail. «Penso che siamo di fronte a un progetto politico, che si tratti di un gioco politico interno. Ma non sappiamo ancora dire chi sta dietro a tutto questo. Si può pensare che le proteste dei cristiani abbiano innescato questa punizione da parte di musulmani fanatici, che vogliono cacciare via i cristiani. Però anche quando i cristiani non manifestavano per avere seggi riservati c’era persecuzione contro di loro. Quando hanno ucciso monsignor Rahho, quando hanno ucciso padre Ghanni e tanti cristiani, quando hanno messo le bombe nelle chiese di Mosul, per quale ragione lo facevano? La persecuzione contro i cristiani non è cominciata due settimane fa, va avanti da cinque anni, dalla caduta del regime del Baath. Adesso stiamo aspettando le elezioni provinciali, e anche questo potrebbe essere un buon motivo per alcuni per espellere i cristiani dalla città dove erano ancora numerosi. Io sono convinto che c’è un progetto per svuotare l’Iraq dai suoi cristiani, in particolare per mandarli via dal centro e dal sud dell’Iraq; e molti di essi riparano nel Kurdistan. Ma chi vuole questo, chi è il responsabile? Io non lo so, devono dircelo le autorità nazionali e internazionali».


Le responsabilità degli americani

«Qualcuno dice che è una rappresaglia per le manifestazioni per l’articolo 50, qualcuno dice che è una rappresaglia contro i cristiani che vorrebbero creare una regione autonoma. Il nostro dolore più grande è che non sappiamo spiegare il perché di questi attacchi crudeli, di questo spargimento di sangue innocente», commenta tristemente monsignor Warduni. «Non sappiamo il perché e non sappiamo chi sta facendo queste cose. Lo Stato e le forze di sicurezza devono fare le indagini e scoprire chi ha fatto questo e perché. Noi chiediamo l’istituzione di un tribunale internazionale che indaghi su queste stragi a danno di innocenti che non hanno fatto niente se non seminare la pace e l’amore fra la gente».

La frustrazione è sempre più grande, non c’è dubbio. C’è chi, come padre Gibrail, la rivolge soprattutto verso le autorità irachene e le forze armate americane: «La responsabilità di quello che sta succedendo se la devono assumere il governo iracheno, la polizia, l’esercito americano che ancora dopo cinque anni non riescono a garantire la vita degli iracheni. Nonostante abbiano tutto il potere, non riescono a proteggere il popolo iracheno né le minoranze come i cristiani o gli yazidi. Sono falliti al cento per cento nel compito di proteggere gli innocenti e la gente senza armi dai musulmani fanatici, dai gruppi fondamentalisti e da al Qaeda».

E c’è chi come monsignor Warduni è scandalizzato soprattutto per l’indifferenza del mondo esterno. «L’Unione Europea è stata zitta per quasi una settimana, mentre venivano uccise 13 persone e fatte fuggire 1.400 famiglie, più di 6 mila persone. E perché? Dov’è il diritto internazionale? Dov’è l’Europa, dove sono le organizzazioni internazionali, dove sono le Nazioni Unite? Questi cristiani iracheni non sono persone, non sono creature di Dio? Perché nessuno ha detto niente fino a quando non abbiamo alzato la nostra voce?». Ma il vescovo ausiliare di Baghdad non ha perso tutte le speranze. «Colgo l’occasione per rivolgere un appello attraverso il settimanale Tempi: pregate per noi, per favore. E scrivete questo: il nostro grido è di vedere, trovare la compassione dei nostri amici dell’Europa, dell’Onu, delle organizzazioni internazionali, e dei cristiani, ai quali chiediamo di pregare per noi».

 

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