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da Avvenire
del 2 novembre 2008

Viaggio nei villaggi dimenticati della Slovacchia, della Romania e della Polonia dove gli zingari sono la grande maggioranza della popolazione. Già trasferiti in massa dalla pianificazione comunista, oggi sono tornati ai loro campi base, dove regnano degrado e abbandono

Nella terra dei Rom

L’avventura finisce ad Auschwitz, buco nero della storia e della memoria. Degli oltre ventimila zingari sterminati lì, nel campo che prende il nome dal bosco di betulle di Brzezinka, non resta niente. Eppure hanno bruciato gli ultimi duemila in una notte sola, il 1° agosto del ’44, e quella notte, racconta chi vide, «era come se bruciasse il cielo intero»

di Monika Bulaj
 

Primavera 2002, viaggio con mio figlio Aleksander, quindicenne. Il villaggio di H. ci appare all’improvviso sotto il dirupo della strada, un mare di tetti fumanti. Senza pensarci ci lanciamo nel fondovalle. Già a metà scarpata siamo accerchiati dai bambini che lottano con il freddo battendo i piedi e ci trascinano per mano nei vicoli stretti, ci spingono nelle baracche di fango, ci fanno sedere sull’unico lettone, ci tolgono le giacche bagnate. Non riusciamo a presentarci, come richiede il cerimoniale nei villaggi zingari, dal voievoda, l’ambasciatore delegato agli affari esteri, né a chiedergli il permesso di entrare nel villaggio, e già qualcuno ci mette nelle mani caffè bollente nelle piccole tazze sbriciolate. Il voievoda ci potrebbe in un attimo escludere, cacciare via, derubare. «Aspetterà», ridono, e in un istante tutto il villaggio ci adotta.

Qui nessuno più si ricorda della Seconda guerra mondiale, semplicemente perché non ci sono più i vecchi. Qui si muore velocemente. Le case sono tirate su con fango e paletti. Il tetto è di cartone e lamiera, fermata con sassi. Anche qui, il fiume. L’acqua che li nutre, li lava, porta via quello che non deve tornare, e talvolta, con le piene, li uccide. Gli usurai abitano in alto, i più poveri in basso. L’usura divora i sussidi sociali fin dal primo giorno di ogni mese. Lassù divani, tappeti, tre pasti al giorno e tivù con film brasiliani tradotti in slovacco. Lungo il pendio si scende nei gironi dell’inferno: alcol, sesso violento e risse. Ci si picchia qui, quasi per conforto.

Contro questo mondo, i sedentari organizzano le loro difese: negozi blindati, sbarre alle finestre, filo spinato attorno ai giardini con i nani candidi di gesso. Per i rom, il divieto d’ingresso nei bar, nelle piscine, nelle discoteche, nelle chiese. I loro bambini frequentano le scuole per i ritardati.

Sono zingari cattolici, ma il prete del paese non viene mai al loro campo. Si giustifica: «È l’uomo che deve andare verso Dio, non Dio verso l’uomo». Le ragazzine riempiono il quaderno di Aleksander con fiori, nomi e cuoricini inchiodati dalle frecce, lo seguono ovunque vada: ha l’età giusta per essere preso in sposo.

Notiamo lo sguardo dolce di Pavlo, un adolescente accompagnato sempre da un branco di bambini. Il Venerdì Santo Pavlo e i suoi vanno al cimitero, lungo la Via Crucis zingara. Mina, sei anni, si porta la crocetta fatta da due bastoncini legati con lo spago. In tutta la valle si sente il loro canto dei vespri stonato. Notiamo sguardi di disprezzo dei passanti slovacchi. La crociata di bambini si ferma sulla soglia della chiesa, non hanno il coraggio di superarla. Dentro, canti maestosi, tintinnio di campanelli, odore di incenso, il piccolo sole dell’ostensorio. Pavlo indica Cristo sull’enorme croce in pietra nera del sagrato e sussurra: «Pregate bene Gesù, guardatelo bene, là in alto. E camminate in ordine, se no vi mando a letto senza pane».

Oblio, ancora oblio. Altri, invece, non dimenticano. Quella nazista era una micidiale scienza della memoria, implacabile nella ricostruzione delle genealogie. Bastava trovare un solo zingaro tra sedici bisavoli per essere spediti ad Auschwitz. Negli anni Trenta furono raccolte in Germania oltre trentamila genealogie, a partire dalle ultime dieci generazioni. Mai più nella storia e forse mai in passato si è speso tanto per condurre accurate ricerche sugli zingari. Misure di crani, campioni di sangue, classificazioni sulla base dell’iride. Le foto dei cataloghi nazisti mostrano facce dagli occhi spalancati di paura.


Transilvania, Romania. Ragazzine vestite di bianco volano in tondo sulla giostra fracassona. Sotto di noi, lontano, i fumi dei falò, tessuti coloratissimi appesi agli alberi, ragazze che si pettinano all’infinito i capelli lunghi e neri. E poi uomini con i baffi lucidi e vestiti da Padrino, bambine nei merletti rigidi, un violinista solitario che vaga tra le radio gracchianti e gli amplificatori, inciampando nell’arrosto di porcellini interi, anatre, capre e agnelli.

Sono gli zingari kalderash, ortodossi, aristocrazia dei rom rumeni. I boss dei mercati d’oro, automobili, cavalli e chissà che altro. Mercedes luccicanti, banchetti pantagruelici sui prati. Donne che abbracciano con passione il cranio liscio e miracoloso delle sacre reliquie gadje. Le monache cercano di cancellare il rossetto dalle labbra delle zingare, ma non c’è niente da fare. Il monastero vicino brilla d’oro, risate e colori.


Ogni anno la stessa festa, il giorno dell’Assunzione di Maria. E anche del mercato delle spose. Balli, giostre, mercatini tra parafanghi e bande pop. Sotto un tendone, il monarca Florin, tra flash, interviste e sguardi divertiti dei clan vicini. La corona d’oro è di suo padre, il vecchio re Ioan Cioaba, ricevuto da sua maestà la regina d’Inghilterra, favorito del presidente Iliescu. Suo zio, raccontano, si autoproclamò imperatore. Ma i kalderash lo sanno: re, imperatori, conti, duchi, sono un’invenzione della fantasia gadjo. Merce d’esportazione. Luminitsa, la sorella del re, mi apre il bagagliaio della sua Bmw, cerca di rifilarmi a quaranta euro il libro delle sue poesie. Luminitsa non ha tradito la memoria. Non ha collaborato con i gadje.

Non è andata così a Papusza, un’analfabeta che divenne la più grande voce poetica dei rom polacchi. Fu dichiarata mahrime, impura, dalla massima autorità dei Polska Roma, Baro Shero, Testa Grande. La sua colpa era considerata imperdonabile, aveva svelato agli stranieri le cose zingare. Per questo, con la divulgazione delle sue poesie, fu ritenuta responsabile dell’assimilazione del suo popolo.

Un giorno Papusza aveva scritto a un poeta polacco: «Se daranno alle stampe i miei versi, verrò scorticata viva, e la mia gente sarà spogliata di tutto e lasciata in balia degli elementi». Era il dopoguerra ed era già in atto, in virtù dell’idea monoetnica, il programma di sedentarizzazione forzata dei nomadi polacchi, concluso solo nel 1963.

Furono anni terribili. I nomadi 'nobili' della pianura si diedero alla latitanza. Alcuni, per non essere arruolati, si tagliarono il tendine dell’indice. Nei registri di una burocrazia disarmata e incosciente si accumulavano i documenti con false identità, falsi gradi di parentela, falsi luoghi e date di nascita.

Papusza morì nel castigo della solitudine, trentaquattro anni dopo il processo intentatole dai rom, nel 1987. Muta come una pupa, come il suo nome zingaro.


E fu la Polonia. Cracovia, nel quartiere operaio sovietico di Nowa Huta. È lì che trovò Krystyna Gil. Lei conosceva solo qualche parola di lingua zingara, quando arrivò lì. Imparò a guidare i tram. Lavorò da uomo nella città modello che cresceva battendo record di spreco, inquinamento, bruttezza e alcolismo.

L’Impero arrivava su binari larghi, dritto davanti ai cancelli del Moloch metallurgico che portava il nome di Vladimir Il’ic Lenin. La fabbrica fondeva l’acciaio per le armi, un fumo nero mordeva le mura del gotico di Cracovia, cattolica e ribelle, e la Vistola sputava pesci morti. I fabbri rom di montagna diventavano modello di classe operaia socialista. Ma il muro di cemento soffoca, e poi, quelle scale: le donne, impure, non possono vivere sopra gli uomini! I rom si accampavano nei cespugli, sparivano, lasciando le finestre spaccate. Krystyna rimase al suo quinto piano.

La melodia spezzata di un violino, la memoria che torna. Aveva cinque anni Krystyna quando un battaglione di Einsatzgruppen entrò a Szczurowa, il villaggio del nonno. Erano le tre di mattina, una calda notte di luglio, anno 1943. Prima spararono al vecchio; s’era rifiutato di uscire di casa. Allora «hanno cominciato a caricare gli uomini, con le mani legate dietro, perché non pensassero di fuggire. Gli uomini sono stati separati dalle donne, per paura di una rivolta. Poi li portarono al cimitero dove c’erano grandi buche. Si sentirono degli spari».

«Sull’ultimo carro si erano seduti donne e bambini. Non c’era posto per tutti. Mia nonna voleva salire, quel giorno avevano fucilato i suoi sette figli. Ma un tedesco la spinse via. La mia mamma mi diede a lei. Tieni, disse. Se vivrai, almeno lei ti rimane.

Gli altri bambini, quelli piccoli di due o tre anni, non furono fucilati. I nazisti non volevano sprecare le pallottole. Presero i piccoli per i piedi e spaccarono loro la testa contro il muro. Poi li buttarono nella buca. Così è morta mia sorella».

Sulla tomba a Szczurowa oggi ci sono i nomi di novantatré persone. Ma sono solo di quelli con regolare certificato di residenza. «Solo dopo cinquant’anni – racconta – abbiamo saputo che hanno ucciso anche dei rom ad Auschwitz». Oggi Krystyna porta ogni anno sulle tombe i nipoti assieme ai gadje del paese, poi tutti insieme banchettano sul prato. Oggi Krystyna sa la lingua romani meglio del marito. Ha fondato la prima Lega polacca delle donne rom, dove gli uomini possono ascoltare, ma non hanno diritto né di parola né di voto.


Il viaggio finisce, come sempre, ad Auschwitz-Birkenau. Un buco nero della storia e della memoria. Degli oltre ventimila zingari sterminati lì, nel campo che prende il nome dal bosco di betulle di Brzezinka, non resta niente. Eppure hanno bruciato gli ultimi duemila in una notte sola, il 1° agosto del ’44, e quella notte, racconta chi vide, «era come se bruciasse il cielo intero». Oggi resta solo un libro con alcuni nomi trovato nella terra. Qualche disegno. Le poesie di Papusza. Un canto anonimo.

In tutta Europa sono stati sterminati fra i trecento e i seicentomila zingari, circa un terzo della popolazione. Durante la Seconda guerra mondiale nessuna etnia ha subito una strage simile. Oggi ad Auschwitz, sulle rive della Vistola, si prende il sole. Corpi bianchi, avidi di primavera. Le lontane sirene della polizia, il rumore inquieto della città che vive. Nelle strade di città ancora nel 1981 si cantava l’inno polacco e si gridava: «Al rogo i bambini rom». Così sono partiti in tanti, i rom, con biglietto di sola andata e con un foglio di carta con la scritta: «Dokument Podrozy, Putiewoj Dokumient. Titre de Voyage» eccetera. Sotto la foto, occhi neri, baffi o trecce, e ancora più in basso: «Il titolare di questo documento non è cittadino polacco. Le titulaire de ce titre… ». E così via. Arrivano pullman di turisti – «Monti Tatra, l’antica miniera di sale e Auschwitz tutto compreso» – l’industria della memoria macina scolaresche, hotel, tavola calda, museo dell’orrore, cartoline, manifesti, libri, guide, film, visite guidate.

I rom, invece, gli oggetti dei loro morti, persino le case, li abbandonano, li bruciano o li vendono agli impuri. Non lasciano eredità. Azzerano tutto. Oggi sui prati di Brzezinka si trovano bottoni di porcellana col bordo di merletto. Bottoni di legno con due buchi, bottoni di madreperla e ferro. Il resto è ronzio del silenzio, interrotto dai cani e dai fischi dei treni.

 

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