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da L'Occidentale
del 2 novembre 2008 Il (brutto) risveglio dell'Occidente di Andrea Bellantone |
«Ve ne state sdraiati, come se ci fosse pace:/ ma è la guerra ad occupare il paese intero». Così suona un ancestrale frammento di Callino, poeta nella Efeso del VII secolo a.C. Nessun richiamo potrebbe essere al tempo stesso più remoto e più attuale per lo spirito dell’Occidente, urgentemente chiamato alla realtà dopo un periodo di sogni. Certo, nessuna guerra si presenta oggi come quelle che sono state combattute nel XX secolo, ma è chiaro che i nuovi conflitti impongono una nuova riflessione su quello che proprio un altro grande efesino, Eraclito, ricordava: «Tutto avviene per contesa e necessità». Il pacifismo occidentale – che non è l’amore per la pace, ma è la convinzione che la pace sia un obiettivo ideologico e prioritario rispetto alla libertà e alla giustizia – è del tutto incapace di leggere la realtà con gli occhi dei realismo: come in un grande processo di rimozione nevrotica, esso preferisce ignorare il negativo, piuttosto che ammettere l’evidenza del suo incombere. Si tratta di un processo che abbiamo visto all’opera nel dibattito intorno al terrorismo islamico e che, purtroppo, rischia di diventare uno standard intellettuale di fronte a tutte le minacce che si presentano alle democrazie liberali in questo inizio di XXI secolo. In questo senso, il richiamo arcaico di Callino è di particolare valore: occorre cessare di «stare sdraiati, come se ci fosse pace». Diversamente saremo colti di sorpresa e travolti dall’incombere del nemico.Nel corso di questi ultimi anni, l’aggressione del terrorismo islamico all’Occidente si è dimostrata il primo rovinoso banco di prova circa le illusioni di una presunta «pace perpetua» che sarebbe stata acquistata dopo la fine della Guerra Fredda. L’11 settembre 2001 ha reso ridicole le pretese di pace universale basate sul commercio mondiale o sullo spirito onusiano. Si è trattato della dura lezione impartita dalla storia a tutti coloro che, troppo ingenuamente e troppo irenicamente, avevano ritenuto che la storia fosse «finita» e che fosse giunto il tempo di brindare alla redenzione dell’umanità dal male (forse non vale neppure la pena di ricordare il titolo del volume di Fukuyama su La fine della storia e l’ultimo uomo). Ma altre nubi si accalcano all’orizzonte e non ha alcun senso continuare a ripetere gli errori del recente passato: non siamo più nel tempo dei sogni e la storia sta prepotentemente tornando, anche ammesso (e non concesso, ça va sans dire) che essa abbia mai preso una vacanza. Il ritorno della Storia e la fine dei sogni è il titolo di un libro di Robert Kagan che molto ha fatto discutere in questi mesi, raccogliendo in Italia una critica spesso ostile e pregiudizievole. Tra le sue pagine, però, il lettore trova un raro esempio di quella lucidità dello sguardo che contraddistingue l’intellettuale conservatore. Kagan sfoggia infatti una sapiente maestria nell’esercitare quel particolare illuminismo del conservatore che non pretende di portare la luce della verità nel mondo (secondo il vizio dei giacobini), ma preferisce rischiararne le scomode verità con imperturbabile saggezza e con realismo. Indipendentemente dalle singole tesi trattate nel volume, è proprio sullo sguardo del suo autore, sulle categorie con cui interpreta il mondo contemporaneo, che è utile concentrarsi. Questo libro, infatti, è davvero l’opera di uno spirito conservatore, tutto proteso ad osservare le faglie di tensione della storia con la dura freddezza dell’anatomista. Si tratta di una disposizione rara, di cui sarebbe un peccato non approfittare. Kagan sa bene che la fine della Guerra Fredda non è stata in alcun modo la fine della storia. Lo sa, innanzitutto, perché non fa parte di quella schiera di intellettuali che si sono rifiutati di riconoscere il «volto grifagno» – come direbbe Riccardo III di Shakespeare – del terrorismo islamico. Ma Kagan ha anche rapidamente appreso la lezione degli ultimi anni: la mutazione apparentemente impercettibile degli equilibri di potere mondiali, a cui la maggior parte di noi è insensibile solo perché ci troviamo del tutto privi degli strumenti adeguati per riuscire a ponderarne la reale portata. Kagan tenta di offrirceli, consegnandoci una delle prime interpretazioni globali della trasformazione in atto nella Weltgeschichte del XXI secolo. I parametri fondamentali di questa trasformazione sono noti e arcinoti (Cina, India, spostamento dell’asse strategico verso l’Oriente, il risveglio della Russia putiniana e così via dicendo), ma mancava ancora un quadro di lettura complessivo come quello offerto da Kagan. Quel che emerge dalle analisi di Il ritorno della Storia è che l’Occidente sembra essere indirizzato a perdere la sua leadership mondiale a causa dell’entrata nella dimensione storica di forze che fino a questo momento ne erano state sostanzialmente escluse. Si tratta di una rivoluzione, che dimostra quanto siano frivole le aspettative di chiudere il discorso storico e quanto siano vani i proclami alla «pace perpetua». Anche se le analisi particolari di Kagan potrebbero essere sbagliate, è fuori di dubbio che questo volume coglie nel segno quando si tratta del suo tema principale: tra il 1989 e il 2001 l’Occidente ha raggiunto il culmine della sua potenza storica: essa oggi è messa in crisi dall’apparire di conflitti del tutto nuovi e fino a pochi anni fa in buona parte imprevedibili. Questa prospettiva non solo rende inevitabile una forte presa di coscienza strategica da parte delle classi dirigenti dei paesi occidentali, ma implica anche un risveglio etico di tutto l’Occidente, chiamato a ritrovare le ragioni profonde della sua identità e del suo agire storico. Quel che si profila all’orizzonte, infatti, è un inevitabile quadro di conflitto, verso cui il mondo si dirige con precisione matematica: occorre solo capire in che modo questo conflitto sarà gestito e attutito e con quali forme si potrà evitare che la conflittualità si tramuti in violenza. Per ottenere questi risultati non serve a nulla la rimozione del conflitto: occorre guardarlo in faccia a affrontarne con decisione la possibilità. Questo è il compito di quella che, seguendo Nietzsche, potremmo chiamare la «grande politica» del nostro tempo, che deve essere in grado di prevedere le possibilità di conflitto e prevenirne così la risoluzione violenta. Sotteso alle analisi di Kagan c’è quindi un grande messaggio filosofico, in grado di rompere gli schemi mentali che hanno dominato nel tempo infelice della retorica della globalizzazione: la storia non è certo un progresso necessario dal male al bene; la storia è piuttosto un’ingens sylva, una selva smisurata, il cui segreto nessuno potrà mai cogliere e nelle cui intricate oscurità si nascondono sorprese che rendono il futuro sempre imprevedibile e ignoto. In questo senso il libro di Kagan è molto simile a un altro testo, così celebre in Italia: La paura e la speranza di Giulio Tremonti. Entrambi segnano – certo in modo diverso – il risveglio di un conservatorismo che ha decostruito i miti neogiacobini della globalizzazione come progresso indisturbato verso la ricchezza e verso la libertà universale. Entrambi questi libri hanno come loro sfondo un’esperienza del tempo storico più radicale rispetto a quella del neoprogressismo degli anni Novanta (penso, naturalmente, a Bill Clinton, a Tony Blair e in generale a quell’esperimento politico che fu la cosiddetta Terza Via): il tempo non è una freccia, che vada appunto dal male al bene, ma è un processo discontinuo e instabile, che ha bisogno di costatanti revisioni e da cui non si possono in alcun modo eliminare le fratture, il male, i conflitti. Il tempo – ed è questo forse il dato decisivo – può anche invertire il suo percorso, diminuendo gli spazi di sicurezza e libertà, mostrando cioè il suo volto distruttore, il volto malefico di Crono divoratore dei suoi figli. Come il saggio Solone più di due millenni fa, anche Kagan sembra poter dire: «Dentro il mio cuore giace il dolore/ e vedo l’antichissima terra di Ionia/ che declina». Questa «terra di Ionia» è l’Occidente, apparentemente incapace di prendere reale consapevolezza dei rischi di fronte ai quali è posto dalle trasformazioni provocate dalla globalizzazione. Non resta che chiudere con le parole di Kagan, al tempo stesso una sfida e un dubbio: «Il futuro ordine internazionale sarà plasmato da coloro che avranno la forza e la volontà collettiva per farlo. C’è da chiedersi se le democrazie del mondo sapranno affrontare anche questa sfida». |
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