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da Tempi
del 4 novembre 2008

Il Congo senza pace tra i pasticci dell’Onu e le mire di Pechino. Viaggio in una crisi sconosciuta più che dimenticata

In guerra da dodici anni

 

«Chi è qua da un po’ di tempo non parla di crisi, ma di guerra. Una guerra che va avanti da 12 anni». Da cinque anni in Congo per conto dell’Ong italiana Avsi, Edoardo Tagliani non può ignorare l’origine di un disastro umanitario che oggi balza sulle prime pagine dei giornali. Perché proprio oggi? Perché i ribelli capeggiati dal generale Lauren Nkunda hanno raggiunto Goma, capitale economica della regione orientale del Nord Kivu, dove hanno sede anche le Ong europee. Qui ormai l’esercito regolare ha abbandonato le posizioni, insieme alla popolazione, terrorizzata dall’arrivo del signore della guerra che già si è macchiato di massacri, stupri e saccheggi in altre città del paese. «Al momento stiamo facendo la conta dei profughi – continua Tagliani – ma a quello che possiamo vedere le cifre che parlano di un milione e duecentomila sfollati sono drammaticamente esatte. Ci sono bisogni medici, per il rischio di malattie come malaria e colera. E poi ci sono i bisogni primari, dal cibo, all’acqua, fino ai vestiti. Non dimentichiamo che Goma è a 1.500 metri sul livello del mare e siamo in piena stagione delle piogge».

Da questa regione all’estremo oriente del paese, stretta tra Ruanda e Uganda, è partita la prima guerra del Congo che ha portato alla deposizione di Mobutu e la seconda terribile guerra congolese, ricordata come la “prima guerra mondiale africana”, che ha coinvolto oltre all’ex Zaire anche Ruanda, Uganda, Angola, Namibia e Zimbabwe, e in cui in 5 anni (1998-2003), hanno perso la vita oltre 4 milioni di persone. Dalla conclusione di quel conflitto, secondo fonti Unicef, fino a 1.200 persone al giorno hanno continuato a morire per cause legate alla guerra. Primo e traumatico elemento di destabilizzazione di tutta la regione è stato il genocidio in Ruanda nel 1994. Da allora, l’Est del Congo non ha mai conosciuto la pace, per una congerie di fattori che vanno dalle mire espansionistiche dei suoi vicini (Uganda e Ruanda, appunto), alla lontananza, non soltanto geografica del governo di Kinshasa. La regione è infatti molto più sotto il controllo dei suoi ingombranti vicini e dei vari gruppi di ribelli che del governo del presidente.

Questa volta tocca a uno spietato signore della guerra, Laurent Nkunda, che, alla testa dei miliziani del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp), sostiene di combattere per proteggere i tutsi congolesi dagli attacchi dei ribelli hutu ruandesi. In realtà dietro questa escalation ci sono meno prosaiche motivazioni economiche. E in particolare l’eterna lotta per lo sfruttamento delle enormi risorse minerarie congolesi. Non per niente poco dopo aver proclamato il fragile cessate il fuoco della settimana scorsa, Nkunda ha fatto sapere di puntare alla ridiscussione dell’accordo da cinque miliardi di dollari con cui Kinshasa accorda alla Cina l’accesso a miniere di oro e coltan, un materiale usato per la costruzione di telefoni cellulari. La Cina in portentosa crescita economica trova infatti in Africa il luogo giusto per fare shopping di materie prime e sembra essere ormai diventata l’elemento dirimente della politica del Continente nero, ricoprendo quel ruolo che fu dell’Europa. «Non è un caso – nota padre Giulio Albanese, comboniano fondatore dell’Agenzia Misna e grande conoscitore dell’Africa – che il “Barroso d’Africa”, cioè il presidente della Commissione dell’Unione Africana, sia Jean Ping, figlio di una cinese e di un gabonese. Non credo sia stato scelto a caso». Rinegoziando gli accordi minerari, il governo di Kinshasa mette in pericolo equilibri già fragili e i suoi zelanti vicini non stanno a guardare. Così è un segreto di pulcinella che il generale Nkunda goda dell’appoggio del Ruanda, deciso a non stare a guardare Pechino che fa shopping.

Di fronte al disastro appare in tutta la sua elefantiaca inutilità la missione dell’Onu (Monuc), che non riesce, se non a mantenere la pace, neppure a difendere le popolazioni civili. La più grande missione che il Palazzo di vetro abbia in corso ha dispiegato 17 mila uomini, di cui solo sei mila nella regione del Nord Kivu. «Ci sono truppe intere incapaci di impegnarsi in un’azione, certo non offensiva ma difensiva, perché le loro regole d’ingaggio non sono sufficienti o sono molto restrittive», ha sottolineato il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner, con un chiaro riconoscimento dell’impotenza dei Caschi blu. Un’impotenza a cui si è pensato di poter ovviare con un intervento diretto dell’Europa, ipotesi subito liquidata come «prematura» dal ministro Franco Frattini. «Prima di pensare a una missione dell’Europa, che verrebbe vista da alcuni come un’interferenza inaccettabile, pensiamo a fare funzionare quello che c’è» ha sottolineato la settimana scorsa il titolare della Farnesina.

 

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