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da Nigrizia
novembre 2008

Si è rotta la tregua, siglata lo scorso gennaio, tra il governo congolese e i gruppi ribelli ancora attivi nel paese

Pace armata

La situazione è drammatica: più di 100mila i nuovi sfollati. E il presidente Kabila punta il dito sul ruolo destabilizzante del Rwanda

di Michele Luppi
 

«Il Congo è come un elefante che è caduto. Sono riusciti a rimetterlo in piedi, ma non ha ancora ripreso a camminare». Con queste parole padre Giuseppe Rizzi, missionario saveriano nell’Rd Congo, prova a spiegare l’incertezza che ancora avvolge il gigante africano. Stiamo navigando, a bordo della motovedetta Mogote, sulle calme acque del lago Kivu, in direzione di Goma, correndo lungo il filo immaginario che segna la frontiera con il vicino Rwanda.

Lentamente ci avviciniamo al capoluogo del Nord Kivu, provincia orientale, sul confine con Uganda e Rwanda. Qui, alla fine di agosto, è ripresa la guerra tra l’esercito congolese e il Consiglio nazionale per la difesa del popolo (Cndp), gruppo ribelle guidato dal generale Laurent Nkunda: uno scontro che rischia di trascinare nel baratro un paese che sta provando, non senza difficoltà, a risollevarsi. Ne è consapevole il presidente Joseph Kabila, che il 9 ottobre ha rivolto alla nazione un appello all’unità. «Il momento è grave» ha detto, chiamando la popolazione e la classe politica ad agire «come un sol uomo per preservare la pace, scoraggiando ogni vile attacco all’integrità nazionale».

Si è, così, rotta definitivamente la tregua che era stata siglata lo scorso gennaio tra il governo di Kinshasa e i gruppi ribelli ancora attivi nel paese, con il varo del Programma Amani (pace, in kiswahili) per la smobilitazione delle milizie e la loro integrazione nell’esercito.

Teatro dei combattimenti sono il territorio del Rutshuru, storica roccaforte del Cndp, a nord di Goma, e le colline del Masisi, al confine con il Sud Kivu. La situazione rimane molto confusa e non si hanno dati sicuri sul numero delle vittime. È certo, però, che gli uomini di Nkunda, a settembre, sono arrivati alle porte di Goma, conquistando la città di Sake, a circa 20 km dal capoluogo, per poi ritirarsi. Un’altra loro importante vittoria è avvenuta l’8 ottobre, con la conquista del villaggio di Rumangabo, sede di un campo militare dell’esercito; l’occupazione del villaggio è durata pochi giorni. S’è trattato di due vittorie importanti dei ribelli, che hanno alimentato le voci di un possibile coinvolgimento dell’esercito rwandese al loro fianco. L’accusa è stata espressa chiaramente dal ministro degli esteri congolese, Mbusa Nyamwesi, ma prontamente smentita dal governo di Kigali.

Intanto è cresciuta la tensione a Goma, dove non sono mancati episodi di ostilità nei confronti dei caschi blu, accusati di non riuscire a proteggere la popolazione.

La Missione delle Nazioni Unite in Congo (Monuc) è la più grande iniziativa di pace nella storia dell’Onu, con un bilancio di 1 miliardo di dollari l’anno e un organico di 17mila uomini, di cui 8mila nel solo Nord Kivu. Nonostante questo, i caschi blu sono spesso meri spettatori delle violenze e del flusso di sfollati che vanno ad affollare i campi profughi.

«La situazione è drammatica: vi sono centomila nuovi sfollati», ha dichiarato Mashako Mamba, responsabile delle questioni umanitarie del programma Amani. Le agenzie umanitarie parlano di oltre un milione di sfollati nella regione. Per vedere i primi campi profughi è sufficiente uscire di pochi chilometri dal centro di Goma, lungo la strada che porta a Bukavu.

Il riacutizzarsi della guerra inizia ad avere anche ricadute sull’intera regione. Da un lato, perchè quest’area rappresenta uno snodo strategico per le merci provenienti dall’Uganda e dirette verso i mercati di Bukavu, da cui proseguono verso l’interno. Dall’altra, perchè queste colline sono tra le terre più fertili del paese, i cui prodotti riforniscono l’intera regione. La guerra sta avendo pesanti ricadute sull’economia dell’intero Kivu. Un grave problema in un paese dove, secondo i dati del ministero dell’agricoltura, il 70% della popolazione è denutrita o soffre la fame.


Prospettiva regionale

La crescente instabilità nell’est del paese (anche nella provincia dell’Ituri si sono verificati nuovi scontri) rischia non solo di tramutarsi nell’ennesima emergenza umanitaria del continente, ma anche di travolgere lo stesso Kabila, che proprio in quest’area ha una delle sue roccaforti elettorali. L’uomo ritenuto capace di risollevare le sorti del paese, a due anni dalla sua elezione, si trova a confrontarsi con un cumulo di sfide che necessitano di una rapida soluzione. La guerra, la definizione delle concessioni minerarie, i continui scioperi dei dipendenti pubblici hanno alimentato la litigiosità nella sua stessa maggioranza, portando alla caduta del primo ministro, l’ottantaquattrenne Antoine Gizenga, dimessosi a fine settembre per presunti «motivi di salute».

Da qui l’appello del presidente all’unità e, forse, la decisione di alzare i toni della sfida mai sopita con il vicino rwandese, nel tentativo di compattare la sua stessa maggioranza, riguadagnando il consenso. Un appello che non è rimasto inascoltato, portando, dopo giorni di stallo, alla nomina a primo ministro di Adolphe Munito, ex ministro del bilancio, membro del Partito lumumbista unificato, dello stesso Gizenga.

La stabilizzazione delle province orientali deve essere cercata a partire da una prospettiva regionale, perché ogni avvenimento che ha coinvolto in passato Burundi e Rwanda ha finito con l’avere ricadute sull’Rd Congo. È nel Kivu che trovarono rifugio i profughi scappati dal genocidio rwandese e, prima ancora, gli esuli della rivoluzione hutu del 1959. È da qui che è partita la ribellione che nel 1997 ha portato alla caduta del regime di Mobutu Sese Seko. Ed è invadendo i confini orientali che l’esercito rwandese ha scatenato, nel 1998, quella che è stata definita “la prima guerra panafricana”, trasformatasi in un’estenuante guerra civile. Lo stesso Nkunda giustifica l’esistenza del suo movimento con l’esigenza di difendere i tutsi congolesi dagli attacchi dei ribelli hutu rwandesi, responsabili del genocidio, che ancora si nascondono nell’Rd Congo.

Non si può, quindi, arrivare alla pace nel Kivu prescindendo dalla volontà politica dei governi di Kigali e Bujumbura. Senza dimenticare la grande partita che le potenze mondiali, Usa e Cina in testa, stanno giocando per accaparrarsi le ricchezze del paese.

È stato lo stesso presidente Kabila, in visita a Goma, ad accusare apertamente il governo di Kagame, con cui nel novembre 2007, a Nairobi, aveva siglato un accordo per il disarmo congiunto dei ribelli. «Il Rwanda non è estraneo alla ripresa della guerra», ha tuonato Kabila, rafforzando le convinzioni di quanti ritengono Nkunda «una marionetta nelle mani di Kagame».

Nel frattempo, la Monuc ha confermato lo spostamento di truppe rwandesi lungo la frontiera con il Kivu, facendo crescere la preoccupazione per una possibile nuova invasione. Il presidente della Commissione dell’Unione africana, il gabonese Jean Ping, ha definito la situazione preoccupante, «dal momento che potrebbe degenerare, minacciando la pace e la sicurezza della regione dei Grandi Laghi e, più in generale, di tutto il continente».

Da questa prospettiva, guardando al cammino politico dei paesi vicini, si hanno segnali contraddittori. Il Burundi, infatti, sembra riuscito a trovare una soluzione per la condivisione del potere tra hutu e tutsi, attraverso un sistema di quote per una rappresentanza politica che garantisca la stabilità. In Rwanda, invece, il potere è ancora saldamente nelle mani del presidente Kagame e del suo Fronte patriottico rwandese, con il rischio di future destabilizzazioni, che finirebbero inevitabilmente con il varcare il confine, mettendo nuovamente in ginocchio il gigante congolese.

 

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