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da Tempi
del 10 novembre 2008

Dio è la Luce dei cieli e della terra, e si rassomiglia la Sua luce a una Nicchia, in cui è una Lampada, e la Lampada è in un Cristallo, e il Cristallo è come una Stella lucente e arde la Lampada dell’olio di un albero benedetto, un Olivo né orientale né occidentale, il cui olio per poco non brilla anche se non lo tocchi fuoco. È Luce su Luce; e Iddio guida alla Sua Luce chi Egli vuole (Corano XXIV, 35)

Salvate il poeta Islam

Per tre versi che ricordano la sura XXIV del Corano uno scrittore arabo rischia la vita. Ecco la sua versione

di Islam Samhan
(traduzione di Valentina Colombo)

 

Giovedì 6 novembre il poeta palestinese Islam Samhan, accusato di oltraggio alla religione dal muftì di Giordania per aver dedicato a una donna versi che richiamerebbero sure del Corano e per aver scritto poesie da “miscredente”, si è presentato in tribunale ad Amman, ma la controparte non c’era. Il giudice gli ha chiesto di dichiararsi colpevole o innocente, e Islam si è detto non colpevole. L’udienza è stata rinviata di una settimana. Ma comunque vada il processo, il poeta rischierà sempre la vita, perché per i fondamentalisti islamici il miscredente deve essere punito con la morte.



Sin dalla mia prima infanzia ho vissuto in una famiglia istruita e devota, da sempre divisa in due fazioni rispetto alle quali ho sempre cercato di rimanere il più possibile neutrale. Non mi sono mai schierato né con gli uni né con gli altri perché ho sempre voluto restare libero e indipendente. Un essere umano e basta.

In seguito ho studiato in un convento al quale soleva portarmi il mio nonno materno. Qui un derviscio mi insegnò che l’universo è più grande di ogni altra cosa, che gli astri e le galassie sono più di quanti non immaginiamo. Ma quel che più importava al derviscio era il rapporto tra l’universo e me. Non dimenticherò mai il mio maestro che nel corso della sua vita fu tormentato da numerose malattie. Le sue dita sembravano degli uncini. Non arrivava a pesare cinquanta chili. Era pelle e ossa. Indossava abiti semplici. Tuttavia il suo sguardo infondeva vita, amore per la vita.

In seguito ho iniziato a cercare uno stile di vita che non era quello degli altri. Volevo essere io e non qualcun altro. Non volevo assomigliare a nessuno. Volevo essere una persona che si distingueva dalle altre. Non volevo che gli altri instillassero del veleno nel mio cuore anche a costo di lasciare tutto quel che avevo di più caro.

Con il passare degli anni mi appassionai alla lettura. Tutto era reso più semplice dal fatto che mio padre possedeva un’immensa biblioteca con ogni genere di libro, compresi volumi di scarsissimo interesse.

Ho sempre vissuto ogni giorno come se si trattasse dell’ultimo della mia esistenza, nella convinzione che la morte giunge all’improvviso senza bussare alla porta, senza chiedere permesso e senza aspettare che tu finisca di pranzare. Ho trascorso le giornate leggendo in una biblioteca, nella quale era quasi impossibile muoversi, anche se mi ricordo che un giorno decisi di ricavare tra le pile di volumi uno spazio dove potessi anche dormire, considerato che a casa mia non c’era una stanza in più che potesse ospitare uno come me. La mia nuova stanza sembrava una tomba, un mausoleo di libri nel quale vivevo, amando la vita che mi sarebbe anche potuta sfuggire di mano.

Con il passare inesorabile degli anni approfondii le mie riflessioni sulla vita e sull’esistenza. Quando iniziavo ad avere dubbi pensavo sempre alle parole «Dio mio, fammi credere ai miracoli» e mi tranquillizzavo. Di fatto mi interrogavo su quel che stava accadendo dentro di me. Mi capitò anche di entrare in trance in una delle aule della mia scuola. Era inverno e la neve ricopriva ogni cosa. Non ero abituato al freddo pungente di Amman perché sono nato a Zarqà, dove le nevicate sono un evento eccezionale. Durante lo stato di trance vidi il mio esimio maestro del convento, dal quale mi aveva come al solito portato mio nonno, che Iddio abbia misericordia di lui. Il maestro mi disse: «Mio caro, se vuoi conoscere Dio cerca dentro di te, se vuoi vederlo guardati allo specchio, perché dentro ciascuno di noi risiede il divino, non siamo forse emanazione della sua anima, mio caro Islam?». Il nonno accennò un sorriso e scomparve nella bruma del sogno.


Una citazione piena di affetto

Quando ripresi coscienza vidi tutti i miei compagni di scuola e i professori intorno a me. Rimasi in silenzio, anche se nella mia testa si accumulavano domande che mi frastornavano. Mi sembrava di avere al posto della testa una città in fermento.

La mia interpretazione di quanto avevo visto in trance era che Dio abitava in ogni uomo, in ogni essere vivente, in ogni anima, in ogni cosa. Dio non apparteneva solo agli imam, agli inturbantati di bianco o di nero, anzi Dio è più vicino alla gente comune, non ha bisogno di nessuno che lo difenda perché Lui è Dio.

In seguito con il passare degli anni venni avvolto dagli effluvi dell’amore. Mi innamorai di una ragazza simile a un giardino in fiore sia nell’aspetto esterno sia nell’animo. Aveva i colori e i profumi delle quattro stagioni. L’amavo d’amore sincero. Mi disse che Dio nel Vangelo dice che «Dio è amore», per questo motivo lei mi amava. La sua citazione mi sorprese. Frugai nella memoria per trovare un versetto coranico corrispondente. Mi affrettai allora al mio meraviglioso mausoleo, alla mia biblioteca, per leggere il Corano.

Rimasi stupito dal suo stile, dalle caratteristiche del suo linguaggio, dai suoi contenuti pieni di dolcezza, affetto, rabbia, mistero e bellezza. Un universo di parole ed espressioni, un miracolo della lingua. Il miracolo del Profeta non fu proprio la lingua?

Corsi dalla mia amata, avvolto dalla città degli innamorati, e le dissi: «Il tuo viso per poco non brilla anche se non lo tocchi fuoco. È luce su luce» (la parte in corsivo corrisponde al versetto 35 della sura XXIV, ndt). E le diedi un bacio, il primo bacio della mia vita.

Non credo di avere interpretato in maniera offensiva il Corano. Quel versetto era pieno di dolcezza, affetto, amore e delicatezza. Per questo motivo non ho pensato che fosse vietato paragonare l’“Olivo degli olivi” alla lucentezza del viso della mia innamorata.


Il solo potere sovrano

Mi ritornano continuamente alla memoria le parole di Kazantakis: «Noi cantiamo anche se sappiamo che non c’è alcun orecchio ad ascoltare». Allora qual è l’utilità del cantare, qual è l’utilità delle parole che riempiono le pagine e gettano ponti d’amore tra gli uomini e tra i ragionamenti infuocati dello scrittore? È praticamente nulla, polvere, così come ha affermato Rilke: «L’importanza della letteratura eterna risiede nel fatto che leva la sua voce con la forza e la magia della parola ed è come se raddoppiasse la sua intensità nel deserto». Questa è la domanda che mi pongo quando finisco di scrivere ogni mia poesia. Mi consolo poi con le parole di Baudelaire: «Il potere sovrano è quello della poesia che in ogni luogo e in ogni momento si trasforma per negare le tenebre». E per me sarà così fino a quando invecchierò. Un giorno mi sono svegliato e ho saputo con estremo stupore che qualcuno mi ha giudicato “infedele”, mi ha condannato per apostasia. Poi un articolo di giornale ha incitato i suoi lettori a manifestare contro di me e – perché no? – a uccidermi. Ho scoperto la schizofrenia. Ho scoperto la prigione solo perché sono uno scrittore!

Ma per me sarà così fino a quando invecchierò e ripeterò le parole del celebre poeta arabo Mutanabbi, vissuto più di mille anni fa: Dormo con gli occhi ricolmi di illusioni/ mentre l’universo veglia e litiga con la vita che scorre.

 

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