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da Avvenire
del 13 novembre 2008 Lo scenario prodotto dal crac finanziario manda in crisi modelli di vita consolidati. Parla la sociologa Emanuela Scarpellini Il calo dei consumi? Aumenta la povertà «Quello del commercio critico è un fenomeno destinato ad allargarsi, ma, in realtà, i prodotti doc costano di più. Non è più il bisogno che guida il ricambio degli oggetti, ma l’innovazione» di Paola Springhetti |
La crisi finanziaria prima, e la recessione in corso spingono a guardare con occhi diversi tutti coloro che, in questi anni, hanno tentato di rimettere in discussione il modello di sviluppo e di proporre stili di vita sobri, controcorrente in una civiltà consumistica che, pur avendo preso forma nel tempo di una generazione, diventava sempre più tale. Quanto crescerà la povertà? Parleremo ancora di consumismo, nei prossimi anni? Nel frattempo, però, nelle nostre case i nonni dalle fotografie appese ai muri guardano i nipoti riempire le loro stanze di oggetti di cui non saprebbero indovinare l’utilità o imparare l’uso. Loro erano cresciuti in un tempo, il primo novecento, in cui il poco denaro disponibile aveva lo scopo principale di sfamare la famiglia a suon di frumento, riso, patate, legumi, pomodori e pochissima carne o pesce. Per tutto il resto rimaneva ben poco. Anche per i nipoti - cresciuti a kiwi e cereali in fiocchi - il cibo è il problema più grosso, ma non per nutrirsi, piuttosto per goderne il più possibile senza ingrassare, riempirsi di cellulite, farsi alzare la pressione. Comperare e difendersi da ciò che si compera è ormai un tutt’uno: si mangia e si fa la dieta, si riempiono le borse e poi non si sa dove buttarle via… «Abbiamo mutato il nostro mondo con i beni di consumo, e i beni di consumo hanno mutato noi». A questa conclusione arriva Emanuela Scarpellini, docente di Storia contemporanea all’Università di Milano, che al tema dei consumi ha già dedicato vari studi. L’ultimo l’ha pubblicato Laterza e si intitola L’Italia dei consumi. Dalla Belle Époque al nuovo millennio (pp. 320, euro 24,00). Una storia dettagliata delle spese degli italiani, perché, spiega, «c’è una lunga tradizione di studi sulla storia dell’impresa, del mercato e dei meccanismi che legano la domanda e l’offerta, ma sull’ultimo anello della catena, quello del consumatore, spesso c’è un grande vuoto. Eppure proprio questo è un passaggio interessante perché ha al proprio interno molti aspetti sociali e culturali».Quando nel nostro paese calano i consumi, come si è verificato recentemente, scatta un allarme che sembra rimanere spento davanti ad altri indicatori di disagio: la precarietà, il numero di famiglie povere, il disagio giovanile… Perché? «I consumi sono diventati l’indice dell’integrazione sociale. Sono la misura di quanto stiamo bene, di dove siamo arrivati, di quanto siamo alla pari degli altri paesi europei o degli Stati Uniti. Una caduta è indice immediato della diminuita qualità di vita» Da quando i consumi sono diventati così importanti, anche sul piano sociale e culturale? «Dal dopoguerra, dagli anni del miracolo economico, in cui le famiglie hanno cominciato ad acquistare nuovi oggetti, realizzando il sogno italiano. Non c’è stato, infatti, solo un sogno americano: in Italia l’aspirazione era la casa, la macchina, ma soprattutto un tipo di vita diverso da quello del paese da cui tanti erano emigrati. E questo nuovo stile di vita era contrassegnato da alcuni consumi-simbolo: la macchina, la lavatrice, il frigorifero: il consumo è ormai diventato segno del benessere sociale raggiunto. Poi sono importanti anche gli anni Settanta, che tutti ricordiamo come gli anni dell’austerity, gli anni della crisi per eccellenza, anche sociale: ebbene, i consumi privati sono cresciuti per tutto il decennio, anche se irregolarmente» Comperavamo di più o meglio? «È cresciuto enormemente il numero di oggetti che comperiamo, e anche la loro varietà. Ma come spesso succede, spesso la quantità diventa anche qualità, e cambia il rapporto con gli oggetti. Nelle società preconsumistiche, alcuni singoli oggetti avevano un certo peso. Un abito veniva riparato più volte, riadattato, riciclato… era una cosa quasi preziosa. In una società caratterizzata da una produzione di massa, anche il nostro attaccamento a un abito è decisamente inferiore, e il suo valore scende. Il nostro rapporto con gli oggetti è meno coinvolgente: uno dei meccanismi su cui si basa il consumismo è che continuiamo a comprare e a cambiare in base all’innovazione, e non in base ai bisogni» Qualcuno però si è stancato: oggi assistiamo allo svilupparsi di forme di consumo 'alternative'. Penso al commercio equo e solidale, alle filiere del biologico, allo slow food, ai gruppi di acquisto solidale e così via. Resteranno nicchie o hanno la potenzialità per cambiare davvero le regole del mercato? «Credo che siano esperienze che tenderanno ad allargarsi, perché rispondono a problematiche importanti: pensiamo solo alla questione dei rifiuti e più in generale all’impatto ambientale della produzione. Resta però il problema del prezzo dei prodotti doc, equo solidali o biologici: hanno un costo di produzione più alto, e questo significa che la scelta etica non può da tutti essere trasferita nella quotidianità, anche se qualcuno lo desidera» Oggi c’è chi, di fronte ai problemi che abbiamo citato, sostiene che l’unica via di uscita è un modello di sviluppo che comprenda anche una riduzione dei consumi. «Per come è organizzata la nostra società e la nostra vita, un calo avrebbe, per i consumatori-elettori, conseguenze traumatiche, difficilmente sostenibili, dopo che per tanti anni la politica è stata interamente rivolta all’incentivazione dei consumi per fare girare l’economia. Ci sono però i margini per mantenere un buon livello di consumo ma sprecando meno, a partire dalla fase di produzione (penso ad esempio agli imballaggi)» |
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