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da Nigrizia
novembre 2008 Immigrazione - La lezione di Castel Volturno Disintegrati Quel pezzo d’Africa campano è un non luogo, abbandonato a sé stesso, alla camorra e al suo sviluppo abusivo. Lì non sono integrati neppure gli italiani. Viaggio nelle contraddizioni di una realtà senza identità, dove lo scontro razziale è solo una lettura superficiale di quel che accade di Gianni Ballarini |
Un viaggio tra gli spaesati. Tra storie lastricate di paradossi e di vite di scarto, dove le buone intenzioni sbandano. Castel Volturno è quel pezzo d’Africa bagnato dal mar Tirreno e incastonato tra Napoli e Caserta. Una città nata per il benessere di pochi fortunati e diventata l’approdo di fortuna di chi ha visto il destino voltargli le spalle. Italiano. Straniero. Perché il migrante, qui, non è solo l’africano. Per anni è stata rimossa questa periferia della periferia, definita «il buco del culo dell’Italia» da Roberto Saviano, l’autore di Gomorra. Oggi è il luogo di frontiera più raccontato, soprattutto dopo la morte di Samuel, Awanga, Yulius, Eric, Alex e Christopher, i sei africani uccisi il 18 settembre dai mitra della camorra. Da allora si è scatenato lo show. Fari puntati dei grandi media sull’“Africana”, come è chiamato da queste parti il litorale Domitio: un lungo nastro d’asfalto ai cui lati si vedono fabbriche dismesse, hotel abbandonati o sequestrati, scheletri di centri commerciali, palazzoni malmessi, negozi etnici, rifiuti ammassati sulla strada. E, oggi, anche le divise dello stato appostate a ogni rotonda. Castel Volturno si distende su quei 27 km di Domitiana. Senza una vera piazza. Senza veri spazi di ritrovo, di aggregazione sociale. Pochi o inesistenti anche i centri sportivi. Ventiduemila abitanti ufficiali, più un’altra comunità di fantasmi per legge, obbligati a vivere assieme in un ex paradiso devastato da anni di incuria, di speculazioni edilizie, di colpevole abbandono dei governi e della politica. Tutti assieme costretti a genuflettersi alla sola legge rispettata: quella imposta dalla camorra. Essendo un territorio complesso, le semplificazioni dominano ogni analisi. Ciascuno arriva e racconta un pezzetto di realtà. Magari con modelli interpretativi “chiavi in mano”. Quello che va per la maggiore è descrivere lo scontro razziale in atto: Castel Volturno? La miglior rappresentazione in Italia della mancata integrazione. La “rabbia” bianca contro l’“invasione” nera. Una lettura semplice. Ma insufficiente. Renato Natale è il presidente dell’associazione Jerry Masslo. Dal 1989 è impegnato sul fronte della prima accoglienza sanitaria verso gli immigrati. «Castel Volturno – spiega – è il non luogo dove si può scaricare tutto ciò che non piace. È una discarica non solo ambientale, ma anche umana. Perfino gli italiani sono disintegrati. Un territorio in queste condizioni è utile a chi vuole controllarlo illegalmente». La verità è che siamo tutti in affanno a definire. A catalogare. A descrivere fenomeni di cui non si sa cosa dire, se non ripetere cose già sentite. Troppe le contraddizioni custodite in questa terra. Un forestiero, a digiuno di Castel Volturno, ne incontra di clamorose. Contraddizioni • Se si arriva da Sud, dalla provincia di Napoli, uno dei primi cartelli che si trovano recita: “Fontana Blu, città dell’uomo, paradiso dei fiori”. Pochi chilometri dopo, un enorme canale – un fiume, verrebbe da dire – taglia a metà la struttura urbana per finire in mare. È il Regi Lagni, la rete di canali ideata in età borbonica. L’acqua è bassa. Il tanfo sale alto. È una cloaca a cielo aperto. Una trentina di comuni, più di 430mila persone, scarica in quel canale le proprie fogne. In alcuni paesi hanno costruito depuratori milionari. Inutilizzati. Come se non bastasse, il mare color fumo e le falde acquifere della zona si sono riempiti in questi anni dei veleni prodotti dai rifiuti tossici, sversati illegalmente dalla camorra. • Steven è un ghaneano che vive da otto anni a Castel Volturno. Lavora in una delle aziende agricole della zona. Ha un permesso di soggiorno. È uno dei pochi rimasti nonostante la “carta”. L’ha ottenuta pagando il contratto di lavoro. Il 50-60% di chi ha un permesso l’ha ottenuto in questo modo. Qui, spesso, si paga per lavorare. • A Castel Volturno, una delle prime risposte istituzionali alla logica dei ghetti e dell’accoglienza selvaggia è stata la nascita, nel 1996, del “Centro immigrati Campania, Donazione Fernandes”. Una struttura della Diocesi di Capua che ospita associazioni, posti letto, corsi… Quasi metà del Consiglio comunale locale (8 su 10) ha votato, a ottobre, per la sua chiusura. L’accusa: è un attrattore di immigrati. • Nell’area dell’agro aversano imperversa una figura politica, il sottosegretario forzista Nicola Cosentino. Una potenza. Oggi è sottosegretario all’Economia nel governo Berlusconi. È di Casal di Principe, a pochi chilometri dal litorale Domitio. In tutte le Tv locali, perfino in quella pubblica, viene omaggiato e lasciato parlare di legalità e di sostegno all’azione della magistratura. Eppure, almeno cinque pentiti di camorra l’accusano di aver intessuto un rapporto organico con il clan più pericoloso d’Italia, quello dei casalesi. • A Caserta e dintorni tutti sanno cos’è il Villaggio Coppola di Castel Volturno: un agglomerato urbano nato nel giro di pochi anni, negli anni ’60, senza alcuna concessione edilizia e senza alcun controllo delle autorità preposte. Ottocentosessantremila metri quadrati occupati col cemento: 8 palazzi di 12 piani (poi abbattuti), residence, hotel, un porto artificiale al posto di una pineta, migliaia di villette. Tutto a pochi metri dal mare. La camorra ha fornito cemento, ferro, legno e manodopera. A realizzare «la più grande cittadella abusiva d’occidente» (Saviano) è la famiglia Coppola. Oggi una degli eredi, Cristiana Coppola, è vicepresidente di Confindustria nazionale, con delega per il Sud, e già presidente degli industriali della Campania. Il Villaggio, ora, è di nuovo al centro di molti appetiti. Nel 2009 dovrebbero partire i lavori di un nuovo porto turistico da 1.200 posti barca, con una spesa complessiva che supera gli 80 milioni di euro. Case per tutti E gli esempi potrebbero continuare all’infinito. È assai sfumato, da queste parti, il confine tra il lecito e l’illecito, tra il razionale e l’irrazionale, tra il bene e il male. Di certo, questo territorio è stato tra i meno disturbati dalla legalità. Come se ci avessero rinunciato fin da subito. Il Wwf e Legambiente hanno censito almeno 12mila costruzioni abusive solo nel territorio comunale. Molte, ovviamente, prive delle urbanizzazioni primarie, quindi dei servizi essenziali. Nate negli anni ’60 come seconde e terze case dei napoletani e dei casertani, sono state utilizzate negli anni ’80 per dare un tetto ai terremotati dell’Irpinia, di Napoli e, in seguito, a quelli di Pozzuoli. Finita l’emergenza, molti se ne sono andati, lasciando case disastrate. I proprietari, nonostante la regione avesse dato loro i finanziamenti per rimetterle in sesto, hanno preferito lasciarle così com’erano e affittarle agli immigrati. Sia stranieri che italiani. Contratti di affitto in nero. Soldi facili. I primi migranti stranieri, arrivati a fine anni ’80, hanno raccontato di essere stati accompagnati dalle forze dell’ordine delle varie province del Sud alla stazione ferroviaria più vicina, con il consiglio di andare a Castel Volturno, dove sarebbero stati al sicuro. Là, certamente, c’era un tetto sotto cui dormire. Poi la voce e il richiamo etnico hanno fatto il resto. Oggi questo paese è un caos abitativo, dove vivono centinaia di gruppi familiari provenienti dalle aree più disparate. All’anagrafe comunale risultano oltre 22mila abitanti. Il 10% è straniero, che arriva da 65 paesi diversi. Sono gli immigrati “ufficiali”. Sugli irregolari è scontro di cifre. Medici senza frontiere parla di 20mila. L’amministrazione di 15mila. Per padre Giorgio Poletti, comboniano che da 13 anni ha trovato la sua Africa da queste parti, non sono più di 6mila. Il gruppo prevalente è quello nigeriano, una parte del quale è impegnato nel controllo del traffico degli stupefacenti e della prostituzione. Seguito da quello ghaneano. Ma numerosi sono anche gli ucraini, i polacchi e gli indiani. Più silenziosi. Operano nell’ombra e stanno rubando il mercato del lavoro agli africani. O’ Califfo, il caporale, paga 20-25 euro una giornata nei campi. Valerio Petrarca, noto africanista all’Università di Napoli Federico II, ha deciso di trasferire parte dei suoi studi nella realtà di Castel Volturno. «Mi ero accorto, colpevolmente, che ne sapevo più della Costa d’Avorio che di questo territorio, a pochi chilometri da casa mia». A suo avviso, «difficilmente il fenomeno s’arresterà, perché per il migrante questo è un territorio, paradossalmente, sicuro: c’è una corposa comunità e ci sono delle case dove vivere». Ci sono zone, come Pescopagano e Destra Volturno, vissute prevalentemente da africani, dove il personale del comune e gli assistenti sociali non si sono mai recati. Ci sono quartieri dove non si fa manutenzione a una strada da anni, senza curarsi di chi ci vive, ignorando il problema. Scuole senza banchi La maggior parte degli immigrati resta qui, tuttavia, fino a quando non trova il modo di regolarizzarsi. Poi scappa al Nord. Forse per questo non riescono a voler bene a questo territorio. Sono di passaggio e non sviluppano alcun senso di appartenenza. Ma è così anche per molti italiani. Ce lo conferma Roberto di Lella, docente del primo circolo didattico, che raggruppa materne ed elementari con 690 bambini. «Ogni anno, durante il periodo scolastico, prepariamo decine di nullaosta. Sono i documenti che servono per trasferire i bambini in un’altra scuola. Il picco l’abbiamo avuto nel 1996, quando ci sono stati 90 bambini in uscita e ben 180 in entrata. La maggior parte di loro era ed è italiana». Sono quelli che se ne vanno dal dormitorio di Castel Volturno. Magari in cerca di un lavoro, visto che la disoccupazione giovanile supera il 90%. «Qui non ci sono cittadini», ci spiega padre Poletti, «ma abitanti fruitori di un territorio. Manca un’identità geografica e culturale». La scuola potrebbe essere un’agenzia che fa davvero integrazione. E alle elementari, dove i bimbi stranieri superano il 15%, qualche risultato è stato ottenuto: giornate annuali dedicate ai temi della legalità e dell’integrazione, progetti legati alla dispersione scolastica e al benessere a scuola, insegnanti di strada impegnati anche sul fronte del disagio sociale. «Ma tutto ciò si è fermato da quando è iniziata la mattanza degli organici. Ci è stato impedito, di fatto, alla faccia dell’autonomia, di fare ed essere scuola», ci spiega Tonino Gucchierato, da 18 anni maestro a Castel Volturno. E va peggio alle scuole medie: dopo un mese dall’avvio delle lezioni, i ragazzi andavano a scuola un giorno sì e uno no. Il motivo? La mancanza di sedie e banchi. Quando dicono l’assenza dello stato… Aveva colto nel segno, quindi, la provocazione dell’assessore all’istruzione della regione Campania, Corrado Gabriele, che invitava il governo a mandare in quelle terre 500 insegnanti in più invece di 500 militari. Ma qui lo stato non investe nell’integrazione, semplicemente perché questo luogo non luogo deve restare “disintegrato”. Non governato. Terreno di pascolo dell’illegalità. Per anni è stato rifugio di latitanti e sono più di cento le persone agli arresti domiciliari nelle case del litorale. «Cosa farà Castel Volturno da grande? Un progetto politico sul territorio non si riesce a leggere; quello criminale si legge meglio ed è più fruibile», il commento di Petrarca. «Sono di nuovo in arrivo valanghe di milioni di euro. Si pensa a un progetto turistico. L’ennesimo. Ma nessuno ne pensa uno sociale», gli fa eco Natale. Una bonifica turistica che si può realizzare solo se i neri se ne vanno. Perché «degradano l’ambiente». La mattanza del 18 settembre, con i 6 africani ammazzati, potrebbe essere letta anche con questa sintassi. Toni Smart è un nigeriano che da tre anni ha aperto un bar-ristorante sulla Domitiana. Ma le cose non vanno bene. «Questo paese ha i migranti che si merita. Io non ne posso più di star qui. Non c’è futuro per i miei bimbi. Se c’è l’occasione, me ne vado». Parole che sembrano raccolte in uno qualsiasi dei porti africani della speranza. Anche in Italia, ora, si ha la valigia in mano. |
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