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da Popoli
novembre 2008

Entrare nelle stanze dei bottoni delle grandi multinazionali, acquistando piccole quote azionarie: è un modo pragmatico per chiedere giustizia che negli Usa vanta un'importante tradizione

Il valore delle buone azioni

Così i gesuiti e altri religiosi, investitori attenti alle responsabilità delle imprese, stanno ottenendo risultati e credibilità

di Francesco Pistocchini
 

Quando lo scorso maggio gli azionisti della Chevron, uno dei giganti americani del settore petrolifero, si sono riuniti per la loro assemblea annuale a San Ramon, California, sono stati accolti da ambientalisti e attivisti dei diritti umani che ricordavano loro i disastri di cui è accusata l'azienda, dalla Birmania all'Ecuador, alla Nigeria. Le critiche a un certo modo di fare impresa, però, non si sono fermate dietro i cordoni della polizia. Durante l'assemblea, una coalizione di azionisti ha presentato (per il terzo anno consecutivo) una risoluzione che ha ottenuto un significativo 24% dei voti. I promotori del documento erano alcuni gesuiti che hanno raccomandato all'azienda di «adottare una politica dei diritti umani di portata generale, trasparente e verificabile» rispetto alle proprie operazioni in ogni parte del mondo.

In che modo un ordine religioso si confronta sui diritti umani con quella che, secondo l'ultima classifica della rivista Fortune, è la sesta più grande impresa del mondo? Con 59mila dipendenti, Chevron corporation è un'azienda capace di estrarre due milioni di barili di petrolio al giorno. Ha un giro d'affari di quasi 211 miliardi di dollari (155 miliardi di euro) e profitti per oltre 18 miliardi di dollari.

Con un'azienda di tali dimensioni si è misurata una coalizione di azionisti, in rappresentanza delle Province nordamericane della Compagnia di Gesù, di tre università dei gesuiti e altri istituti religiosi. Il gruppo di pressione ha presentato un documento che punta il dito sulle attività della multinazionale nel Delta del Niger, in Nigeria (uno dei maggiori produttori africani di greggio). Qui le attività di estrazione da parte di diverse imprese solleva non pochi problemi ambientali e di rispetto delle popolazioni locali (cfr Nigeria, il Delta brucia, in Popoli, agosto/settembre 2007) e Chevron è uno dei maggiori investitori statunitensi nel settore petrolifero nigeriano.


Azionisti e uomini di fede

La risoluzione, che già nel 2006 e 2007 ha ricevuto circa un quarto dei voti in assemblea, dice a chiare lettere che non ci si può accontentare di una paginetta di generiche buone intenzioni sui diritti umani, tutto ciò che l'azienda ha finora ufficialmente offerto, perché questo documento, «mentre elenca valori generici, si esprime in modo vago e difetta di elementi di principio per quanto riguarda la responsabilità gestionale, i traguardi specifici, le linee guida per le rendicontazioni e le valutazioni dei risultati». Perciò la risoluzione richiede impegni più precisi, che migliorino la reputazione dell'azienda, le relazioni fra tutte le parti in causa e la sicurezza dei dipendenti. Inoltre chiede che vengano ridotti i rischi di pubblicità negativa, di boicottaggi e cause legali. In concreto ciò significa rispettare la sicurezza delle persone, i diritti sindacali dei lavoratori, i diritti delle popolazioni indigene. John Kleiderer, responsabile nella Conferenza dei gesuiti Usa per queste iniziative, sottolinea come questa linea non sia solo giusta, ma anche saggia sotto il profilo economico-gestionale, «perché una politica attenta ai diritti umani farebbe fronte alle situazioni di rischio per gli investitori, prima ancora che esse si concretizzino».

L'investimento sociale responsabile è uno dei modi in cui i gesuiti negli Usa svolgono il loro ministero sociale e l'azionariato attivo è una forma di partecipazione finanziaria che mira a influenzare concretamente le strategie aziendali. Nel 2003 l'allora Padre generale Peter-Hans Kolvenbach ricordava l'impegno preso dai gesuiti nella Congregazione generale 34ª in favore dell'Africa, nel «costruire una Chiesa africana giovane e vivace [...], creando nuovi legami di solidarietà tra la sua gente e lottando per superare le forze globali che tendono a mettere ai margini l'intero continente». L'attivismo tra gli azionisti è allora una concreta strategia missionaria per i gesuiti americani, i quali si rendono conto di avere influenza limitata sulle scelte politiche dei Paesi africani, ma possono accedere direttamente, attraverso gli investimenti, nelle aziende Usa che fanno affari in questa parte del mondo. Possedere azioni e occupare un posto al tavolo in cui si dialoga con il management è già un canale per promuovere i diritti. Se poi si porta ripetutamente in assemblea una risoluzione che ottiene un consenso significativo, la proposta non potrà a lungo essere ignorata. La soglia per tenere viva una risoluzione e ripresentarla l'anno successivo è del 3% il primo anno e del 6% il secondo. Per John Fitzgibbons, gesuita della San Francisco University, una delle università coinvolte, «un sostegno considerevole e continuo alla risoluzione dimostra che la comunità degli investitori è attenta ai diritti umani e in anticipo sulle decisioni dei manager».


Nel solco di una tradizione

A intraprendere il dialogo con i vertici aziendali è stato l'Njcir, il Comitato nazionale dei gesuiti per gli investimenti socialmente responsabili. L'iniziativa non è isolata: i gesuiti di Usa e Canada si confrontano anche con gli azionisti della Bristol Myers Squibb (farmaci), in relazione ai medicinali contro l'Hiv/Aids, difficilmente reperibili in Africa, e della Monsanto (biotecnologie agrarie), azienda chiave nello sviluppo degli Ogm, al centro di innumerevoli critiche per le strategie aziendali nei Paesi poveri. In passato hanno ottenuto importanti risultati con Abbott Laboratories nel campo dei medicinali antiretrovirali e dei test per l'Hiv.

Il Comitato dei gesuiti si muove nel quadro di Iccr (Interfaith Center on Corporate Responsibility), il Centro interreligioso sulla responsabilità sociale d'impresa, nato nel 1971, con sede a New York, e che raccoglie quasi trecento organizzazioni. I gesuiti ne fanno parte dal 1975. Nucleo portante dell'organizzazione sono 84 enti religiosi protestanti, cattolici ed ebraici.

Iccr ormai è una realtà consolidata: i suoi investitori hanno presentato risoluzioni in oltre 200 aziende statunitensi e canadesi in numerosi ambiti. Quasi tutte le grandi multinazionali Usa sono state prese in esame. Iccr è in qualche modo l'inventore dell'azionariato attivo. Il principio è semplice: chi acquista azioni di un'azienda acquisisce il diritto di partecipare alle assemblee dei soci, intervenire nei dibattiti, votare gli ordini del giorno. Negli Usa basta essere proprietari di 2.000 dollari in azioni per proporre una risoluzione in assemblea (in Italia, le regole variano tra società). Oggi fondi pensione, fondi di investimento socialmente responsabili, sindacati, fondazioni, organizzazioni ambientaliste, gruppi pacifisti e femministi, anche stranieri, sono affiliati a Iccr e formano un'avanguardia del movimento azionario sociale e ambientalista.


All'inizio, l'apartheid

Furono alcuni gruppi protestanti a porsi per primi domande su come venivano reinvestiti i propri soldi. All'epoca una questione di fondo era il sostegno economico al regime sudafricano dell'apartheid. Era possibile spingere le imprese con base in America a modificare le proprie strategie rispetto a quel regime? Il primo tentativo fu fatto con General Motors (allora numero uno al mondo nel settore automobilistico), perché non facesse più affari nel Paese. Oggi molti storici e lo stesso Nelson Mandela riconoscono che le fughe di capitali stranieri contribuirono alla fine del regime e quel processo fu accelerato dagli investitori di ispirazione religiosa. Ricorda padre Jim Webb, oggi Provinciale del Canada anglofono: «Nel 1973 partecipai, con il permesso dei miei superiori, alle riunioni degli azionisti della Falconbridge Nickel, una società del settore minerario, di cui possedevamo alcune azioni come gesuiti. Ponevo questioni sulle operazioni dell'azienda in Namibia, che all'epoca era occupata illegalmente dal Sudafrica dell'apartheid. Questo mi portò a partecipare alla Taskforce delle Chiese sulla responsabilità delle imprese, un gruppo ecumenico che cercava di monitorare le attività delle multinazionali canadesi, specialmente nelle loro attività nei Paesi del Sud del mondo. Ho partecipato a innumerevoli assemblee di aziende coinvolte nello sfruttamento minerario (specialmente nel Cile di Pinochet e in Sudafrica) e delle cinque grandi banche canadesi che erogavano prestiti a questi Paesi. Mentre ci sembrava di ottenere scarsa attenzione da parte delle banche, nel 1979 i banchieri sudafricani ci chiesero un incontro perché non riuscivano più a ottenere prestiti dai nostri maggiori istituti finanziari "a causa della pressione delle Chiese"».

Oggi Iccr gestisce circa 100 miliardi di dollari di investimenti dei membri a pieno titolo, ma la somma supera i 2mila miliardi di dollari se si estende il calcolo anche ai membri associati e affiliati. Gli enti religiosi sono i membri più attivi: partecipano alle assemblee degli azionisti delle società in cui investono, guidano i team di lavoro, pongono domande al management ed esercitano pressioni affinché i dirigenti adottino strategie e comportamenti socialmente responsabili nella gestione dell'azienda. Valutano gli investimenti, diversificano, investigano, pubblicano rapporti, appoggiano campagne di sensibilizzazione e boicottaggi.

I membri si riuniscono tre volte l'anno per fare un bilancio delle attività e definire le strategie. Gli associati possono accedere a Ethvest, un data-base riservato che raccoglie le valutazioni etiche sulle imprese che vengono monitorate.

Accade che spesso le risoluzioni vengano ritirate e ciò può essere letto come un successo, perché conseguenza di accordi raggiunti tra le imprese e gli azionisti. Anni di impegno hanno dato risultati e diffuso un nuovo modo di considerare il ruolo degli investitori. Come ha osservato Laura Berry, direttrice di Iccr, in una recente intervista a Socialfunds.com, «agli inizi ottenere il 3% dei voti poteva essere già un successo. Oggi, risultati come quello dei gesuiti di fronte alla Chevron dimostrano un notevole rafforzamento».


Denunce profetiche

Ancora negli anni Ottanta, riviste come Fortune irridevano l'investimento socialmente responsabile parlando di feel-good funds (fondi per sertirsi bene) o comportamenti politicamente corretti (sottointeso, inefficaci). Ma i 40 miliardi di dollari che nel 1984 negli Usa sono stati destinati all'investimento socialmente responsabile, nel 2007 sono diventati 2.710 miliardi, circa l'11% di tutti gli investimenti finanziari di quell'anno.

Molto prima che scoppiassero le recenti bolle finanziarie, voci profetiche si erano levate per avvertire degli abusi nei mutui ipotecari. Gruppi religiosi hanno iniziato a suonare l'allarme sui prestiti subprime quindici anni fa. Nel 2004, in anticipo di circa tre anni sullo scoppio della crisi finanziaria scaturita dal default dei subprime americani, Iccr presentò una risoluzione chiedendo alla Lehman Brothers di sviluppare procedure di analisi più rigorose sui finanziamenti erogati e sui partner, responsabili di pratiche «predatorie» nell'erogazione di mutui ad alto rischio. Il fallimento in settembre di questa banca di investimenti è uno dei più grandi della storia americana. Anche rispetto al riscaldamento globale, l'Iccr si è mossa d'anticipo. Come ricorda Laura Berry, «la prima risoluzione Iccr in materia risale agli inizi degli anni Novanta, quando gli "esperti" non erano affatto convinti che si sarebbero verificati cambiamenti del clima». Attirare l'attenzione dei media sulle grandi questioni di giustizia e sostenibilità è servito ad aprire spazi di dibattito.

«Il coinvolgimento dei gesuiti e di altri religiosi come azionisti in operazioni di investimento etico - conclude padre Webb - non significa trarre profitto da pratiche affaristiche ingiuste. Intendiamo dire alle imprese che esse hanno una responsabilità morale ad agire con giustizia, in qualunque parte del mondo esse operino».

 

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