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da Tempi
del 10 novembre 2008

Salih Mahmoud Osman, l’avvocato delle vittime dei soprusi nel Darfur, racconta la sua guerra legale contro il patto scellerato tra Khartoum e le bande janjaweed. E lancia un appello per fermare il genocidio che nessuno vuole vedere

L’uomo che difende i dannati della terra

di Rodolfo Casadei
 

Essere premiato da Human Rights Watch nel 2005 e dal Parlamento europeo col prestigioso premio Sakharov nel 2007 non ne ha fatto una star. Perché Salih Mahmoud Osman, che vive in Darfur ed è un avvocato specializzato in violazioni dei diritti umani, non è per la fama o per i soldi che da venticinque anni fa quello che fa. «Non ho aspettato la crisi degli ultimi anni per impegnarmi in materia di diritti umani», spiega. «Sono diventato avvocato nel 1982 e quando ho aperto il mio studio a Wad Medani nel Darfur un sacco di gente ha cominciato a fare la fila per denunciare gli abusi di cui era vittima da parte dei rappresentanti dell’autorità: arresti senza motivo, maltrattamenti da parte degli agenti, torture, stupri. Molti di coloro che si rivolgevano a me non avevano soldi per pagare, e allora offrivo loro il patrocinio gratuito. Del resto la mia famiglia è famosa perché ha sempre fatto del bene a tutta la comunità». Salih Osman viene dal Gebel Marra (l’area meno arida del Darfur) ed è un fur, l’etnia che dà il nome alla regione. Subito dopo l’ascesa al potere degli islamisti è stato arrestato due volte: per quattro mesi nel 1989 e per altri sei mesi nel 1990. «In Sudan a quel tempo c’erano due tipi di islam: quello del Darfur e delle altre popolazioni nere che si rifà alla tidjania, confraternita dell’Africa occidentale, e che mescola l’islam con le tradizioni africane; e quello del nord, più legato al mondo arabo. Ma nemmeno i nordisti erano fanatici, fino a quando non è andato al potere questo governo. Loro hanno imposto a tutta la nazione la loro interpretazione estremista dell’islam, allo scopo di modellare tutto il Sudan sull’identità arabo-islamica».


Sette mesi in carcere

In Darfur le cose sono precipitate nel 2003. «Per anni la gente del posto ha rivendicato pacificamente migliori condizioni di vita. Chiedeva scuole, ospedali, servizi sociali. Anziché dialogare il governo li trattava da oppositori. Le provocazioni e le razzie da parte dell’esercito e delle bande armate janjaweed si sono moltiplicate, e sono nati movimenti di lotta armata fra la popolazione africana. A quel punto il governo ha cominciato a considerare un ribelle chiunque appartenesse alle etnie a cui appartenevano i militanti armati: fur, masalit, zaghawa, eccetera. Le violazioni dei diritti umani sono esplose. All’inizio del 2004 anch’io sono stato arrestato. Il mio caso però ha avuto risonanza internazionale, e dopo sette mesi mi hanno liberato. Nel frattempo al mio indirizzo erano arrivate 500 lettere di solidarietà da tutto il mondo. A quel punto mi è venuta una nuova idea: quella del patrocinio collettivo dei casi». Salih ha creato il Centro Amal, un’associazione di avvocati specializzati in violazioni dei diritti umani. «Per le vittime era molto pericoloso denunciare il poliziotto o il soldato che le aveva derubate, violentate o torturate. Così eravamo noi avvocati a sporgere denuncia al loro posto tutti insieme. Siamo arrivati ad essere 40. Ma poi il governo ha cominciato ad infiltrarci, così ho dovuto creare un’altra associazione: la Soat, Organizzazione del Sudan contro la tortura. Anche questa però ha avuto lo stesso destino della prima e ora sto cercando di organizzare qualcos’altro coi miei amici più fidati».

Sulla guerra in Darfur Osman conferma l’interpretazione di Tempi: «Storicamente in Darfur ci sono sempre stati conflitti di bassa intensità fra le popolazioni nomadi e le maggioritarie popolazioni sedentarie, che erano regolati con mezzi tradizionali. Ma questa volta le cose sono cambiate, perché il governo si è schierato nel conflitto portando la sua visione politico-religiosa, che è quella di un Sudan tutto arabizzato. Ha distribuito armi fra i nomadi di lingua araba e ha promesso loro le terre dei neri, una volta che avessero spazzato via l’attuale popolazione. In questo modo hanno causato una guerra che ha fatto più di 200 mila morti e costretto 4 milioni di persone ad abbandonare le proprie case».


«La lotta armata non paga»

Quando gli si dice che non tutti in Europa accettano di definire quello del Darfur un genocidio, compresi personaggi stimati che operano in Sudan come Gino Strada, Salih Osman (che dal 2005 è anche parlamentare sudanese affiliato niente meno che al Partito comunista), si rabbuia: «Questo è un genocidio, lo dico come avvocato e come vittima. È un genocidio che avviene sotto i nostri occhi. E quello che sconvolge le vittime è vedere che gli Stati Uniti hanno proclamato la sussistenza del genocidio, ma non viene presa nessuna iniziativa a livello internazionale. L’unica persona che si è dimostrata coraggiosa è il procuratore della Corte penale internazionale Luis Moreno-Ocampo, che ha incriminato il presidente sudanese Omar el Bashir».

Osman denuncia un genocidio sotto gli occhi del mondo, ma non ha simpatia per la lotta armata e crede ancora nelle possibilità di una soluzione negoziata. «La guerriglia si è frammentata in tanti gruppi, e nessuno di essi è più veramente degno di fiducia. All’inizio la gente nei campi profughi simpatizzava per loro, riteneva che stessero difendendo una giusta causa. Oggi si sono accorti che i leader dei vari gruppi sono preoccupati solo dei propri interessi e che molti non hanno le qualità per guidare, nemmeno sanno cosa vogliono. Prevalgono le divisioni sulla base dell’etnia e della tribù, e pensare di riunificarli in vista di un negoziato è tempo perso. Io credo ancora nella possibilità di una soluzione negoziata del conflitto, ma per arrivarci la comunità internazionale dovrebbe offrire meno spazio ai gruppi armati e di più alla società civile. Bisogna trovare un meccanismo per associare ai negoziati anche i rappresentanti del Darfur che non hanno scelto la via delle armi». A dargli un po’ di speranza è il fatto che anche il governo si sente con le spalle al muro, e non solo per l’entrata in scena della Corte penale internazionale. «A causa della pressione e della presenza internazionale sul posto, il governo non ha potuto mantenere la promessa fatta ai janjaweed di assegnare loro le terre che erano una volta dei neri. La conseguenza di questo è stata la rottura della coalizione e una frammentazione delle milizie arabe, che ormai sfuggono al controllo di Khartoum».

L’ultima parola del premio Sakharov 2007 è un appello all’Italia: «L’Europa può fare di più per rafforzare la presenza internazionale in Darfur, l’unica cosa che frena il genocidio. E l’Italia può fare di più per rafforzare la missione dei caschi blu e dei soldati dell’Unione Africana. Aiutateci a realizzare la risoluzione dell’Onu: la nostra gente deve poter tornare alle sue case ricostruite in condizioni di sicurezza».

 

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