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da Avvenire
del 21 novembre 2008

Unicef: 26 milioni di bimbi morti per fame e malattie

di Lucia Capuzzi
 

Quindici dollari. È il prezzo della vita di un bambino in Africa Subsahariana. Tanto ci vorrebbe, infatti, per mettere in atto quel minimo di misure essenziali - dai vaccini alle medicine - in grado di ridurre la mortalità infantile del 60%. Ne bastano molto meno - due, al massimo tre, secondo l’Unicef - per dare a un 30% in più di piccoli la speranza di compiere 6 anni. La famiglia di Patricia, però, quei soldi non li ha. E per lei - che ha appena 4 anni - arrivare a 5 sarà una difficile scommessa. Perché nel suo Paese - la Guinea Bissau - un bimbo su cinque muore prima del quinto compleanno. Un dramma non solo africano: nel mondo 26 milioni di piccole vite vengono stroncate da fame, malattie (in 10 milioni di casi facilmente curabili), guerre.

'Save the children' ha calcolato che negli ultimi 15 anni l’80% delle vittime civili degli scontri armati sono state donne e bambini. Ai due milioni di piccoli massacrati nelle 'operazioni belliche' si devono poi aggiungere 6 milioni di mutilati e altri 22 che hanno dovuto abbandonare le loro case per i campi profughi. Ammassate in rifugi di fortuna, intere famiglie aspettano che la guerra o la carestia passino per poter rientrare a casa. Un’attesa che dura anni. In Colombia, ad esempio, dove il conflitto non dichiarato tra esercito, paramilitari e guerriglia esiste da quasi mezzo secolo, il numero degli sfollati continua a crescere, e nel 2008 ha raggiunto la cifra record di 270mila.

Sono dati allarmanti quelli presentati da varie organizzazioni umanitarie in occasione della Giornata mondiale dell’Infanzia. I diritti negati sono tanti, troppi per poterli elencare tutti. L’istruzione è un sogno lontano per 165 milioni di ragazzi tra i 5 e i 14 anni. Costretti a lasciare i libri per andare a lavorare. La triste usanza di impiegare minori in fabbriche, laboratori, botteghe è diffusa in tutto il Sud del mondo: dal Malawi al Perù, passando per India, Bangladesh, Eritrea, l’esercito dei 'piccoli schiavi' alimenta l’economia nazionale e arricchisce imprenditori senza scrupoli che, in cambio di una paga da fame, costringono i ragazzini a lavorare 12, 15 ore in condizioni inumane. Molti di loro - ben 1, 5 milioni secondo l’ultimo rapporto Ecpat (End Child Prostitution Pornograohy and Traffiking) - finiscono, poi, nelle mani di reti criminali che li obbligano a prostituirsi in remoti postriboli o agli angoli delle strade. Altri - almeno 250mila ­ vengono impiegati nei conflitti armati come soldati o spie. I comandanti dell’esercito li riempiono di droghe per annientarne la volontà e obbligarli a commettere i crimini più efferati. In Sierra Leone, Malawi, Congo, ma anche in Cambogia o Thailandia l’uso dei minori in guerra è una triste consuetudine.

In mezzo a tanto orrore, però, qualche buona notizia. La corte dell’Organizzazione degli Stati dell’Africa occidentale ha accordato un risarcimento alla nigeriana Hadijatou Mani, 'proprietà' per 12 anni di un ricco proprietario terriero. La donna, che ora ha 24 anni, ha ricevuto 15mila euro. Una cifra ridicola, ma il valore della sentenza è immenso: per la prima volta in Niger una 'schiava' ha ottenuto giustizia.

 

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