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da Avvenire
del 22 novembre 2008 L’opera di Vasilij Grossman, il suo capolavoro sulla battaglia di Stalingrado, mette sullo stesso piano tutti i totalitarismi, nel caso nazismo e comunismo Vita e destino arriva integrale dopo il Kgb Esce ora in Italia in edizione definitiva, grazie alla liberalizzazione degli archivi russi: Vasilij Grossman, Vita e destino (traduzione, a cura di Claudia Zonghetti), Adelphi, pagine 830, € 34,00 di Fulvio Panzeri |
Quando lavorava a quello che non solo è il suo capolavoro, ma anche uno dei capolavori della letteratura del Novecento, Vasilij Grossman, non sembrava stesse usando una penna, ma un un grosso martello per riuscire a edificare questa 'cattedrale del nostro tempo' che il suo romanzo, Vita e destino, rappresenta, da molti considerato una sorta di Guerra e pace del ventesimo secolo. Chi lo aveva conosciuto ricorda le sue mani grandi e forti, da operaio, quelle che hanno messo insieme questa grande epopea sulla battaglia di Stalingrado, durante la Seconda Guerra Mondiale, scritta da Grossman negli anni che hanno preceduto il caso Pasternak e la pubblicazione in Italia del Dottor Zivago, uno spiraglio di possibilità che convince lo scrittore russo di origini ebree a terminare la sua colossale opera e a spedirla ad una rivista. Era il 1960. Il miracolo che era capitato a Pasternak non si era ripetuto per Grossman che vide, l’anno dopo, l’irruzione degli agenti del Kgb nella sua casa che gli sequestrarono, non solo i dattiloscritti del libri, ma anche tutti i brogliacci che gli erano serviti per la stesura definitiva di questo romanzo, la cui forza dirompente e eversiva era chiarissima, perché rispondeva ad un imperativo che viene così espresso da un personaggio: «Era tempo, per ciascuno di noi, di sbarazzarsi dello schiavo che è in noi». Grossman costruisce l’opera che mette alla berlina tutti i totalitarismi, che indaga i rapporti tra le finzioni del potere e la verità della vita, che distingue tra bene e male. Pur parlando della battaglia di Stalingrado che è il nodo centrale del romanzo, ne dà una interpretazione terribile, portando a compimento il disegno potente di intuizioni che avevano già avuto altri scrittori dell’area slava (si veda Liberazione di Sandor Marai, recentemente tradotto da Adelphi), vale a dire che l’effettiva contrapposizione tra vincitori e vinti in realtà non esisteva, in quanto i due totalitarismi, il Nazismo e il Comunismo staliniano, sono parte di uno stesso specchio. Se Marai, nel romanzo scritto all’indomani della guerra, accennava a questo concetto, Grossman ne scolpisce la lucidissima verità, spiegandone le ragioni, facendo confluire, attraverso i molti personaggi che appaiono nel libro, con le loro terribili e a volte assurde esperienze, il senso di questa invettiva all’interno dell’intera storia russa. Nel momento in cui il comunismo si presenta come una speranza di salvezza per il mondo da un regime dittatoriale che rischia di travolgere tutto nella sua catastrofica follia, Grossman mette in luce quanto questa 'speranza comunista' sia essenzialmente una finzione e dimostra, attraverso le testimonianze dei suoi 'eroi' umiliati e vinti, come nazismo e comunismo abbiano inquietanti punti in comune: pur opponendosi dal punto di vista delle finalità ideologiche, all’atto pratico dimostrano di agire allo stesso modo. Ci sono voluti vent’anni per 'sdoganare' il dattiloscritto 'rubato' dal regime comunista ad un grande scrittore come Grossman che se era andato, malato di tumore, senza veder pubblicata la sua opera capitale. La forza di questo libro non poteva però passare inosservata. Le sue parole potevano restare nascoste, ma non cancellate, anche se il Kgb aveva sequestrato nella sua casa persino i fogli di carta carbone usati per le copie, proprio per evitare che si potesse ricostruire leggendo in controluce i segni delle parole rimasti sulla carta copiativa. Vita e destino esce negli anni Ottanta. Il curatore di quella prima edizione, uscita in Italia presso Jaca Book, Efim Etkind, scrisse che «la confisca di un romanzo è il più alto riconoscimento che il potere dello Stato possa accordare ad un’opera letteraria». Questo grande affresco dell’uomo che si oppone allo Stato era stato recuperato in due copie che erano riuscite a sfuggire fortunosamente dalla prigione di cemento di Lubjanka in cui erano rinchiuse. Il curatore della prima edizione sottolinea che uno studio attento aveva messo in luce quanto entrambe risultavano mancanti di pagine, righe, paragrafi, interi capitoli e solo un lavoro accurato di filologia aveva permesso di colmare quasi tutti i 'vuoti' e di ricostruire «un solo testo, sintentico». Ora, dopo che il romanzo è diventato anche un evento teatrale, possiamo leggerlo nella sua versione definitiva e integrale, in una nuova traduzione, a cura di Claudia Zonghetti, proposta da Adelphi, in cui troviamo diversi capitoli nuovi, una differente numerazione e la decifrazione definitiva di molte parole che prima erano illeggibili, una prospettiva filologica definitiva che questo capolavoro merita e possibile grazie alla liberalizzazione degli archivi russi. |
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