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da Tempi
del 9 dicembre 2008

A forza di sentirsi dare del Caino l’uomo resta vittima del complesso di colpa verso “gli altri animali”. Ecco come liberare la scimmia dalla depressione

L’unico pesce fuor d'acqua

di Enzo Manes
 

Il pianeta delle scimmie non si sente troppo bene. È giù, molto giù. Non gli tornano i conti. Non si raccapezza più. Pensava che il catechismo darwinista, con le sue lucide e ardite teorie, avesse chiuso una volta per tutte i conti con la favoletta dell’uomo nato homo. Perché l’uomo era scimmia, vivaddio. Così per caso. Evoluto ma pur sempre scimpanzé. Sereno. Libero. Soddisfatto. Invece, soprattutto ad Occidente, è successo il patatrac. Il problema? L’abitante, anzi uno degli altri abitanti, si è fatto triste. Fragile. Non pensava proprio che la sua vicenda finisse a quel modo. Si era fidato della rassicurante idea. Ora però l’uomo-scimmia o la scimmia-uomo (serve la precisione quando non si sa mai) è depresso. Smontato nelle certezze, si sente come quello che perde i pezzi. Come il protagonista indiscusso di un film dell’orrore dove gli tocca di diritto la parte del serial killer. È bravissimo sul set della vita e della morte. Chirurgico. Letale. Cattivissimo. Una malapianta che ce l’ha con tutto e tutti: le foche; gli orsi di qualsiasi tipo e colore; i pinguini; i ghiacciai. Eccetera. E il politicamente corretto, per farlo sentire a proprio agio, glielo ricorda con saggia puntualità. Ma è che così è andato in crisi. Profonda. L’uomo-scimmia occidentale è finito alle corde. Sfinito. L’evoluzionismo l’ha reso un animale pieno di dubbi. Un io in fuga da se stesso. Vittorio Possenti, ordinario di Filosofia morale all’università Cà Foscari di Venezia, non la prende alla larga e spiega a Tempi che «in Occidente la depressione è oggi una malattia diffusissima, ormai seconda solo al cancro. Il fatto è che l’evoluzionismo ha contribuito a minare la radice stessa dell’essere uomini. Se all’origine di tutto vi è il caso e l’uomo è solo un animale fra gli altri, ciò determina in lui un progressivo smarrimento, il manifestarsi sempre più compiuto di assenza di autostima. Il male oscuro della depressione, ormai così in voga, rappresenta un giudizio impietoso sull’uomo occidentale. La sua sofferenza interiore, la chiamerei sofferenza dell’anima, denuncia tutta la pochezza di tesi fortemente distruttive della persona».

I media, che forse non si sono accorti del disastro o magari preferiscono fare come gli struzzi (a proposito: con questi simpatici animaletti ci si comporta da schifo come con i poveri narvali del Polo?), tirano dritto. Allarmano e seminano terrore. La parola d’ordine del politically correct è semplice come una carezza: siamo tutti Caino. Giuseppe Sermonti, scienziato, autore di numerosi libri, ha in corso da molti anni un feroce corpo a corpo con l’evoluzionismo darwiniano e il suo pregiudizio. Dice a Tempi: «Con il pregiudizio evoluzionista si configura l’uomo come una creatura originariamente malvagia che tende, attraverso la razionalità, ad assumere tratti di civiltà. Ma che continua a conservare quelli indelebili, quelli di chi ha ucciso e continua ad uccidere Abele. Il guaio è che tale pregiudizio permea tutto: la cultura, la società, la politica. Per riassumere: la civilità. Ma così facendo avviene il disastro: l’uomo lavora con buona lena alla propria eliminazione». Da brividi. Occorrerebbe comunicarlo al teologo Vito Mancuso che non fece mancare il suo plauso alla Chiesa anglicana per le scuse a Charles Darwin. Tuttavia, secondo Sermonti, la scienza ha abbandonato il darwinismo. Il guaio è che il mondo non se ne sia accorto. «O fa finta di niente preferendo non irritare la potente lobby del credo laicista impegnatissima a sferrare attacchi alla ragionevolezza cristiana», stuzzica Sermonti. Quindi si dilunga: «La lotta per la vita di Darwin non è un fenomeno interessante per lo sviluppo della specie. Si è dimostrato in maniera definitiva che l’uomo non deriva dalla scimmia. Lo scimmione è antico di qualche centinaia di migliaia di anni, invece il genere homo perlomeno di sei milioni d’anni. Ma non solo. I caratteri dello scimmione sono più derivati e specializzati di quanto non lo siano quelli dell’uomo. Infatti, l’uomo è una specie primaria, lo scimmione una specie derivata. Il politicamente corretto gioca a cambiare le carte in tavola facendo passare l’idea che l’uomo è solo l’ultimo prodotto, il più adattato. E così non si stanca di far vedere la famosa foto che ritrae i passaggi in sequenza dallo scimpanzé all’homo sapiens. Una bufala. L’uomo è il meno adattato fra i mammiferi e ciò ne fa la sua grandezza. Non è già costruito come un orso o una scimmia e ho detto scimmia non a caso». Ma il j’accuse di Sermonti va avanti. E cita il botanico canadese W. H. Thomson che in un’edizione de L’origine delle specie di Charles Darwin, scrisse così nell’introduzione uscita nel 1982 a cent’anni dalla morte: «Questa situazione dove uomini si riuniscono alla difesa di una dottrina che non sono capaci di definire scientificamente e ancor meno di dimostrare con rigore scientifico, tentando di mantenere il suo credito con il pubblico attraverso la soppressione della critica, e l’eliminazione delle difficoltà, è anormale e indesiderabile nella scienza». Un bel macigno, insomma. Affonda Sermonti: «Thomson mette una pietra sopra verso un atteggiamento manicheo per cui l’evoluzionismo era tutto, la spiegazione di ogni cosa, ma non era chiaro cosa fosse».

Tuttavia la cotta per Darwin rimane ben scolpita. Ad esempio sugli edifici scolastici che gli vengono dedicati con deferenza e spirito religioso. Si trascura che questo signore ha fatto delle affermazioni un filo pericolose. «Non è male quando dice della necessità che gli uomini combattano fra di loro perché solo così emerge il migliore. Ed Einstein commenta: “Il mondo attuale assomiglia più a un campo di battaglia che a un’orchestra”». Eppure di questi giudizi del grande scienziato su Darwin non si dà mai conto. Per il politicamente corretto, per la cultura del piagnisteo dura a finire in soffitta, Einstein rimane il genio spettinato «quello discolo che fa la linguaccia, però non lo si sta a sentire per davvero, perché non lo si conosce realmente, ma se ne ha solo l’immagine che il pensiero dominante lascia passare», puntella Sermonti.

Ma ora la questione non è tanto Darwin ma gli epigoni, i discepoli che tengono a superarlo a sinistra. Quelli che proseguono indefessi a confondere, a negare l’origine ontologica, a praticare un oggettivo antiumanesimo. Quelli che spingono sull’acceleratore della deriva utilitaristica, dell’uomo messo con le spalle al muro vieppiù prigioniero delle sue paure. Come l’americano Peter Singer, un simpaticone che distilla pensierini imbarazzanti che raccolgono consensi espliciti e impliciti. Il filosofo Vittorio Possenti è duro con chi asserisce che il dolore è negativo a prescindere da chi lo provi, per cui non fa differenza se a spuntarla è un uomo o una gallina. «In questa prospettiva salta qualsiasi gerarchia di valore. E quindi come dice Singer vi saranno di sicuro animali non umani la cui vita, da qualsiasi punto di vista, ha più valore della vita di alcuni umani».


Le reprimende del politically correct

Ed è così che quando gli va bene l’uomo resta solo il capo animale vincente. Dominatore con ogni mezzo sulla natura e sugli altri animali. Un bruto. Che si merita le reprimende sui giornali. Tutto concorre al suo male. L’evoluzionismo-libertario se l’è lavorato ben bene ai fianchi. Spacciando come conquista assoluta il diritto relativo.

L’ideologia del globalismo indifferenziato attinge qui a piene mani. Si fa bella con l’elogio dei diritti. Diritti di qua, diritti di là, ma sempre “concessi” da qualcuno. «Siamo immersi in un clima dove il diritto è qualcosa di convenzionale e variabile. Ci si è dimenticati totalmente del diritto naturale che dovrebbe costituire il fondamento perenne», illumina Vittorio Possenti. «Oggi in Occidente è nettamente minoritario il pensiero fondante sull’origine antropologica dei diritti. Passano altre visioni dello stesso segno dell’evoluzionismo. Così abbiamo il proliferare di quel positivismo giuridico illimitato che “democraticamente” determina le scelte di campo su indirizzi verso i quali occorrerebbe maggiore cautela e senso del limite». Ma lo Stato, per definizione, non può creare diritto e valore. Perché viene prima il diritto naturale. Ancora Possenti: «Le maggioranze parlamentari non sono intrinsecamente in grado di pronunciarsi sul matrimonio fra un uomo e un uomo. Altrimenti siamo al caso dei totalitarismi: ovvero la volontà dei potenti che diventa legge. L’individuo chiama diritto il suo fare ciò che vuole. Tuttavia rimane intatto il vero problema: chi è l’altro. Oggi la corrente libertario-evoluzionista non si cura di rispondere a questa domanda; o meglio, vi risponde in chiave utilitaristica, secondo l’interesse della maggioranza: i diritti sono “concessi” dall’autorità politica e non “riconosciuti” perché indipendenti da qualsiasi potere e anteriori a qualsiasi decisione inerente alla volontà positiva», chiosa Possenti.

Il darwinismo dappertutto come mentalità che annienta l’uomo. Alla stregua delle ideologie. Ma almeno c’è polemica sul campo fra pro e contro Darwin? Giuseppe Sermonti dice di no. E motiva così: «Gli evoluzionisti non si presentano mai agli incontri asserendo che non vogliono perdere tempo con i religiosi. Una disputa che non c’è mai. Contrariamente a quanto insegnerebbe il darwinismo che tutto nasce dalla competizione, dal prevalere del migliore. Invece non prevale il migliore. Perché non si fa vivo. La solita presunzione. La solita onnipotenza».

 

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