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da L'Occidentale
del 19 marzo 2009 Le due potenze hanno una serie di incentivi strategici a lavorare insieme, ma sul lungo periodo sono destinate a scontrarsi. Probabilmente nel Caucaso La Russia è in declino, la Turchia in ascesa, ma sono destinate a scontrarsi di Bernardino Ferrero |
La Russia è una potenza in ascesa che si sta muovendo in modo aggressivo per estendere la sua sfera di influenza nell’area dell’ex impero sovietico. La Turchia è uscita dal suo splendido isolamento degli ultimi 90 anni seguito al crollo dell’Impero Ottomano. Con una differenza: mentre la Russia è una potenza destinata al declino sul lungo periodo, la Turchia sembra essere di fronte a un destino più ricco di opportunità. Oggi la Russia è forse la potenza mondiale più vulnerabile da un punto di vista strategico. Il cuore della Russia, la regione moscovita, non offre grandi barriere a una potenziale invasione. La Russia deve espandersi oltre i suoi confini per creare una serie di stati-cuscinetto in grado di mettere al sicuro la sua area centrale anche se questo significa incorporare altre e forti minoranza etniche. Mosca afferma ottimisticamente che circa l’80 per cento della sua popolazione è russa ma dimentica di calcolare che in questa percentuale sono comprese tutte quelle minoranze che dicono di essere russe solo perché parlano russo. In realtà, proprio la necessità di creare degli stati-cuscinetto ha finito per dare dei seri problemi di sicurezza al Cremlino. A questo bisogna aggiungere il crollo demografico che ha sconvolto il Paese negli ultimi anni: il tasso di natalità negli anni Novanta si è praticamente dimezzato rispetto al decennio precedente e la generazione del “Dopo Guerra Fredda” è destinata ad essere numericamente sorpassata da minoranze che si fanno sotto in modo aggressivo, come i ceceni o i daghestani, entrambi di fede musulmana e in rapida crescita. Senza dimenticare problemi come l’Aids, la tubercolosi, l’abuso di eroina, che mietono vittime al di là delle divisioni etniche. L’elite al governo in Russia percepisce i rischi del declino prossimo venturo e sta cercando di reagire per mettersi al riparo da eventuali intrusioni esterne, facendo pressioni di ogni tipo sui Paesi che preferirebbero avvicinarsi all’Occidente per ricordargli che il loro destino li lega indissolubilmente a Mosca. La crisi del gas con l’Ucraina, la guerra del 2008 contro la Georgia, gli sforzi per espellere gli americani dall’Asia centrale, la pressione sugli stati Baltici, sono tutti sforzi compiuti dalla Russia per allargare il proprio spazio vitale e avere più chance di sopravvivenza. Il vantaggio, almeno in questa fase, è che gli Usa sono impegnati in altri scenari, dall’Iraq all’Afghanistan, e non sembrano molto determinati ad occuparsi dell’ex periferia sovietica. Come dire, la situazione della Russia è una sorta di quiete prima della tempesta. La Turchia offre un quadro per molti versi opposto a quello russo. Dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano alla fine della Prima Guerra mondiale, la Turchia si è rinchiusa nei suoi confini storici in Asia Minore. All’interno di questo rifugio, la Turchia è praticamente inaccessibile. È circondata dal mare da tre lati, controlla il passaggio dal Mar Nero sul Mediterraneo, è protetta da alte catene montuose. Insomma, è un territorio difficile da conquistare. Fin dall’epoca selgiuchida, i progenitori dei turchi moderni avevano iniziato a ripulire etnicamente l’Asia Minore dai bizantini, un’operazione che è andata avanti con i turchi: arabi e persiani hanno perso i loro avamposti in Anatolia, mentre gli armeni sono stati espulsi ai tempi del “genocidio” su cui si discute animatamente ancora oggi. Restano i Curdi che però non rappresentano una seria minaccia per l’integrità etnica di un Paese che per l’80 per cento della popolazione ha origini turche. Possono esserci delle frizioni nazionalistiche ma non sono paragonabili a quello che deve affrontare la Russia con le sue minoranze. La Turchia gode anche di altri vantaggi: durante la Guerra Fredda è entrata nel blocco della Nato che la proteggeva dall’espansionismo sovietico. Ma ora che l’Urss è scomparsa, i Balcani e il Caucaso – due ex province ottomane – sono di nuovo bocconi ghiotti per Ankara. Anche le nazioni arabe guardano di buon occhio alla Turchia nonostante la sua alleanza con gli Usa. Gli arabi temono l’egemonia iraniana e considerano il regime di Teheran eretico dal punto di vista religioso e folle da quello della politica estera, così i turchi vengono apprezzati per le loro qualità di mediatori fidati. Anche l’ossessione turca di entrare a tutti i costi in Europa non è più assoluta come una volta ed è diventata un mero interesse. La Turchia è uno stato libero da restrizioni o relazioni troppo strette e questo le offre una buona dose di opzioni strategiche. Gli interessi di Mosca e Ankara s’incontrano e si scontrano in diversi scenari. Il primo è quello economico. Con la fine dell’Urss e la fallita riconversione del sistema industriale sovietico sia la Russia che l’Ucraina non sono più in grado di soddisfare i bisogni del loro consumo interno e di conseguenza questi mercati si sono aperti alla ‘colonizzazione’ turca, uno dei pochi Paesi in grado di sfruttare questa finestra di opportunità. Lo stesso governo russo, almeno per il momento, guarda positivamente alla bilancia commerciale con Ankara. Il secondo scenario sono i Balcani. Anche qui, con la fine del predominio diretto o indiretto dell’Urss, la Turchia è tornata a fare incursioni nei territori che un tempo rappresentavano il mercato favorito dell’impero Ottomano. In ogni caso, sia Mosca che Ankara devono scontrarsi con l’espansionismo dell’Unione Europea che tende ad allargarsi verso i Paesi dell’Ex Jugoslavia e del fu Patto di Varsavia. Un esempio è il Kosovo: l’indipendenza di Pristina è stato un colpo al cuore per la Serbia e la Russia, lo Stato-guida dell’Ortodossia, ma anche un argine alla penetrazione economica turca nella regione. Il terzo scenario è quello più pericoloso e riguarda l’energia. La Russia è attualmente il primo partner commerciale della Turchia e Ankara dipende da Mosca per il 65 per cento dei suoi approvvigionamenti di gas naturale e per il 40 per cento delle importazioni petrolifere. La Turchia non sembra apprezzare l’uso politico che Mosca fa della sua potenza energetica, com’è avvenuto quando sono stati chiusi i rubinetti verso l’Ucraina. Questa ansietà accomuna Bruxelles ad Ankara che cercano delle vie di rifornimento alternative: dal condotto BTC (Baku-Tblilisi-Ceyan) a quelli – per adesso solo sulla carta – come il Nabucco. La Turchia dal canto suo ha solo un paio di opzioni per diversificare il suo fabbisogno energetico. Una è il Medio Oriente, in particolare l’Iran e l’Iraq. Ma si tratta di una serie di partnership che potrebbero rafforzarsi e attivarsi solo nel futuro prossimo. In Iraq bisogna prima ricostruire il tessuto infrastrutturale di oleodotti e gasdotti che sono stati sabotati e distrutti durante l’insorgenza irachena successiva all’intervento americano. L’Iran è ancora troppo pericoloso politicamente per immaginare di chiudere delle trattative di qualsiasi tipo. L’altra opzione è l’Asia Centrale, una regione su cui Mosca deve conservare a tutti i costi la sua influenza se vuole sopravvivere nel lungo periodo. Parliamo di un gruppo di stati – Kazakhistan, Uzbekistan, Kyrgyzistan, Turkmenistan – che sono turcofoni anche se durante la Guerra Fredda finirono nella sfera di influenza di Mosca. Basta dire che in Asia Centrale si concentra il grosso delle riserve mondiali di energia. Se la Russia e la Turchia dovessero arrivare a uno scontro diretto è molto probabile che avvenga da queste parti. In Asia Centrale, nel Caucaso. Pensiamo all'Azerbaijan. Gli abitanti di questo Paese non si considerano semplicemente lontani parenti dei turchi ma turchi a tutti gli effetti. Se c’è un Paese della vecchia Unione Sovietica che vuole tirarsi fuori dall’orbita di Mosca è proprio l’Azerbaijan. Tuttavia, l’Azerbaijan non confina direttamente con la Turchia. Di mezzo c’è l’Armenia, un’altra delle piccole repubbliche caucasiche che ha trascinato l’Azerbaijan in una guerra a bassa intensità per il controllo dell’enclave del Nagorno-Karabakh. E l'Armenia si oppone fieramente ad Ankara ricordando il genocidio armeno del 1915. Per aggirare il problema, alla Turchia non resta che stringere rapporti più forti con la Georgia. Il problema è che, dopo la guerra con la Russia dell’estate scorsa, la Georgia ha mostrato tutta la sua debolezza militare: Ankara può contare su un Paese certamente anti-russo ma la Georgia non ha né i mezzi né le capacità per opporsi a Mosca. Se russi e americani dovessero trovare un’intesa (dallo Scudo anti-missile alla fine dell’espansione Nato verso l’Europa Orientale e il Caucaso), la Georgia probabilmente diventerà un solido avamposto occidentale. Proprio in occasione della guerra dell'estata scorsa, la Nato aveva usato la Turchia per una prova di forza navale nel Mar Nero, anche se poi aveva abbandonato i georgiani al loro destino. C’era stato qualche screzio di natura economica tra Russia e Turchia ma alla fine la crisi è rientrata, i traffici sono ripresi, e i due governi sono tornati a parlarsi, fino alla scambio di cortesie tra Medvedev e Gul. Ci sono anche altre zone del mondo dove gli interessi dei due paesi s'incontrano, come in Medio Oriente. La Turchia sta solo aspettando che gli americani tornino a concentrarsi sull’Afghanistan per avere uno spazio di manovra più ampio verso Paesi come l’Iraq e la Siria (Ankara si è proposta come mediatrice tra Damasco e Israele) oppure l’Iran (la Turchia guarda di buon occhio alle eventuali pressioni russe su Teheran per stabilizzare l’Afpak e rallentare la rincorsa nucleare iraniana). A breve termine, le due potenze eurasiatiche sembrano avere degli interessi comuni che sono destinati a divergere sul lungo periodo. La legge della geopolitica mostra che due potenze in ascesa sono destinate a scontrarsi – anche se non sarà per oggi. |
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