Gli uomini eguali
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da il foglio del 14 ottobre 2006

Il fondatore di S. Egidio, Riccardi, dice cose nuove su cattolici, laici e politica al tempo di Woityla e Ratzinger
Senza Cristo l'Italia non tiene

Il cattolicesimo è una realtà e una risorsa per pensare l’Italia. L’identità italiana non è quella di una nazione cattolica, ma tale identità non si può prospettare senza il cattolicesimo. In questo mondo globalizzato, d’altra parte, le identità religiose esercitano un ruolo importante nel vissuto di tanti e sulla vita pubblica. In fondo, nella visione di tanti fino agli anni Novanta, la vita religiosa era destinata ad una progressiva decadenza, secondo un teorema accettato da tanta sociologia occidentale: più modernità meno religione. Il mondo sarebbe tutto divenuto una grande Francia secolarizzata. I cattolici degli anni Ottanta pensavano il futuro del cattolicesimo come una minoranza compatta e qualificata, mentre il largo mondo sarebbe stato secolarizzato. Nel 1977 il grande storico Jean Delumeau scriveva “Il cristianesimo sta per morire?”, prospettando il suo futuro come una piccola minoranza convinta.
La storia è stata diversa, non solo per il cristianesimo ancora di popolo, ma per l’islam, per l’ebraismo. È quella che, fin dagli anni Novanta, Gilles Kepel chiamava “la revanche de Dieu”. Si è passati in poco più di dieci anni da un forte disinteresse al fatto religioso, al riconoscimento generalizzato del suo rilievo pubblico e sociale. Negli anni Settanta un buon professore, se voleva interessare gli studenti, parlava di politica; se voleva annoiare, trattava di religione. Oggi è esattamente il contrario…
Le identità religiose, pur in un mondo secolarizzato, fanno storia. Anzi il processo di globalizzazione ha indotto tutti, gruppi, comunità, nazioni, religioni, a ridire innanzi a tale processo la propria identità. L’identità religiosa (o almeno l’esperienza spirituale) è oggi meno periferica nell’esistenza degli individui di quanto non lo si pensasse ieri, ma viene costantemente richiamata. La laicità, nei nostri paesi latini, è tornata ad essere un problema, perché si devono prendere di nuovo le misure di fronte al religioso. Ma deve essere il terreno di una nuova riflessione connessa all’identità italiana: laicità non è un’ideologia anti, ma un patrimonio che ci riguarda tutti, come ha notato Enzo Bianchi quando ne ha parlato come di una realtà fluida.
Ci troviamo oggi di fronte a grandi domande che toccano l’Italia e l’Europa. Infatti stiamo assistendo alla crisi o all’eclissi di tanti paesi europei. Un tempo erano grandi: come il Belgio, padrone del Congo (paese ricchissimo), centro di cultura (chi non ricorda Lovanio e la sua Università?). Come l’Olanda, padrona dell’Indonesia, Mecca dei libertari negli anni Sessanta. Oggi vediamo l’autunno di questi paesi europei. Il suicidio del Belgio, diviso tra valloni e fiamminghi, ormai irrilevante. La crisi di un paese libertario come l’Olanda, ormai divenuto uno stato economico. Ma questa onda arriva anche all’Italia. La sentono anche i francesi: per chi li conosce e li ama come me, è chiaro che ancora tengono, ma ci sono tante fragilità: i conti con il proprio passato coloniale, con una grandeur che non c’è più, con uno stato che scricchiola… E la cultura francese, dopo quasi mezzo secolo, sta cominciando a fare i conti con quello che ha significato non essere più uno stato imperiale e coloniale.
L’idea che lo scontro con l’islam sia la minaccia ci dà ancora un po’ di vita e potrà immettere anticorpi. Sia ben chiaro il cristianesimo deve misurarsi in profondità con l’effervescenza politico- religiosa di questa grande realtà; dovrà misurarsi, in altro modo, con l’effervescenza neoprotestante. Ma la sfida è a Oriente. L’Asia si è svegliata: “Quando la Cina si sveglierà – diceva Napoleone – il mondo tremerà”. Rappresenta la vera sfida, come si vede dal drammatico confronto tra l’Europa e i giganti asiatici come la Cina e l’India, a livello di economia e anche di immigrazione. Il silenzio in cui si sviluppa l’immigrazione cinese, ne nasconde i problemi di inserimento che sono però molto seri. Il card. Ruini ha acutamente notato, a proposito del confronto con la Cina, che “probabilmente tra non molti anni dovremo confrontarci con nazioni e civiltà che non ci stimoleranno in maniera diretta, come l’islam, ad approfondire la nostra identità religiosa, e forse spingeranno piuttosto nel senso di una ulteriore secolarizzazione…”.
L’Europa è scomparsa da tanti scenari del mondo. In Africa, tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, abbiamo tanto investito economicamente e politicamente. A causa dell’assenza di politica e dell’introversione nazionale, dovuta alle nostre crisi e all’assenza di una proiezione internazionale, siamo scomparsi da quegli scenari vicini. Mai, in cinque anni, un ministro degli Esteri italiano ha calcato la terra subsahariana. Ma oggi in Africa c’è la Cina con una forza di penetrazione che fa impallidire l’Europa, che non se ne accorge quasi.
Il nostro paese si è ridotto di dimensioni e di proiezioni. Ma questo vuol dire un corrispettivo interno, umano, di riduzione, anche interiore e antropologica. Frank Fureda ha scritto un bel libro sulla crisi dei paesi occidentali, sull’uomo e la donna infragiliti, in continua attitudine terapeutica verso la vita. È anche una crisi del maschio – se mi permettete di dirlo – che è il risultato dei cambiamenti della società, della donna, della famiglia. La crisi del modello maschile (dovremo dirlo una volta) ha avuto la sua ultima stagione nella crisi del militante politico (quello del Pci, del ’68 o dei partiti), quella dell’uomo imprenditore. Si potrebbe aggiungere che la crisi del modello maschile porta ad una carenza di voglia di paternità, di futuro, di famiglia, di sacrificio e via dicendo. C’è poi la grande questione demografica, che è europea, ma non francese, soprattutto nostra, mediterranea, spagnola, greca…
Dagli scenari internazionali agli aspetti più intimi della vita, c’è una crisi: a che serve l’Italia? Perché lavorare? Perché vivere? Perché un futuro? Sono interrogativi che si percepiscono nel quotidiano, ma che si colgono nella vita politica e in un dibattito sull’Italia che manca o che è ridotto. Mancano le discussioni e le idee.
La nostra politica repubblicana non è vissuta solo di crisi, ma di grandi stagioni: la ricostruzione economica e la democrazia; il riformismo del centrosinistra… Non dimentichiamo la crisi del marxismo che abbiamo alle spalle, a cui si ispirava più di una delle forze politiche del nostro paese e con cui tutte dovevano fare i conti per definirsi: il suo utopismo stimolava l’avversario da un punto di vista politico e culturale, tanto da esercitare un’egemonia sulla cultura del paese. La fine del marxismo, del comunismo, del socialismo è stato un fenomeno di secolarizzazione immensa della cultura politica e delle risorse ideali del paese, su cui pochi hanno ancora riflettuto. Su questa repentina secolarizzazione non si sono fatti ancora i conti culturalmente.
Quali risorse per il futuro del paese? Per l’uomo e la donna italiani? Il cattolicesimo è una grande risorsa, come ho detto: la fede di un popolo, la sua preghiera, la sua carità, la cultura politica e il senso sociale, le sue connessioni e proiezioni internazionali. Non dico che è l’unica, ma è forse la più grande risorsa sul piano ideale, che abbia una storia, che sia organica, che viva una continuità con il passato e non rinunci a proiettarsi sul futuro (come si vede anche dal prossimo convegno ecclesiale di Verona che ha per tema la speranza). E’ tra le poche risorse (parlo come osservatore, non con soddisfazione parrocchiale) perché gli altri campanili sono caduti a terra: essere uno dei pochi alberi in piedi accresce le difficoltà e attira i rancori. C’è un anticristianesimo che è una reazione di una cultura e di un vissuto consumista per una fede e una prassi consistenti.
Quando da parte radicale si fanno polemiche sulla chiesa, io non mi sento un difensore confessionale in una polemica clericali-anticlericali. Il problema è europeo: quali radici ha l’uomo europeo? Mi fa paura rispondere a questa domanda: ne trovo poche. Qui non è questione di essere credenti: un popolo senza ideali, valori, speranze, muore, perché non ha voglia di futuro. E l’ideale non è o non è più l’emancipazione da limiti imposti dall’esterno, come le varie liberazioni economiche, politiche, morali; ma dev’essere qualcosa di positivo e fondante.
Alcuni “atei devoti” hanno sfidato i cattolici con una domanda vera. Non dobbiamo dar loro lezioni come parroci di seconda categoria, dicendo che non si può parlare di ruolo del cristianesimo senza la fede. Quando, negli anni Sessanta-Settanta, c’erano i comunisti devoti, molti si scioglievano per un complimento alla chiesa, che la assolvesse dalla sua collusione con il capitalismo. Giuliano Ferrara ha capito bene che il tessuto italiano non tiene senza il cristianesimo. Il problema è anche che sul centrosinistra il discorso sul ruolo del cristianesimo è bloccato da pudori che sono figli di una cultura passata.
La questione che intendo porre: come il cristianesimo italiano rappresenta una risorsa per rispondere alle domande del paese? Bisogna misurarsi con la sua storia, ma non si può non partire da Giovanni Paolo II, da questi lunghi e ricchi ventisette anni che ci legano alla sua storia. Nella generale simpatia e ammirazione per Giovanni Paolo II (che poi non fu sempre così forte in Italia all’inizio, specie tra il clero), c’è una resistenza culturale a fare i conti con il suo messaggio. Non lo dico tanto per la chiesa italiana, quanto piuttosto per settori cattolici. Forse è un altro buco della nostra cultura. Paolo VI è stato papa italiano, papa della classe dirigente e intellettuale cattolica (anche se, negli ultimi anni, sentivo parlar male di lui dai suoi amici): è stato l’ultimo Papa italiano. Giovanni Paolo II mostrava, all’inizio, un qualche imbarazzo di non essere italiano. Benedetto XVI non rivela alcun imbarazzo a questo proposito. C’è un montinismo, quasi una nostalgia di distinzioni maritainiane che Wojtyla avrebbe travolto.
In realtà Giovanni Paolo II ha proposto con forza il primato della fede e dell’esperienza spirituale, evitando che la chiesa divenisse solo un fatto culturale, un riferimento ideologico o valoriale. Nessuno può negarlo. La chiesa di Papa Wojtyla è stato un fatto di fede, prima che di civiltà. Eppure questa stessa chiesa ha rappresentato, sul terreno concreto della vita sociale, della cultura, dell’identità, un elemento decisivo. Ha inciso sul terreno concreto – anche politico – senza fare politica, ma ponendo al centro il vissuto religioso, da cui scaturiscono comportamenti e culture.
Non ho qui possibilità di sviluppare una riflessione - già fatta altrove - per cui il pontificato di Giovanni Paolo II è stato l’interpretazione creativa di quanto, in un clima difficile, già Paolo VI aveva tracciato, e la recezione costruttiva del Vaticano II. Non si può parlare del Concilio oggi senza questa continuità profonda, soprattutto senza i ventisette anni di Karol Wojtyla. Il Papa, l’uomo, il credente, la grande personalità europea, rappresentano un appuntamento con cui non ci si può non misurare, se si vogliono riprendere le fila di una tradizione di pensiero e azione dei cattolici in Italia e nel mondo. È stato il Papa del cattolicesimo che si è misurato con l’eclissi del mondo della guerra fredda e con quello della globalizzazione. Ha sviluppato, con creatività e rinnovata profondità, quell’intuizione che Paolo VI già aveva indicato nell’Ecclesiam Suam, enciclica del dialogo ma anche di un’identità che si misura e si rifonda.
Mi sembra che Giovanni Paolo II si è misurato con il grande problema dell’Europa e dei paesi europei che, in un mondo sempre più grande perdono progressivamente la loro vocazione, quasi la loro ragione sociale. Un aspetto fondamentale della visione wojtyliana è stato quello di rifondare l’Europa. In questo il cristianesimo ha un ruolo decisivo, non nel senso di confessionalizzarla, ma di offrire un pathos. Uno dei grandi limiti della Costituzione dell’Unione è stato non misurarsi su questa proposta, ma anche, a mio avviso, avere ignorato l’altra fonte del processo di unificazione: Auschwitz come monumento della tragedia di un’Europa divisa e impazzita, da cui parte veramente la nuova Europa.
La frontiera ideale e politica dell’Europa resta un obiettivo su cui i cattolici e gli intelligenti non possono non orientarsi in un modo che può sembrare sbilanciato sull’utopia, per non restare prigionieri di una gestione realistica del presente, che porta già i segni dell’asfissia e dell’irrilevanza del paese. Benedetto XVI sta già ponendo interrogativi decisivi per una cultura europea che sia laica, ragionevole, fondata sulla nostra storia. In fondo quest’Europa, che ha tantissime risorse culturali, conosce oggi un dibattito vivo sulla sua cultura. C’è un apporto, italiano e dei cattolici italiani, dal sud dell’Europa, alla costruzione di questa dimensione culturale e politica dell’Europa, senza la quale si finisce. Giovanni Paolo II aveva una chiara idea sull’identità italiana, come funzione europea di raccordo, come capacità di connessione con il sud, soprattutto come un destino unitario, un pathos che doveva di nuovo coinvolgere gli italiani.
C’è un coraggio (da Gandhi all’epoca della lotta di incidenza indiana) da avere su questo versante, perché bisogna spingersi su di una via non facile, che scuote equilibri consolidati. Su questo punto e su altri, ci si misura con un dibattito culturale impoverito che riguarda troppo spesso le forme e poco le idee. Non si avrà una classe politica all’altezza, se non ci si misura con le idee. In questo senso bisogna avere il coraggio di inquietare la logica di un dibattito politico povero con idee.
Una riflessione, che vuole tener conto della grande tradizione di pensiero e di vissuto del cattolicesimo italiano, che faccia i conti con il quarto di secolo wojtyliano (che tanto ha cambiato la nostra storia), deve provare a rispondere alle grandi domande sull’Italia e sull’Europa: a che serve l’Italia?, si chiedeva Lucio Caracciolo. Non è un cifrato giustificatorio per una classe politica. Non è nemmeno un richiamo identitario che contrappone un mondo ad altri mondi.
Paradossalmente grandi tradizioni culturali rischiano di mostrarsi deboli e povere rispetto a un richiamo identitario. Non basta federare i post: postcomunista, postsocialista, postdemocristiano, postpopolare… Non basta mettere assieme gli “anti”… Bisogna contribuire in modo concreto a risposte chiare alle grandi domande sull’Italia.
Nel quadro di un mondo animato da conflitti di civiltà e di religione, la posizione di Giovanni Paolo II, pur critica su ogni fanatismo, è stata quella di un cristianesimo che trascende le frontiere, dialoga, opera per una civiltà del convivere tra mondi diversi. È l’immagine di Assisi, nel 1986, quella dei leader delle religioni mondiali assieme, che il Papa volle richiamare con un nuovo incontro nella città umbra dopo l’11 settembre. È quella, così valida per un paese di mezzo, tra nord e sud, nel quadro del Mediterraneo ma fortemente europeo, un tempo tanto amato e popolare nel mondo: un paese che deve dire e dirsi dove sta nel mondo e che sta a fare nel mondo. Senza questo ragionare sull’Italia nel mondo, non si dice a che serve l’Italia, non ci sono valori per cui chiedere qualcosa agli italiani, cioè fiducia e sacrifici.
Questa riflessione non è un fatto di corrente, ma un processo culturale che va realizzato, recuperando le radici di una storia, il passato remoto, quello dei cristiani italiani, ma anche essendo capaci di quel dialogo serrato con le culture laiche del nostro paese. In Italia si litiga per i talk show, ma non si discute e non si dialoga. Siamo tutti bruciati sull’immediato. Da qui spesso idee bruciate. Ho posto il problema dell’eredità di Giovanni Paolo II, perché mi pare un aspetto non eliminabile. Anche sulla società e l’economia: le pagine della Centesimus Annus sulla libertà, l’economia e la responsabilità sono ancora tanto da riproporre.
Ma forse – ed un problema di responsabilità di fronte a noi stessi e al paese – c’è un problema di cultura, di idee, di cuori. Il tempo di Benedetto XVI, con la forte e sobria predicazione di questo Papa, richiama i cristiani alla responsabilità di credere, di pensare e di agire: insiste che senza una fondazione spirituale e ragionevole (quindi culturale) poco si costruisce. Prima di essere eletto Papa a Subiaco il card. Ratzinger diceva:
“Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui, ha oscurato l’immagine di Dio e aperto la porta all’incredulità. Abbiamo bisogno di uomini che tengano diritto lo sguardo verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri”.
Il futuro Papa pensa a Benedetto da Norcia. Si può pensare a minoranze, gruppi, che abbiano il coraggio del primato dello spirituale, per rigenerare una cultura comune in modo profondo, spirituale, laico e concreto.

(testo dell’intervento di Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio, al seminario nazionale “Teodem: una nuova questione cattolica?”. Roma, 13 ottobre 2006)
 
Andrea Riccardi


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