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da Liberal
del 25 marzo 2009

Omicidi di lotta e di governo

di Vincenzo Faccioli Pintozzi
 

In Cina mettere a morte una persona appassiona le folle. Chiunque abbia vissuto abbastanza a lungo nel Paese asiatico sa che non è inconsueto, sul terzo canale della televisione di Stato, guardare in diretta una giuria popolare che emette il verdetto di condanna alla pena capitale per un malvivente. E sono molte le persone comuni che vengono radunate in uno stadio o in un Palazzetto dello sport per assistere con i propri occhi alla morte del condannato. Non stupisce dunque che sia l'Impero di Mezzo a ottenere il primato delle esecuzioni mondiali nell'annuale Rapporto di Amnesty International sulla questione. In un sistema millenario in cui a un'azione malvagia corrisponde una punizione immediata, la questione etica sul diritto dell'uomo di uccidere un suo simile non trova molto spazio. Nel 2008, dice Amnesty, sono state messe a morte nel mondo 2390 persone in 25 Paesi; di queste, 1718 sono decedute per ordine dello Stato in Cina. Dall'inizio del nuovo anno sono già state eseguite almeno altre 103 sentenze capitali in tutto il mondo. Il 93 per cento di tutte le esecuzioni è avvenuto in soli cinque Paesi: Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Stati Uniti. Quasi assente dalla lista dei cattivi il Vecchio Continente, che ha praticamente abolito la pena di morte con la sola eccezione della Bielorussia. Cui, nel testo, Amnesty chiede di commutare tutte le condanne del braccio della morte in ergastoli, per poi iniziare le procedure di abolizione formale del cappio.

In Asia, denuncia il Rapporto, sono ben undici i Paesi che continuano a ricorrere alla pena di morte: Afghanistan, Bangladesh, Cina, Corea del Nord, Giappone, Indonesia, Malaysia, Mongolia, Pakistan, Singapore e Vietnam. Diverse le modalità, le giustificazioni giuridiche e i tempi di esecuzione. Vanno per la maggiore l'impiccagione e il colpo di pistola alla nuca, mentre cambiano i limiti legali oltre il quale si può uccidere. Se in Giappone restano punibili con la morte l'omicidio e l'alto tradimento nei confronti della Famiglia imperiale, in Corea del Nord si può morire se si è figli di un delinquente. La Juche, la dottrina formulata dal primo presidente del piccolo Stato stalinista Kim Il-sung, insegna infatti che «il male attanaglia tre generazioni. Se il nonno è ladro, lo sarà anche il nipote». Il capolavoro del figlio ed erede, Kim Jongil, è quello di aver tradotto questa eresia in un articolo del Codice penale. Il secondo maggior numero di esecuzioni, 508, è stato registrato in Africa del Nord e Medioriente.

In Iran sono state messe a morte almeno 346 persone, tra cui otto minorenni al momento del reato, con metodi che comprendono l'impiccagione alle gru delle metropoli e la lapidazione, con il condannato sepolto fino alla testa nel deserto e una folla rabbiosa che lo percuote fino alla morte con delle pietre abbastanza piccole da non causarne il decesso immediato. In Arabia Saudita le esecuzioni sono state almeno 102, solitamente tramite decapitazione pubblica seguita, in alcuni casi, dalla crocifissione. In questo particolare caso, la morte avviene per violazione della sharia, la legge coranica: punibili anche coloro che rubano nei pressi di una moschea. In Iraq, martoriato da guerra e corruzione, sono state 34 le fucilazioni e le impiccagioni. Fra questi, spiccano i leader baathisti che hanno, insieme a Saddam Hussein, retto il Paese per decenni.

Nel continente americano soltanto gli Stati Uniti d'America continuano a ricorrere con regolarità alla pena di morte, con 37 esecuzioni portate a termine lo scorso anno, la maggior parte delle quali in Texas. Il rilascio di quattro uomini dai bracci della morte ha fatto salire a oltre 120 il numero dei condannati alla pena capitale tornati in libertà dal 1975 perché riconosciuti innocenti. L'unico altro Stato in cui sono state eseguite condanne a morte è stato Saint Christopher e Nevis, il primo dell'area caraibica ad aver ripreso le esecuzioni dal 2003. Spicca l'Algeria, con 200 condanne a morte praticamente ignorate dall'opinione pubblica internazionale. Nell'Africa sub-sahariana, secondo dati ufficiali, sono state eseguite solo due esecuzioni, ma le condanne a morte sono state almeno 362. Quest'area ha registrato un passo indietro, con la reintroduzione della pena di morte in Liberia per i reati di rapina, terrorismo e dirottamento. Motivati dall'emergenza qaedista, si giustifica il governo, che starebbe affondando le sue radici e i suoi campi di addestramento proprio lì.

Secondo Irene Khan, segretaria generale di Amnesty International, «la buona notizia è che le esecuzioni hanno luogo in un piccolo numero di Paesi. Questo dimostra che stiamo facendo passi avanti verso un mondo libero dalla pena di morte. La brutta notizia, invece, è che centinaia di persone continuano a essere condannate a morte nei Paesi che ancora non hanno formalmente abolito la pena capitale». Parlando in occasione della diffusione del Rapporto, la Khan ha poi sottolineato: «La pena capitale non è soltanto un atto ma un processo, consentito dalla legge, di terrore fisico e psicologico che culmina con un omicidio commesso dallo Stato. A tutto questo deve essere posta fine».

Ma il problema legato alla pena di morte rischia di passare in secondo ordine a Zhongnanhai, il quartiere blindato che costeggia Tiananmen e ospita il governo cinese. Il veto espresso dal Sudafrica all'ingresso del Dalai Lama nel Paese - chiaramente ispirato da un diktat di Pechino - sta indignando il mondo intero. Il fatto poi che questo sia stato esteso sino alla fine del 2010, per impedire al Nobel per la Pace di assistere ai campionati mondiali di calcio, rende evidente la manovra che cerca di tenere lontano il leader buddista dalla comunità internazionale. Mentre le proteste del mondo per l'alto numero di condanne a morte eseguite in Cina sono divenute oramai un ritornello familiare per l'esecutivo comunista, infatti, la questione del Tibet aumenta di giorno in giorno. Qin Gang, portavoce del ministero degli Esteri, ha accolto «con estremo favore e gioia» la decisione di Pretoria.

Parlando nel corso della settimanale conferenza stampa, il dirigente ha affermato: «Sempre più Paesi cominciano finalmente a comprendere che il Dalai Lama usa la religione come pretesto per ottenere l'indipendenza del Tibet. Noi ci opponiamo fermamente a tutte le attività secessioniste del Dalai Lama in qualsiasi veste e sotto qualsiasi nome». Eppure, l'atteggiamento sudafricano ha convinto altri premi Nobel per la Pace a boicottare la conferenza sul calcio come strumento contro il razzismo e la xenofobia, prevista per venerdì 27 marzo a Johannesburg.

E, soprattutto, ha fatto il giro del mondo scatenando polemiche e proteste per il neo-colonialismo cinese e la sudditanza psicologica di alcuni governi, che cercano di accontentare Pechino in ogni suo capriccio. In cambio, naturalmente, ci sono gli ingenti investimenti che la Cina è in grado di offrire ai suoi amici. Il timore è che, in vista del prossimo G20 londinese, questo atteggiamento prevalga anche fra i capi di Stato occidentali. Riuniti in Gran Bretagna per discutere della crisi internazionale, sanno che la Cina è un'ancora di salvezza appetibile. E che, in fondo, i diritti umani delle popolazioni altrui sono un bene barattabile.

 

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