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da Tempi
del 29 Maggio 2009

La strategia dell’appeasement e la politica delle persecuzioni. Così i fondamentalisti tengono sotto scacco la minoranza più a rischio dei Territori palestinesi

Se Hamas corteggia i cristiani

di Rodolfo Casadei
 

Lo sapevate che Husam al-Tawil, il candidato della circoscrizione di Gaza per il seggio riservato alla minoranza cristiana nel parlamento dell’Autorità palestinese, ha ottenuto l’elezione grazie ai voti di Hamas? Che a Ramallah la città è amministrata da una coalizione fra una formazione legata ad Hamas e una lista indipendente capeggiata da Janet Mikhail, un’insegnante cristiana cattolica che dalla fine del 2005 è sindaco della città? Che a Betlemme, dove i cristiani non rappresentano più la maggioranza della popolazione ma in base a uno statuto locale hanno diritto ad esprimere il sindaco, Hamas appoggia la coalizione del primo cittadino, il cristiano Victor Batarseh già militante del marxista Fronte popolare per la liberazione della Palestina? Lo sapevate che, nonostante siano ormai ridotti a 50 mila su 3 milioni e 750 mila abitanti, i cristiani palestinesi dei Territori hanno diritto a 6 dei 132 seggi del Consiglio legislativo palestinese (e ne occupano 8 avendo conquistato con loro candidati anche 2 seggi “liberi”)?

Che succede, non è più vero che il fondamentalismo islamico alimenta l’esodo dei cristiani dalla Palestina? I cristiani palestinesi si stanno gettando nelle braccia degli eredi dello sceicco Yassin? No, nemmeno per sogno. Ma è vero che l’analisi della situazione della minoranza cristiana nei Territori dovrebbe farsi più raffinata per capire meglio quello che sta succedendo.

La persecuzione di cristiani palestinesi da parte di musulmani è una realtà, e non una trovata della propaganda israeliana come vorrebbero far credere numerosi esponenti dell’establishment locale, sia musulmani che cristiani. Nel 2004 Samir Qumsieh, direttore della tivù al Mahed, ha presentato con l’approvazione della Custodia di Terra Santa un dossier di 93 casi di violenze e soprusi commessi da gruppi islamici fra il 2000 e il 2004 contro cristiani nella sola zona di Betlemme. I volti della persecuzione sono molteplici e alcuni presentano motivazioni più sociologiche che ideologiche. Ma tutti hanno in comune la vittimizzazione dei cristiani. In alcuni casi si può parlare di martirio vero e proprio, come per la morte di Tami Khader Ayyad, il direttore della libreria della Società biblica palestinese a Gaza che, dopo reiterate minacce e un attentato esplosivo alla libreria, fu rapito davanti a testimoni e poi ucciso nell’ottobre 2007. O come Ahmad El-Achwal, un convertito di origine musulmana più volte arrestato e torturato, privato delle sue bibbie e libri religiosi nel corso di perquisizioni, infine assassinato sull’ingresso della sua casa nei pressi di Nablus il 21 gennaio 2004. In altri casi i cristiani sono colpiti come gruppo sociale: i commercianti della piazza della Natività a Betlemme, tutti cristiani, sono stati costretti alla serrata dei loro negozi nei lunghi mesi della seconda Intifada e di conseguenza ridotti sul lastrico. Elementi legati all’Autorità palestinese o a gruppi malavitosi o a entrambe le realtà si sono in molti casi impadroniti delle loro attività commerciali per un tozzo di pane o addirittura delle loro proprietà fondiarie. Il fenomeno è stato riconosciuto e descritto anche sul giornale palestinese al Ayyam. Altri soggetti a rischio sono le donne cristiane. Mediamente subiscono più molestie e più violenze carnali delle donne musulmane. Secondo il giornalista arabo israeliano Khaled Abu Toameh questo dipende dal fatto che i molestatori «nella loro testa pensano che contro i cristiani possono cavarsela. Si può fare del male a una persona che appartiene ad una famiglia cristiana senza temere di essere assaliti da una folla di 300 persone».

Si ripete spesso che le sofferenze dei cristiani si concentrano a Gaza, egemonizzata da Hamas. Ed è vero che nella piccola striscia di territorio si sono registrati eventi come l’omicidio di Tami Khader Ayyad e poi, nel 2008, assalti e attentati a una mezza dozzina di scuole gestite da suore e alla libreria protestante della Young Men Christian Association. Ma il bilancio in capo ad al Fatah non è affatto migliore: Ahmad El-Achwal è stato perseguitato dall’Autorità palestinese sotto il governo di Yasser Arafat prima di essere assassinato da sconosciuti, e vittima degli uomini del rais è stato anche Muhammad Bak’r, un musulmano convertito al cristianesimo torturato in prigione nel 2003 sotto la falsa accusa di aver venduto terreni agli ebrei. Arafat è anche il responsabile del tracollo demografico cristiano a Betlemme. Fu lui ad aggregare campi profughi e comuni vicini interamente musulmani al municipio betlemita, facendolo diventare un’amministrazione di 130 mila abitanti dei quali solo 23 mila cristiani. Gli esempi di mancata protezione dei cristiani da parte della sua polizia, sia che si tratti di reati di diritto comune come di vicende a sfondo politico, sono numerosi.


E l’esodo non si arresta


Normalmente sia Hamas che al Fatah che un certo numero di rappresentanti delle Chiese, messi di fronte al fatto dell’esodo dei cristiani dai Territori, spiegano che non ha niente a che fare con presunti problemi di convivenza coi musulmani, ma che dipende dalla lunga occupazione israeliana e dagli effetti negativi della barriera difensiva costruita dal governo di Tel Aviv. Non c’è dubbio che il muro e l’occupazione militare sono cause importanti della fuga dei cristiani, ma sta di fatto che quasi 3 mila cristiani (sui 50 mila presenti) hanno abbandonato i Territori fra l’ottobre 2000 e il novembre 2001, cioè quando l’occupazione israeliana era in atto già da 33 anni e il muro non esisteva ancora. Justus Reid Weiner, giurista israeliano autore di Human Rights of Christians in Palestinian Society, propone nel suo testo molti esempi di cristiani che dichiarano che la loro condizione è peggiorata dopo gli accordi di Oslo, cioè dopo che l’Autorità nazionale palestinese ha cominciato ad occuparsi di loro.

In conclusione, Hamas e al Fatah stanno certo corteggiando le élites cristiane palestinesi per ragioni di ordine strategico, cioè per proiettare un’immagine di sé positiva e inclusiva a livello internazionale. Non sembrano però in grado di difendere i diritti dei cristiani delle classi medie e di quelle umili dagli abusi di individui e gruppi musulmani che rappresentano di fatto la base sociale dei loro movimenti. Hamas e al Fatah non vogliono (per ragioni elettoralistiche) e probabilmente non possono reprimere costoro. Si limitano a garantire privilegi, prebende e rispetto alle élites cristiane, ottenendo quello che per loro è un ottimo risultato: molti leader tendono spesso a minimizzare la persecuzione e le ingiustizie di cui i loro fratelli sono vittime.

 

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