Gli uomini eguali
© Edizioni Bietti 2005
 


www.mauricebignami.it
www.mauricebignami.it
[Home] [Archivio] [Altri libri] [Documenti] [Immagini] [Contatti]



da il foglio del 21 ottobre 2006

Il duello di un ateo devoto con il Volto di Cristo: quello martirizzato di padre Iskander, quello Vicario della Chiesa, quello della razionalità del mondo e quello embrionale che parla di vita
Dio e la nostra libertà

Il testo che qui pubblichiamo è la trascrizione del discorso pronunciato da Giuliano Ferrara, direttore di questo giornale, al decimo congresso internazionale sul Volto di Cristo tenutosi domenica 15 ottobre a Roma presso la Pontificia Università Urbaniana. Il congresso era organizzato dall’Istituto Internazionale di Ricerca sul Volto di Cristo presieduto dal cardinale Fiorenzo Angelini.
Prima di Ferrara era intervenuto il filosofo Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, con una relazione sul tema: “Ut unum sint. Parafrasi moderna dell’invocazione di Cristo”.


Ringrazio Sua Eminenza il cardinal Angelini e la madre superiora dell’Istituto di studi sul Santo Volto, ringrazio tutti voi. Ho ascoltato con stupefatta ammirazione la lezione del professor Cacciari. Visto che ogni tanto un Principe della Chiesa mi intrappola a parlare di cose al di fuori della mia portata, ho almeno il privilegio di parlare dopo di lui, nella certezza di essere e apparire molto più stupido e appena un poco più chiaro.

Il Volto di Cristo è, in un certo senso, la notizia di ogni giorno. E purtroppo, oggi è il Volto perduto di un lontano prete siro-ortodosso, padre Iskander, che è stato ucciso, decapitato e amputato delle braccia, reso tronco umano, tronco di martirio, in una città lontana del Medio Oriente, a Mosul, in Iraq. Egli è stato ucciso per quella ragione seminale che costituisce il senso, il significato di ogni martirio, il senso classico di ogni martirio. E’ stato ucciso perché non ha rinnegato la fede, nella forma specifica del rinnegamento, della conversione forzata, del tradimento di ciò in cui credeva e, nella forma specifica, avrebbe dovuto rinnegare l’insegnamento del Papa che, per noi, è il Papa, ma per gli ortodossi è in fondo soltanto il Papa di Roma, un grande patriarca. Tuttavia il rinnegamento non c’è stato e, al suo posto, c’è stato il martirio. Quindi il primo Volto di Cristo che ho pensato fosse mio dovere richiamare è di nuovo e ancora, insieme e attraverso il martirio, un richiamo sovraordinato alla storia, però anche un volto storico, il volto perduto di padre Iskander, un volto acefalo, un tronco di martire, senza testa e braccia, niente chiodi, niente crocifissione romana, niente stimmate. Notizie riferite in modo vago e in breve sulla stampa italiana e internazionale; notizie spesso inquinate dalla faciloneria giornalistica (Ah! Ma padre Iskander era contro l’occupazione angloamericana! Ma che c’entra? Ah, ma avevano contrattato in relazione a una richiesta di riscatto, avevano messo un manifesto! Ecc.). Pseudo notizie, che inquinano la nuda verità dei fatti, ciò che è certificato non solo in quel caso, perché abbiamo avuto i casi di suor Leonella, di don Andrea Santoro, abbiamo avuto molti altri; il martirio e il perdono, il dolore e l’espiazione di colpe da parte di innocenti; molti altri casi seminali di tipo cristiano nel mondo drammatico e, per molti aspetti, terrorizzante di oggi. Niente fotografie, soprattutto, niente immagini, perché il secolarismo irenico e iconoclasta accetta l’annullamento nichilista delle proprie radici anche nascondendone le immagini; il martirio, cioè, non fa notizia, il martirio non può essere rappresentato. E certamente il martirio cristiano, quel martirio che si affronta per fede, non perché si cerchi la morte, e ancor meno perché si cerchi la morte degli altri, è tra le radici della nostra storia e della nostra cultura. In fondo le bellissime menzioni ellittiche della teologia paolina fatte dal professor Cacciari riguardano la teologia di un martire, quale fu Paolo.
Ecco io formulo un auspicio: c’è da sperare che la Chiesa italiana, al Convegno della prossima settimana a Verona, si accorga di questo segno, faccia suo questo segno che sovverte l’ordine simbolico della nostra epoca. Nessuno avrebbe mai immaginato una possibilità di questo ordine, e questa dimenticanza, questa incapacità di memorizzare, di introiettare, di suscitare da un fatto una riflessione corale, una notizia è circostanza che fa riflettere. Eppure c’è materia di attualità. C’era un discorso, il discorso di Regensburg o Ratisbona; le polemiche, gli attacchi, le rettifiche, il problema del travisamento, lo scatenamento dei fanatismi fino al martirio cristiano, ecco: cogliere questo segno è, credo, almeno una possibilità per la Chiesa italiana in convegno da lunedì prossimo 16 ottobre. Coglierlo significa individuare l’unica cosa rilevante all’interno dell’assoluta irrilevanza in cui siamo immersi molto spesso: l’assoluta irrilevanza di molte altre cose nella nostra vita quotidiana.
Io credo che il professor Cacciari abbia – con grandissima, non sofisticata, ma appassionata tecnica, non solo universitaria e professorale, non solo filosofica, non solo teologica, ma anche a suo modo politica –, rappresentato un dilemma, che certo non riusciremo noi a sciogliere, e chissà se sarà scioglibile nell’ambito della nostra generazione, se lo dovranno fare i nostri figli, nipoti (la Chiesa poi ha il suo tempo, ha il suo rapporto con la dinamica della storia). Insomma, il Professore ha rappresentato il grande dilemma tra il monolitismo filosofico, religioso, teoretico, e l’adorazione monoteista dell’Uno che è insieme i molti, che si declina, che si coniuga, che è molte lingue e non una sola lingua sacra, che è universalistico: universalistico nel diritto, nel modo di intendere il concetto stesso di persona. E’ il grande tema: nessuno auspica un conflitto di civiltà; bisogna essere direi quasi bestiali, demoniaci per auspicare un conflitto di civiltà; tuttavia, non constatarne la presenza nel mondo oggi, non è segno, a mio avviso, di inclinazione umile al dialogo, è segno in certi casi di indifferenza, in altri casi di ignoranza, di consapevole scelta volontaria di non vedere le cose come stanno.

Il secondo Volto di Cristo, di cui voglio parlare – per me è molto importante – lo definirei così: non è il volto perduto di un padre siro-ortodosso a cui è stato inflitto il martirio, ma è il Volto vicario di Cristo: sì, vicario. Cristo ha in terra un Vicario. Se sbaglio mi correggerete. Nella confessione cattolica è così. Il Papa è successore di Pietro. Dopo tanto greco, che abbiamo ascoltato nella lezione del Professor Cacciari, Ubi Petrus, ibi Ecclesia. Qual è il senso del mio ragionamento, del mio pensiero, del tentativo di delineare, da parte di uno come me, i tratti del Santo volto? Il senso è questo.
Se tu leggi l’Antico Testamento, i libri storici, i Vangeli, le Lettere di San Paolo, le Confessioni e la Città di Dio di Agostino fino al De ente et essentia di Tommaso, ma anche la teologia di Romano Guardini, la teologia protestante, esistenzialista, di Karl Barth, la teologia di Ratzinger, le omelie e i discorsi dei grandi Papi, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, un Volto di Cristo lo incontri – in questo senso parlo di un Volto Vicario –, un Volto che si esprime attraverso la sua Chiesa: curiosamente e paradossalmente un Volto che evinci dal muoversi del corpo, la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo che ne è il capo, la testa, con il suo Volto e con il suo sguardo. Il nostro sguardo è rivolto a lui e il suo sguardo è rivolto a noi. E’ un incontro, però, non attraverso una parola liturgica, un incontro ecclesiale, di comunione; è un incontro, invece, attraverso i libri; è un incontro che spesso avviene in solitudine, attraverso il dubbio, nel punto interrogativo; è un incontro intellettuale, e anche personale, profondo, si radica dentro di te; è diverso dall’incontrare un grande scrittore francese dell’Ottocento, dall’incontrare un qualunque capolavoro artistico che ti parla, che ti emoziona, è molto più come incontrare una persona; c’è dell’amore dentro questa esperienza intellettuale, altrimenti non si farebbero quelle letture, ci si dedicherebbe ad altro. Però non è appunto l’incontro liturgico, l’incontro di comunione, l’incontro come sequela di Cristo, come fede, come scelta di vita cristiana. In un certo senso, l’unico Volto di Cristo che io conosca, a parte quello sfolgorante di Andrea Mantegna, che è disincarnato, il Cristo morto, ma è anche troppo umano, incorpora la risurrezione con la sua grande luce umanistica, l’unico Volto di Cristo che ho incontrato è il suo Volto vicario, la sua Chiesa e i capi della sua Chiesa, i suoi Vicari a Roma. Parlo del volto dei Papi che ho conosciuto nella mia vita. Ero molto piccolo, al tempo di Pio XII; è morto quando avevo sei anni. Ne ho un ricordo vago. Mia moglie ne ha uno molto più profondo, molto più umano. Lo incontrò proprio in San Pietro e scoppiò a piangere davanti a lui, proprio per l’emozione. Pio XII, ieratico, misterioso; le controversie su di lui vanno a suo onore, fanno capire fino a che punto fu immerso nella più grande tragedia storica del Novecento, per finire con il volto del Papa attuale. Appunto, sono volti ieratici o benevolenti, pensiamo a Giovanni, tormentati come il volto di Paolo VI o solari i due Giovanni Paolo, il Papa breve, brevissimo e il Papa lungo lungo, che ci ha accompagnato per oltre un quarto di secolo; fino a quella lama di luce acuminata che si riflette negli occhi insieme miti e ammonitori del Papa di oggi, che, prima di ogni altra cosa, giudico il più notevole intellettuale del nostro tempo, una persona i cui libri spiegano la realtà, danno conto della realtà senza mettere di lato la sovrarealtà, tutto ciò che è sovraordinato alla realtà e che appartiene al mondo della fede. Più ancora che con il volto dei Papi, il Volto di Cristo mi si presenta con il volto impersonale della loro autorità.
Voi a questo punto potreste chiedermi: raggiungici nel novero dei fedeli: noi riconosciamo un’autorità e siamo dentro una sequela; ma l’autorità di cui parlo io, che non appartengo al novero dei fedeli, non avendo avuto questa forza o questa grandiosa ed eroica debolezza di poter credere, anche per ragioni personali di nascita, di formazione, familiari, questa autorità impersonale che si riflette in questi grandi volti che la Chiesa dà all’umanità, è l’autorità della loro funzione. Mi richiamo a un principio di autorità tradizionale consacrato da un passato bimillenario che, per le persone serie – non è questione di essere laici o no e che tipo di laico si sia – ha una sua impronta, una sua importanza; mi riferisco soprattutto all’autorità della Chiesa come fabbrica di una immagine del mondo non spenta, non irrilevante, non indifferente, ma ricca, sapida; davanti a questa autorità mi piego, la voglio incontrare, la voglio ascoltare, mi voglio intellettualmente sottomettere al senso della sua parola, perché in quello vedo un volto e uno sguardo più forte degli altri sul mondo. Lo faccio, malgrado io non sia un fedele della confessione cattolica – sebbene sia ovviamente culturalmente un cattolico; sono nato a Roma, non posso non essere papista. Tuttavia, c’è un altro problema: io non sono fedele, anzi mi sono ribellato a un cursus personale che doveva condurmi ad esserlo, non sono fedele di quell’altra chiesa, la chiesa che ha scristianizzato il mondo, la chiesa neosecolarista, la chiesa laicista, che non è una chiesa, è un mainstream, è una cultura corrente, è un conformismo al quale nessuno deve e può sottrarsi; non sono un fedele di questa grande setta universale, neosecolarista, che concepisce la laicità come chiusura verso le proprie radici e, in sostanza, io non penso che il futuro abbia un senso, per non parlare del presente, senza la luce del passato. In sostanza, l’autorità a cui mi piego è l’autorità della ragione, logos, e non ci ritorno, non grecizzo, perché lo ha fatto già in modo bello e interessante il Professor Cacciari. Nessuno oggi parla dell’essere, nessuno oggi fa metafisica, nessuno va oltre il dato naturale nel mondo, perché consideriamo il mondo una serie di oggetti, non solo da consumare, da avere, ma da creare. La cultura contemporanea pensa che il mondo, attraverso la ragione strumentale, possa essere e debba essere fatto, conosciuto perché lo si fa, lo si costruisce, lo si crea. In un suo bellissimo libro Joseph Ratzinger, parlando del grande filosofo napoletano Giambattista Vico, richiama l’assunto verum qui faciendum: le cose sono vere perché l’uomo si insignorisce del mondo e crede di poterle fare, di poterle creare, e questo può riguardare gli oggetti, ma oggi può riguardare anche i figli, attenzione!, può riguardare la vita, le modalità della vita. L’unica autorità, scusatemi il termine, spirituale, culturale, intellettuale che si sottrae a questo giogo e che ti dice qualcosa intorno a ciò che permane, è la Chiesa, e in particolare il pensiero cristiano.

Il terzo Volto di Cristo, dopo il Volto perduto di padre Iskander e dopo il volto Vicario, è dunque il Volto razionale di Cristo. Cercate di capirmi e non pensate che io voglia risolvere il problema di una conferenza con un paradosso; non sono quel tipo di conferenziere, anzi non sono affatto un conferenziere. Cristo per me è anche un grande giurista. Sembrerà strano, ma poi non è così strano, se pensate al Discorso della Montagna, se pensate alle Beatitudini, se pensate a Matteo e se pensate a quel corpus organico che è la tradizione teologica anche canonica della Chiesa cattolica. Cosa voglio dire? Voglio dire che, insomma, con il Cristianesimo arriva il Diritto romano, il diritto positivo, il diritto scritto, fondato sulla norma scritta, certificata, delimitata, la norma eguale che rende gli uomini soggetti di diritto. Il Diritto romano deve molto, anzi deve tutto al concetto di persona. Lì c’è proprio il Volto di Cristo. Dicevo prima che c’è il nostro sguardo verso il Volto di Cristo e lo sguardo di Cristo verso di noi che è testimoniato dai Vangeli, dalle Confessioni di Agostino, dal rapporto individuale e febbrile dei grandi santi con Gesù. E lo sguardo, il Volto di Cristo è uno sguardo di infinita complessità, assolutamente al di là di ogni diritto umanamente inteso, una giustizia che non è di questo mondo; ma la cosa importante è che questo avviene attraverso la elevazione dell’individuo empirico – il membro del gregge, la pecorella, la samaritana o chiunque voi vogliate – a persona. L’etica, la morale, tutte le grandi questioni di cui oggi discutiamo si risolvono in questa questione: la persona. Sì, certo, l’essere umano è un individuo empiricamente determinato – io, tu l’altro – ma è anche un centro di relazioni oggettive. Appartiene all’essere, non appartiene a se stesso, non statuisce da se stesso il suo diritto. E’ parte di qualcosa di più grande, è soggetto in senso metafisico, insomma è creatura. Non bisogna essere necessariamente di confessione cattolica, e non bisogna essere necessariamente neanche cristiani, cioè condurre una perfetta vita cristiana – posto che possa esistere chi conduce una perfetta vita cristiana – per sapere che l’uomo è di fronte al dilemma se considerarsi signore dell’universo, cioè creatore – un dilemma ormai quasi pratico, che si vive nei laboratori della tecnoscienza – o considerarsi creatura, cioè soggetto a principi cosiddetti – come ha ribadito Benedetto XVI in modo molto schietto – non negoziabili. Insomma il pastore dei Vangeli posa il suo sguardo umano e divino, divino e umano, su persone, prima che su individui, su esseri di cui è predicata una sete che la sola acqua del pozzo non riesce a lenire; ci vuole l’acqua mistica del Vangelo di Giovanni. Persone che si dispongono come anelli nella robusta, ferrea catena del Logos.
Ecco il volto razionale di Cristo, per me: una ragione oggettiva che definisce la struttura del mondo, la sua causa e anche il suo mistero, cioè una ragione che riesce a includere, a comprendere il problema della fede, se non ad assumere personalmente la fede, saltando verso la fede, ma includere il problema della fede, capire che credere è possibile e che chi crede non si inganna, come pensa la parte bassa del pensiero illuministico e del pensiero scientista o parascientifico. Chi crede non si inganna; chi crede agisce in un’orbita che può non essere la tua, in una situazione dell’essere che glielo consente e glielo richiede. In questo senso, il Volto razionale di Cristo è, per me, anche il volto di un giudice e di un giurista.
Quando Benedetto XVI chiede un posto per Dio nella vita pubblica – e fa scandalo, per questo, uno scandalo immenso, qui in Europa, dove l’idea di una dimensione pubblica della religione è stata piano piano scardinata dal senso comune di gran parte delle istituzioni di cultura, delle aule scolastiche, dei centri di formazione statali – quando, ripeto, il Papa chiede un posto per Iddio nella vita pubblica, quando chiede il riconoscimento delle radici cristiane della storia europea e che alcuni principi siano considerati non negoziabili, non compie soltanto un gesto di carità, nel senso e nella direzione della sua fede, un gesto di amore, di amore e di servizio alla verità, del Capo della cattolicità, non indica soltanto una via d’uscita dal celebre dramma dell’umanesimo ateo, di cui parlava il grande teologo De Lubac, ma fa di più: indica una soluzione. Questa è la povera, piccola testimonianza che può portare un polemista, un giornalista, un uomo oppresso dalla vita quotidiana, come sono io; insomma indica una soluzione che ha radici profonde nello sguardo cristiano sulla realtà, che nasce dalla assimilazione dell’ebraismo e dalla riforma della legge veterotestamentaria operata soprattutto dalla teologia di san Paolo, che incontra – come ha ricordato con forza eminente il Papa nel discorso di Regensburg – la cultura greca e, alla fine, una soluzione che pone, attraverso il libero arbitrio, le premesse della libertà moderna. Noi non siamo liberi, se tutto è negoziabile. Non esercitiamo il nostro libero arbitrio razionale, se lasciamo che si compia il divorzio tra la libertà e la vita. Se siamo indifferenti al destino della vita nel suo stato embrionale, se siamo indifferenti alle questioni che non sono tecniche e demoscopiche riguardanti il futuro della vita, lo sviluppo e la promozione della vita familiare – e non aggiungo tradizionale, perché non esiste una famiglia tradizionale e una famiglia non tradizionale, esiste la famiglia e basta! – ecco, se noi, su queste questioni non capiamo che la parola della Chiesa è una parola risolutiva e che in quella predicazione c’è una dimensione razionale, specifica, pratica, etica, nel senso del come devo, come posso comportarmi, che non è e non può essere resa obbligatoria per legge, in nome ovviamente della sua origine confessionale, ma che deve essere discussa liberamente e accolta con sapienza dal mondo moderno, allora siamo perduti.

Finisco. L’ultimo Volto, cui voglio accennare, è il Volto embrionale di Cristo. In occidente c’è stato – lo dicevo prima – questo grande divorzio tra una ragione intesa come presa d’atto, accoglienza della struttura dell’essere sia nella fisica naturale, nella fisis, nella natura, sia al di là, cioè nella metafisica, tra questa ragione, insomma, che accetta il mondo com’è e lo benedice e una ragione strumentale, che benedice il mondo futuro, quello che sarà l’uomo a costruire attraverso la riduzione della sua capacità di comprensione delle cose a tecnica, cioè a comprensione di ciò che si fa e di ciò che è riscontrabile attraverso l’esperimento, e tutto il resto è chiacchiera, fumo, spiritualismo, religione, ignoranza, inganno, fede, dimensione inesprimibile nel linguaggio della modernità. Questo divorzio ha comportato un divorzio tra libertà e vita. Il mondo liberale, con il quale la Chiesa ha avuto molte difficoltà a incontrarsi e a scambiarsi le credenziali, pur essendo stata alla sua origine attraverso il concetto cristiano di persona, nasce come il mondo in cui si santificano la libertà, la proprietà e la vita. Della libertà non devo aggiungere niente a quello che ci ha detto sant’Agostino nel De libero arbitrio; della proprietà mi basta la dottrina sociale della Chiesa, ma la vita?
Il filosofo contrattualista Thomas Hobbes diceva che gli uomini contraggono contemporaneamente un patto di unione e un patto di soggezione: unione e soggezione al sovrano sono la stessa cosa; non ti puoi unire in società, se non stabilisci la fonte del potere che rende giuridicamente obbligate certe regole. Quindi tu ti unisci in società e crei il Leviatano – Hobbes è ricorso all’immagine biblica. Poi nello sviluppo di un pensiero molto interessante, il Leviatano diventa autore dell’umanità stessa, nel senso che ti dà la maschera attraverso la quale tu diventi cittadino di uno stato che ha un immenso potere su di te. Però diceva Thomas Hobbes: c’è un solo punto sul quale il Leviatano non ha diritto di sconfinare, ed è la vita. Tu puoi condannare a morte un uomo, puoi decidere che lo impiccherai, perché lo stato – patto di soggezione – ha questa autorità; ma lui ha diritto di scappare e di salvarsi la vita. Lo dico perché la metafora indica che il mondo liberale è nato sposando la libertà e la vita, ed è esattamente ciò che oggi sta scomparendo. Il divorzio tra fede e ragione, una concezione cioè non ispirata al theos loghikos, come diceva il Professor Cacciari; questo divorzio si sta presentando nelle forme che voi sapete, nell’indifferenza verso la vita. Siamo pieni di libertà, ma questa libertà non è al servizio della vita.

Ora mi direte: noi ti abbiamo intrappolato, predicatore laico molto ignorante, cioè giornalista; sei venuto qui e ci porti solo cattive notizie. Non è proprio così. Anch’io ho un arco di speranza nella mia esistenza, altrimenti non saprei dove sbattere la testa, non mi porrei gli interrogativi giusti, e vivrei diversamente da come vivo. Certo ogni tanto cadono le braccia.
Nei giorni scorsi per verificare il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, così a freddo, dopo che tutto è finito, si fa per dire, dopo che gli animi sono stati placati, dopo che si è cercato di creare una situazione nuova, ho pubblicato delle interviste con degli imam islamici convertiti; italiani, e sono molti, convertiti all’islam e diventati iman. Uno di loro ha detto: “Beh! Dopo Costantinopoli, Roma! Questa è l’ispirazione profonda della nostra fede. Questo è il dettato profetico a cui ci atteniamo. E quindi la querelle intorno al Papa segnala una nostra sensibilità precisa. Quella è la linea di espansione della nostra civiltà e della nostra religione”. Io ho letto, mi sono come al solito, e come tutti, impressionato, mi sono chiesto quanto ci fosse in tutto questo di fanatismo e quanto invece di ortodossia nel senso della loro confessione. Poi ho alzato lo sguardo su Roma – da casa mia vedo il cupolone –, e mi sono detto:”Beh! Roma è Roma, forse è un programma troppo ambizioso anche per loro!”.
 
Giuliano Ferrara


[Home] [Archivio] [Altri libri] [Documenti] [Immagini] [Contatti]