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da il foglio del 21 ottobre 2006 La sua lezione contro modernità e nichilismo. Quanto c’è della sua filosofia nel pensiero dei neocon. La religione come risorsa anche della politica La formidabile guerra culturale del prof. Leo Strauss Niente di più urgente che tornare
alla tradizione e inchinarsi all’autorità
dei padri, ora che in medio
oriente le armi tacciono e le nazioni
schierano soldati in missione di pace.
Chi voglia farsi un’idea non banale di
quale sia la posta in gioco della minaccia
che incombe sullo stato di Israele,
e del legame storico che esiste tra quel
lembo di terra e il nostro vecchio continente
atrofizzato, può abbandonare
per un momento la lettura di gazzette e
quotidiani per ritrovare la consuetudine
con le grandi menti pensanti. Nella
fattispecie Gershom Scholem, lo studioso
di mistica ebraica, il sionista militante
che nella Berlino degli anni
Venti ripudia l’assimilazione ebreo-tedesca
per riscoprire la tradizione
ebraica e rinnovare il giudaismo in Palestina,
e Leo Strauss, l’interprete di
Spinoza, Hobbes e Maimonide che vuole
ripensare la razionalità dei moderni
per superarne l’autodistruzione e la
crisi, e finisce per riscoprire l’ordine
della legge per il bene della comunità.
“Non credo che esista una soluzione alla questione ebraica nel senso di una normalizzazione degli Ebrei”, scrive Scholem nel 1931. “I problemi finiti, relativi, possono essere risolti” – gli fa eco il Strauss trent’anni dopo – “i problemi assoluti non si possono risolvere. Gli uomini, in altri termini, non creeranno mai una società priva di contraddizioni. Da ogni punto di vista lo si consideri, è come se il popolo ebraico fosse il popolo eletto, almeno nel senso in cui il problema ebraico è il simbolo più manifesto del problema umano in quanto problema sociale e politico”. E ancora Scholem: “Se viviamo in un mondo che ha smarrito la Rivelazione come possesso positivo, non dobbiamo forse chiederci, per prima cosa, se ciò non implichi la liquidazione stessa del giudaismo, dal momento che la Rivelazione rappresenta un carattere specifico del popolo ebraico, come la forma attraverso la quale esso è apparso nella storia del mondo? (...) Sono convinto che realizzare lo slogan ‘come qualsiasi altra nazione’ non potrebbe significare altro che il passaggio al declino del popolo ebraico o alla sua scomparsa”. L’occasione per ritornare ai due la offre un piccolo editore francese d’origine che ha fatto la sua Alyyah dalla Provenza a Tel Aviv e ne ripropone in un’edizione ad hoc (“Cabale et philosophie. Correspondance 1933-1973”, Editions de l’Eclat) il carteggio già apparso nel 2001 nel terzo volume dei “Gesammelte Schriften” di Leo Strauss, a cura di Heinrich e Wiebke Meier. Quando Scholem riceve la prima lettera di Strauss, nell’estate del 1933, ha 35 anni. Vive da dieci a Gerusalemme, dov’è approdato con 10 sterline in tasca, una biblioteca di 2000 volumi, molto entusiasmo e una fidanzata da impalmare, dopo esser stato buttato fuori di casa dal padre che di sionismo non ne voleva sentire parlare. Il fatto è che Scholem, prima di essere un visionario, è un ribelle come egli stesso confesserà a ottant’anni nelle sue memorie, uno dei libri chiave del Novecento (“Da Berlino a Gerusalemme”, tradotto da Saverio Campanini, Einaudi 2006). Ha vissuto la Grande guerra da adolescente anarchico e antinterventista a oltranza, al punto da dover abbandonare la scuola per antipatriottismo. Il risultato della scelta di Gershom il sionista, dopo gli studi di matematica all’Università di Jena e Berna, sarà un dottorato sulla qabbalah e i manoscritti di Abulafia conseguito a Monaco, e un biglietto di sola andata su una nave che nel settembre del ’23 salpa da Trieste per Alessandria d’Egitto. Da lì, dopo un viaggio rocambolesco raggiunge il porto di Giaffa e la Palestina, che è sotto mandato inglese e dove l’aspetta un posto di bibliotecario nel dipartimento di ebraico della Biblioteca Nazionale. E quando l’anno dopo, con una donazione di Felix Warbug, verrà creata l’Università ebraica di Gerusalemme, il bibliotecario del Monte Scopus, che vive con la moglie a Meah Shearim, in due stanzette senza acqua corrente e senza luce, avrà un incarico come docente di qabbalah nel neonato istituto di studi ebraici. E’ a lui che si rivolge Leo Strauss nel 1933. Da Parigi, dove grazie a una borsa Rockfeller ottenuta grazie a Carl Schmitt è finito a studiare il platonico islamico al Farabi, caldeggia una raccomandazione per lo storico dell’arte Richard Krautheimer, anche lui ebreo d’origine e anche lui in esilio. Scholem può ben poco, ma con Strauss, conosciuto anni prima a Marburgo, avvia una corrispondenza che durerà quarant’anni. Prima formale, poi sempre più intensa e cordiale, tanto da sconfinare, in un idioletto che mischia il greco, l’ebraico e l’inglese, nella demolizione di maestri come Heidegger, per Strauss “intelligenza fenomenale che riposa su un’anima kitsch”, o Martin Buber, che per Scholem “ha avuto l’unico merito di far entrare il giudaismo nei salotti” e che Strauss legge “come un padre onorato sorpreso mentre sta uscendo da una casa chiusa”. Oppure indulgere nella recriminazione di allievi come Jacob Taubes, che Scholem, “per le sue rapsodie pretenziosi e incoerenti” non riesce a prendere sul serio e Strauss addirittura si rifiuta di ricevere a Chicago, dopo lo scandalo dei “corsi farsa di antisemitismo filosofico tenuti ad Harvard”. Eppure, facezie a parte, nonostante gli opposti campi di interesse, lo scambio epistolare tra Scholem e Strauss resta centrato sui temi chiave dell’autocoscienza ebraica nel XX secolo, il sionismo, la questione ebraica, il senso dell’esilio e del ritorno. I due in effetti, nonostante l’origine, la militanza sionista e l’amore per lo studio, hanno ben poco in comune. Scholem è uno storico della mistica e del messianismo ebraico. Per quanto si professi ebreo non osservante, ama frequentare le sinagoghe di rito ortodosso, da quando si è messo in testa di “ritrovare le fonti vive del giudaismo” e rinnovare una tradizione che vede abbandonare intorno a sé, o peggio ridicolizzare in nome della pretesa assimilazione e delle sue illusioni. Strauss è un filosofo della politica. Originario di un piccolo centro rurale nell’Assia, figlio di un commerciante di chincaglierie agricole, è cresciuto in una famiglia ortodossa, molto pia e poco illuminata. A differenza di Scholem, però, il problema che più sta a cuore a Leo Strauss non è l’essenza del giudaismo, da decifrare attraverso gli enigmi e i misteriosi simboli riposti in fonti millenarie segrete, ma superare il razionalismo moderno e nella fattispecie il nihilismo in cui secondo lui ha finito per sfociare l’eredità del secolo dei lumi. Più in particolare è il dilemma teologico politico “sepolto nella doxa dell’illuminismo”, come ha scritto di recente Corine Pelluchon (“Leo Strauss. Une autre raison, d’autres Lumières. Essai sur la crise de la rationalité contemporaine”, Vrin 2005), e riesumato nella Repubblica di Weimar col fallimento della stessa politica di emancipazione, che lungi dal “risolvere la questione ebraica l’ha semplicemente soppressa”, come Strauss finirà per ammettere nella prefazione americana del 1962 alla “Critica della religione in Spinoza”, suo libro d’esordio del 1928. E’ questo l’unico scritto di Strauss che contenga qualche allusione autobiografica, inserita in modo obliquo in una riflessione sulla dialettica del sionismo e i suoi limiti. Strauss giudica il sionismo un movimento politico forte, in quanto libera la speranza del popolo ebraico dal martirio provvidenziale e ne riscatta la millenaria umiliazione, facendogli ritrovare la fierezza di essere ebreo. Ma fragile per le contraddizioni che lo minano nell’incontro conflittuale tra la tradizione e il moderno, quando dal sionismo politico si passa a quello culturale e da questo alla religione e alla fede. Il sionismo politico, osserva Strauss, critica la soluzione liberale dell’assimilazione, ma aderisce tacitamente al suo stesso presupposto, e cioè la certezza di poter fornire al problema una soluzione umana. Laddove il sionismo religioso insegna invece che il popolo ebraico non ha ancora risolto la questione teologico- politica, vale a dire il conflitto tra le leggi della Rivelazione e la ragione, e non ha superato la tensione che esiste tra una dimensione assoluta e quella temporale. Si capisce dunque, come mai, per quanto opposti e quasi incompatibili siano i loro campi di interesse, Scholem e Strauss potessero finire per intendersi e addirittura ritrovarsi sulla stessa lunghezza d’onda, discettando di questione ebraica e di sionismo. Certo, Strauss, sebbene forse lo desiderasse, non fece mai la sua Alyyah a Gerusalemme. Lo dimostra la rincorsa infinita, testimoniata dal carteggio, tra due studiosi che sognano di lavorare fianco a fianco, senza mai riuscirci. Con gli anni, si diceva, l’intesa si consolida e la corrispondenza va dritta al cuore dei loro interessi. Strauss, per esempio, si profonde in omaggi all’abnegazione di Scholem, ricercatore laborioso e solitario, ma non nasconde la sua perplessità: “E’ vero che la cabala si comprende come una formulazione della saggezza originaria del genere umano, ma formula questa saggezza mentre è intenta alla sua edificazione. Dunque si muove in una dimensione che resta infinitamente distante non solo dal mondo in cui viviamo, ma anche dal mondo in cui la Legge è stata rivelata e sono apparsi i profeti. Allora quale modo di elevarsi può offrire alla ‘coscienza comune?’”. Scholem non è da meno. Ha letto in anteprima la prefazione americana alla “Critica della religione” in Spinoza, e dice a Strauss tutto il suo entusiasmo, senza risparmiarsi una staffilata: “La considero come un’autobiografia intellettuale dove un’avventura dello spirito (e il suo smacco) si lega a un’altra. L’unica cosa che vorrei rimproverarle, è che lei sembra eludere alcune tappe della sua vita. I lettori che su questo tema ne sanno meno di me, e in particolare i poveri americani che sono completamente ignoranti, resteranno sconvolti dalla sua lettura di Spinoza. In inglese baffled. Davvero lo pubblicherà? Io conserverò provvisoriamente una copia del manoscritto, perché magari, chissà, all’ultimo momento lei dichiarerà che è un testo apocrifo, e lo nasconderà in cantina, come avveniva in passato per i testi leggermente scandalosi”. Siamo nel 1962. A Strauss che sa benissimo a cosa allude, visto che son già dieci anni che è uscito “Persecution and the Art of Writing”, sorge un dubbio: non sarà un modo carino per dirmi di non pubblicare la nuova prefazione? E gli risponde da Chicago citando di straforo i suoi acciacchi cardiaci e l’esempio di Hobbes a seconda delle leggi sull’eresia che diceva e non diceva, “ma quando pubblicò un libro con un piede nella tomba, non ebbe peli sulla lingua”. L’altro, da Gerusalemme, coglie la ferale ironia, e gli dà la sua benedizione in stile yiddish: “sarò fra i cinque o sei che dovrebbero permettersi di raggiungere il minyan, il quorum dei dieci adulti necessari per recitare la preghiera in sinagoga, anche se non mi nascondo che sarà incomprensibile.” In fondo, anche Strauss, tre anni prima, quando aveva ricevuto da Scholem una copia di “La Qabbalah e il suo simbolismo”, aveva espresso le sue riserve: “capisco perché il pensiero dei filosofi le appaia povero, angusto, sterile” gli aveva scritto, confessandosi “congenitamente incapace di seguirlo”. Ma quella presa di distanza non era altro che un trampolino per lanciarsi in un perfetto panegirico: “Lei è il solo contemporaneo antifilosofo – rigoroso per essere antifilosofo – dal quale imparo qualcosa con piacere. Siamo d’accordo che il razionalismo moderno, o l’illuminismo moderno con tutte le sue dottrine particolari, è giunto a esaurimento. Confesso che non sono sicuro che lei sia completamente sprovvisto di romanticismo...E ancora, dopo aver letto il suo libro, ho capito forse per la prima volta il fascino infinito che esercita il suo campo di studi, un mondo ricco e profondo che unisce in modo enigmatico e indissolubile, l’universale e il particolare, l’umano e l’ebraico, e supera ogni moralismo e spirito di condanna senza perdersi nell’estetismo. Lei è un uomo benedetto per aver realizzato quest’armonia ad altissimo livello tra mente e cuore, ed è una benedizione per ogni ebreo vivente. Dunque ha il diritto di parlare forte e chiaro. Sfortunatamente, io sono congenitamente incapace di seguirla - o se lei vuole, anch’io ho giurato su una bandiera, e il giuramento era: “moriatur anima mea mortem philosophorum” (muoia il mio animo con la morte dei filosofi). Marina Valensise
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