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da Il Sussidiario
del 12 giugno 2009 Documento della commissione scuola di Compagnia delle Opere Una scuola che parla al futuro |
Introduzione Il manifesto Una scuola che parla al futuro, dedicato alla scuola e all’educazione, intende cogliere il momento particolare attraversato dai sistemi formativi nel nostro Paese. Oggi, sempre di più, i giovani chiedono di ricevere dalla scuola non solo nozioni, ma anche, e soprattutto, orientamenti, insegnamenti fondamentali, criteri per interpretare l’esistenza e il delicato passaggio al mondo del lavoro. Nella misura in cui la scuola offre opportunità di contatto con la cultura di cui si sostanzia la vita del popolo e della comunità essa assolve il suo compito; quando invece se ne allontana e diviene preda di una didattica stanca e rituale essa finisce, a causa degli scarsi risultati, sul banco degli imputati. Il passaggio ad un sistema pubblico di istruzione meno ingessato e quindi più libero, autenticamente paritario e capace di offrire percorsi personalizzati, è una necessità: lo chiedono le famiglie, lo chiedono i giovani, lo chiede l’Europa. Lo chiedono, soprattutto, le esperienze di scuola autonoma e di qualità che già sono in atto e che devono essere sostenute affinché questi esempi e modelli possano diffondersi e diventare praticabili. C’è bisogno, insomma, di un generale richiamo alla responsabilità del mondo adulto: quello degli educatori e anche quello del lavoro e dell’impresa. Lo scopo del manifesto è rendere il tema del futuro della scuola di dominio pubblico. Di più: è richiamare l'attenzione di tutti coloro cui sta a cuore il cammino della conoscenza dei nostri giovani, affinché si ricrei attorno ad alcuni, pochi, punti fondamentali una riflessione e un consenso attivi e operosi. La Compagnia delle Opere e le sigle di associazioni operanti nel mondo della scuola, firmatarie del documento, rappresentano brani di realtà in cui già si sperimenta una soggettività in azione che diventa intrapresa, formazione, aggiornamento, costruzione di rapporti tra mondo della scuola ed espressioni della realtà civile interessate alla educazione. Il manifesto si propone anche, come metodo, di allargare questa rete di pratiche e di relazioni, in modo che il dialogo su questi temi con le istituzioni, con la politica, con le varie forme della comunicazione e della cultura sia proficuo e costruttivo. Bernhard Scholz Presidente Compagnia delle Opere Educazione L’educazione è una risposta decisiva alle domande dell’uomo sulla situazione attuale, che non è descritta unicamente dalla crisi economica, ma anche e, soprattutto, dalla ricerca dello scopo per cui vale la pena studiare, lavorare, costruire, mettere al mondo dei figli e, quindi, fondare nuove basi culturali su cui impostare la convivenza tra le persone. L’educazione non riguarda solo un sistema di regole di comportamento, ma il senso stesso dell’esistenza e la sua comunicazione attraverso la testimonianza di chi ha cominciato a farne l’esperienza. Solo alla luce di un’ipotesi di significato che abbraccia tutta la realtà possono esserne compresi i singoli aspetti, le singole circostanze. Il compito dell’educazione è aiutare le persone a formulare un giudizio su ciò che accade, in cui sia implicato l’io, il soggetto della domanda e, nello stesso tempo, sia valorizzato in tutte le sue dimensioni l’oggetto della conoscenza. Perciò l’uomo che si lascia educare divenendo capace di giudicare matura una ragione aperta al reale, che non trascura i desideri di verità, di bellezza, di bene di cui è fatto il suo cuore e, nello stesso tempo, è pronto a scoprire che la vita è data per un compito. Nel cammino educativo si realizza il confronto con la tradizione che fonda la nostra civiltà, perché la cultura che nel passato ha espresso il senso della vita di un popolo è fonte di paragone anche nel presente. L’educazione non riguarda solo i giovani, riguarda tutti. Solo chi si lascia educare è capace di educare. È dalla vita di un popolo educato che nasce una scuola che risponde alle domande e alle esigenze della gente. I soggetti dell’educazione L’avventura educativa ha origine dalla libera scelta di adulti che decidono di accompagnare i più giovani nel cammino della vita, perché loro stessi impegnati con le domande fondamentali sull’esistenza e aperti a trasformare in motivo positivo di conoscenza ogni stimolo, ogni incontro, ogni fatto da cui si sentono toccati e interpellati. La prima condizione che realizza l’educazione è perciò la presenza di figure adulte autorevoli che prendono sul serio l’interezza dei problemi di chi si rivolge a loro; l’autorevolezza deriva dalla partecipazione ad un cammino unitario di costruzione del proprio io e non tanto dal possesso di una particolare tecnica pedagogica; un luogo è educativo quando permette alla domanda di senso del giovane di incontrare l’offerta di uno sguardo ideale sul mondo da parte di un adulto; da questo punto di vista, genitori e insegnanti devono essere aiutati a diventare di nuovo i protagonisti dell’educazione dei figli e dei più giovani; gli alunni, a loro volta, non sono da intendere come il terminale astratto di iniziative che li vedono passivi oppure, all’opposto, come capaci di educarsi da soli: essi chiedono di incontrare qualcosa o qualcuno per cui valga la pena spendere tutta l’esistenza; per questo il loro interesse si accende e la loro ragione si apre quando sono accompagnati ad un impegno con il significato della realtà. Scuola: l’avventura della conoscenza La società affida alla scuola la responsabilità di fornire ai giovani gli strumenti conoscitivi necessari per potersi orientare nel mondo. I due nuovi compiti che oggi la comunità civile chiede alla scuola di assumere sono la valorizzazione delle attitudini di ciascuno e l’orientamento al lavoro e all’università. Il dialogo tra il mondo della scuola, quello dell’istruzione superiore, della formazione e dell’impresa può essere produttivo solo se al centro dell’interesse delle parti c’è il bene di ogni singola persona. La scuola è oggi chiamata ad interrogarsi ascoltando voci e suggerimenti che provengono da fuori le sue mura. Essa non deve smettere di reagire a questa sfida. Soprattutto, essa può corrispondere alle attese dei giovani e delle famiglie se favorisce l’esistenza di spazi e condizioni che integrano l’istruzione nell’educazione. L’istruzione diventa educazione quando chi apprende vede accrescere la coscienza che ha di se stesso e di tutto ciò che lo circonda. Per questo la libertà di educare è il presupposto di ogni azione significativa di insegnamento, grazie alla quale i contenuti proposti alle nuove generazioni rendono viva e presente la continuità con il passato. Una migliore organizzazione della società, della scuola e della didattica costituisce un bene comune da perseguire, anche se essa, tuttavia, non assicura automaticamente la possibilità di rapporti educativi. La scuola comincia a modellarsi come un ambito in cui si realizza l’avventura della conoscenza quando favorisce l’appropriazione di un criterio culturale consapevole da parte degli insegnanti e degli alunni. In concreto, il processo della conoscenza avviene mediante il confronto personale con attività e saperi disciplinari che progressivamente aprono all’incontro con la realtà. Lo Stato è chiamato a promuovere sussidiariamente l’esistenza di tutti i tentativi nei quali l’idea di persona si esprime in una responsabilità educativa e in un servizio rivolto alla comunità. Come previsto nella Costituzione Italiana e così come accade nella maggior parte dei Paesi europei ed in gran parte dello scenario internazionale, lo Stato si limita a indicare le norme fondamentali dell’istruzione e i livelli essenziali degli apprendimenti; spetta poi agli istituti scolastici autonomi e agli insegnanti, in dialogo con le famiglie, il compito di tracciare i piani di studio, i curricula e il raccordo con il mondo del lavoro.
Universo giovanile: fotografia e realtà I giovani europei tra i 15 e i 25 anni, che le ricerche internazionali spesso descrivono come poco interessati alla politica e, gli italiani primi tra tutti, legati alla famiglia più ancora che al Paese, sono in effetti diversi da come appaiono. Uno sguardo appassionato alla loro umanità permette di sorprendere, nelle forme talvolta contraddittorie con cui si esprimono, la tensione impetuosa e bruciante verso la comprensione delle cose, il desiderio di capire il rapporto tra la loro vita e la totalità che li circonda. La prima agenzia educativa responsabile di questo percorso è indubbiamente la famiglia, ma ben presto il bambino, poi giovane adolescente, viene influenzato nel suo sviluppo da differenti fattori, come i contesti informali e formali di apprendimento: tra questi ultimi il più importante è la scuola, ambiente nel quale egli trascorre un tempo infinito di ore, quasi 8 mila tra i 7 e i 14 anni. In Italia uno studente su cinque delle scuole secondarie di II grado non è contento della scuola che frequenta, mentre quattro su cinque cercano di terminare il percorso fino a conseguire un titolo di studio. Questo significa che la scuola è intesa dalla maggior parte come un’opportunità insostituibile, anche se non soddisfa del tutto. Essa, infatti, è oggetto di sempre nuove domande di senso che provengono dalla realtà sociale ed è quindi chiamata a ripensarsi per essere all’altezza delle sfide attuali, cioè per poter accompagnare ogni singolo ragazzo alla scoperta di sé e del mondo. La scuola italiana L’assetto istituzionale, ordinamentale, culturale e professionale della scuola italiana è ancora segnato dal controllo statale centralistico del sistema di istruzione che ha avuto inizio a metà del secolo XIX e si è consolidato nel corso del secolo XX. Il sistema scolastico italiano presenta aperte contraddizioni interne alla sua architettura istituzionale: l’impostazione del Ministero della Istruzione, ma anche certe forme di neocentralismo regionale, contrastano con talune novità come l’autonomia degli istituti scolastici, la legge sulla parità scolastica, le modifiche al titolo V della Costituzione (Fonte dei dati esposti ai punti 1., 2., 3.: Ministero della Pubblica Istruzione - 2009). 1. I difetti del sistema centralistico Il governo centrale deve manovrare una macchina statale elefantiaca, costituita da più di 1.000.000 di dipendenti, 10.700 istituzioni scolastiche statali, 42.000 punti di erogazione del servizio. Spese per l'istruzione La spesa per l’istruzione in Italia è pari al 4,7% del Pil (contro una media dei principali Paesi del mondo del 5,8%), ma sul totale della spesa pubblica l’Italia è al 10% (media Ocse 13,2%) insieme a Germania e Giappone. Valori prossimi alle medie Ocse sono evidenti anche raffrontando le spese per alunno: 6.835 dollari per ogni alunno della scuola primaria, contro una media Ocse di 6.252 dollari e 7.648 dollari per ogni alunno della scuola secondaria contro una media Ocse di 7.802 dollari. Foto di gruppo L’età media dei docenti italiani è di 50 anni; quella dei dirigenti scolastici è di 55; i carichi di lavoro dei docenti sono inferiori alla media europea; gli stipendi restano mediamente bassi e non subiscono rilevanti cambiamenti nell’arco di una carriera che in realtà non esiste. Squilibri interni al sistema In Italia vige uno squilibrio enorme tra istruzione statale e paritaria, sia in termini quantitativi (il settore paritario rappresenta il 39% della scuola dell’infanzia, ma solo il 5% circa della primaria e secondaria di I e II grado), sia di riconoscimento finanziario. Nel 2007 lo Stato italiano ha speso 589 euro per alunno della scuola d’infanzia paritaria, poco meno di 900 euro per ogni studente della scuola primaria paritaria e poco più di 100 euro per studente della scuola secondaria di I grado paritaria (50 per la secondaria di II grado), risparmiando nel complesso 6 miliardi di euro. 2. La nostra scuola e quella degli altri I confronti internazionali mostrano luci e ombre del nostro sistema di istruzione: Numero alunni Da una decina di anni il numero complessivo degli alunni della scuola statale, specie secondaria di II grado, sta crescendo (7.540.183 nel 1998/'99; 7.768.506 nel 2008/'09) grazie soprattutto all’aumento di alunni con cittadinanza non italiana (quasi il 6,5 % del totale della popolazione scolastica). Nella scuola secondaria di II grado il 33,6% degli studenti frequenta gli istituti tecnici; il 21,0% gli istituti professionali, il 23,1% i licei scientifici, il 10,8% i licei classici, il 7,8% l’ex istituto magistrale, il 3,7% gli istituti d’arte e i licei artistici. Tasso di scolarità Il nostro tasso di scolarità, grazie anche agli anticipi nel primo ciclo di istruzione, è tra i più alti al mondo nella fascia di età 5-14 anni, ma si abbassa in modo preoccupante sotto la media Ocse nella fascia 15-18 anni. Dispersione scolastica I giovani tra i 18 e i 24 anni con la sola licenza media e non più in formazione (early school leavers) in Italia nel 2000 erano il 25,5% e nel 2007 il 20,5%. In Europa la media nel 2000 era il 17,6%; nel 2007 il 15% circa. 3. Prevenzione e recupero Il quadro del sistema dell’istruzione secondaria non sarebbe completo se non si tenesse conto anche di altri percorsi di cui il nostro sistema è solo in parte dotato. Oltre ad essere una reale opportunità per i giovani in uscita dalla terza media, tali percorsi sono anche un efficace sistema di prevenzione della dispersione scolastica e del suo recupero. Queste le ragioni che ci portano a richiederne il potenziamento e il pieno inserimento in un contesto ordinamentale. Istruzione e formazione professionale I percorsi sperimentali di istruzione e formazione professionale (IFP) sono stati 5.347 nell’anno scolastico 2005/'06 e 5.926 nel 2006/'07 con un incremento del 9,77%. Il numero degli alunni è passato da 93.338 a 109.933 con un aumento del 15,10%. Scuole serali Negli ultimi dieci anni è più che raddoppiato il numero dei giovani (con età di solito superiore ai 20 anni) iscritti alle scuole serali (46.805 nel 1996/97; 95.000 nel 2006/07). 4. Valutazioni internazionali Un importante elemento di confronto tra la situazione italiana e quella di altre nazioni è la valutazione comparativa dei risultati scolastici cui da alcuni anni gli studenti italiani sono sottoposti da parte di organismi internazionali (Iea Pirls; Iea Timss; Ocse Pisa). Situazione I nostri quindicenni, cioè gli alunni appena usciti dal percorso di scuola secondaria di I grado, hanno espresso mediamente prove non soddisfacenti se paragonate ai valori intermedi rilevati dagli stessi organismi. Le gravi lacune degli studenti italiani in lettura, matematica e discipline scientifiche non hanno ad ogni modo scosso adeguatamente il mondo della nostra scuola. Varianze È altresì vero che vi è una straordinaria varianza dei risultati sia per settore sia per territorio. In alcuni istituti e in alcune regioni (specialmente il Nord-Est) la scuola raggiunge punte di eccellenza talvolta superiori alle medie europee o internazionali. I dati offerti dalle indagini internazionali, comunque li si voglia interpretare, rispecchiano la situazione della scuola italiana, che nel suo insieme non è al passo con forme di insegnamento/apprendimento responsabile e personalizzato. Fattori di rendimento I rapporti internazionali insistono, oltre che sugli elementi di rendimento in chiave comparata, anche sui fattori che maggiormente influenzano il rendimento scolastico: l’autonomia scolastica, il grado di autonomia dei dirigenti scolastici, l’importanza che gli insegnanti assegnano al successo formativo, le alte aspettative che esprimono nei confronti dei loro studenti, l’impegno e il livello di soddi sfazione che traggono dal loro lavoro, la relazione che hanno con i loro studenti, la disciplina in classe. La conseguenza è che, mentre la Germania ha promosso una mobilitazione nazionale di scuole e famiglie, con il risultato di risalire dal 18° posto del 2003 al 13° del 2006, l’Italia ha perso nel frattempo 9 posizioni, scendendo nel 2006 al 36° posto tra le nazioni Ocse. Prossime scadenze I prossimi appuntamenti si presentano come decisivi. La nuova indagine Ocse/Pisa in lettura, prevista nella primavera 2009, è in via di realizzazione; la nuova indagine Timss sarà effettuata nel 2011, ed entro il 2010 l’Unione europea dovrebbe divenire “l’economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”. Nel nostro Paese, nonostante una riforma della scuola (L. 53/2003), due documenti sui piani di studio (Indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati e Indicazioni per il curriculum) e un documento tecnico annesso al nuovo obbligo di istruzione, la sfida implicita nelle domande dei giovani (vecchie e nuove) stenta ancora ad essere accolta come obiettivo di tutto il sistema educativo nazionale. Il nostro apparato scolastico è elefantiaco, dispendioso, inefficace quanto a risultati formativi e, pur senza trascurare i tanti punti di eccellenza che andrebbero maggiormente valorizzati, poco corrispondente al bisogno educativo dei nostri ragazzi. Non c’è più tempo da perdere. Le nostre proposte Gli obiettivi che proponiamo esprimono, in gran parte, fatti di educazione, tentativi di scuola di qualità, percorsi formativi già in atto che richiedono di essere sostenuti e sviluppati. È per questo necessario un riassetto culturale, ordinamentale, professionale e organizzativo del sistema educativo che faccia uscire la scuola dalla sua autoreferenzialità. Si è probabilmente chiusa una fase di riforme annunciate come epocali e realizzate solo in parte. Serve una prospettiva diversa, capace di utilizzare quelle norme che possono costruire il quadro di un cambiamento di sostanza e non di facciata. Con gli stessi investimenti si può migliorare l’efficienza e l’equità del nostro sistema scolastico. È necessario dare con urgenza alle istituzioni scolastiche autonome e libere tutti gli strumenti per affrontare, con le comunità locali, le sfide educative e dell’innovazione: qui è l’origine del vero cambiamento. Le direzioni dei provvedimenti da prendere sono le seguenti: 1. piena autonomia degli istituti scolastici e libertà di scelta educativa per le famiglie 2. docenti e dirigenti come veri professionisti 3. percorsi di studio flessibili e personalizzati 4. ordinamenti in linea con il principio di sussidiarietà 5. valutazione esterna delle scuole 6. abolizione del valore legale del titolo di studio 1. Autonomia degli istituti scolastici e libertà di scelta educativa per le famiglie a. Nella maggior parte dei Paesi europei gli istituti sono autonomi perché in grado di assumere decisioni, anche economiche, nei limiti della legge o nel quadro generale normativo dell’istruzione. L’autonomia pertanto non può ritenersi raggiunta solo sulla base del decentramento delle competenze dal centro alla periferia. La legge italiana riconosce alle scuole, almeno sulla carta, autonomia didattica e organizzativa, di ricerca, sperimentazione e sviluppo, ma non finanziaria. L’autonomia scolastica così concepita, accogliente di tutte le opzioni metodologiche, anche minoritarie, e riconosciuta dal titolo V della Costituzione, deve essere completata. Lo deve essere non tanto come mero passaggio di potere centralistico dallo Stato alle Regioni, bensì mediante la realizzazione di una vera sussidiarietà che sostenga a tutti i livelli i soggetti operanti nella società civile e ne valorizzi le risorse. Proponiamo: il pieno riconoscimento alle istituzioni scolastiche statali dell’“autonomia statutaria”, che consenta, alle scuole che lo vogliano, anche attraverso progetti pilota o fasi transitorie sperimentali, di passare al regime di Fondazioni (persone giuridiche di diritto pubblico); il Consiglio di Amministrazione o di Indirizzo come unico organo di gestione della scuola statale, nel quale possono entrare enti pubblici e privati, Fondazioni, associazioni di genitori o di cittadini, organizzazioni non profit, Enti locali, le imprese e qualsiasi altro soggetto che sia interessato all’educazione dei ragazzi; il CdA o di Indirizzo assume il dirigente e il personale docente e regola con essi il rapporto di lavoro, nel rispetto del principio della libertà di insegnamento e dei diritti sindacali, tenendo conto delle risultanze oggettive del sistema di valutazione esterna delle scuole; le risorse finanziarie pubbliche attribuite dallo Stato o dall’Ente locale alle istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione accreditate vengono erogate sulla base del criterio principale della “quota capitaria”, individuata in base al numero effettivo degli alunni iscritti a ogni istituzione scolastica, tenendo conto del costo medio per alunno e di criteri di equità e di eccellenza; le istituzioni scolastiche autonome sono responsabili della gestione dei risultati degli alunni, sia in termini di miglioramento dei livelli di apprendimento, sia di riduzione della dispersione scolastica. b. La Legge 10 Marzo 2000, n. 62 “Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione” definisce il sistema nazionale di istruzione come costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie e degli Enti locali. Le scuole non statali, che svolgono un servizio pubblico, sono riconosciute parte essenziale del sistema nazionale di istruzione integrato. Tuttavia la parità riconosciuta sul piano giuridico non è ancora divenuta parità economica. Nel nostro Paese non è pertanto garantita alle famiglie una effettiva libertà di scelta in ambito scolastico, con grave danno in particolare per quelle meno abbienti. Riteniamo invece che la libertà di scelta dei genitori sia la forza motrice dell’innovazione del sistema nazionale di istruzione. Proponiamo che: i genitori possano scegliere liberamente ed a pari condizioni economiche, fra le scuole del sistema nazionale di istruzione, statali o paritarie; nei confronti dei genitori che scelgono la scuola paritaria lo Stato intervenga mediante soluzioni opportune ed eventualmente diversificate: dal buono scuola/dote/quota capitaria alle varie forme di defiscalizzazione oppure, meglio ancora, attraverso la combina zione di tali strumenti; l’attuale situazione di incertezza relativamente all’entità delle risorse destinate al sistema paritario ed alla ripartizione di competenze fra Stato e Regioni venga risolta attraverso interventi urgenti, significativi ed equilibrati; alle scuole paritarie, in ragione del servizio pubblico svolto, venga riconosciuto un regime fiscale agevolato. 2. Docenti e dirigenti come veri professionisti L’insegnante deve essere libero di proporre la propria ipotesi educativa e di praticarla nella concreta attività di insegnamento nel rispetto degli alunni e del mandato educativo delle famiglie. Chi dirige una scuola dovrà avere gli strumenti per attuare il mandato ricevuto dall’organismo che la amministra e lo ha assunto. La comunità tecnico professionale nella quale insegnanti e dirigenti sono inseriti, e da cui non possono prescindere, è tanto più viva quanto più fondata sulla libertà e sulla responsabilità di ciascun docente e dirigente. Riteniamo che qualsiasi riforma di sistema non possa prescindere da un’adeguata formazione dei dirigenti scolastici e, soprattutto, da una nuova professionalità docente. Proponiamo: per gli aspiranti all’insegnamento nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria: un ciclo di formazione accademica abilitante articolato al suo interno per i due livelli; per gli aspiranti all’insegnamento nella scuola secondaria di I e II grado: un percorso di laurea magistrale/specialistica per il conseguimento del titolo accademico; un anno di praticantato (o tirocinio formativo attivo) da svolgere nelle scuole del sistema nazionale di istruzione con contratto di formazione-lavoro, in collaborazione con le università per gli specifici approfondimenti di carattere pedagogico e didattico; una prova di abilitazione all’insegnamento, conclusiva del percorso di formazione, gestita da una commissione paritetica scuola-università che tenga conto sia della prepara zione disciplinare, sia dell’esperienza di praticantato (o tirocinio formativo attivo), sia di altri titoli maturati; che il docente, così abilitato, possa far valere i titoli culturali e il proprio portfolio professionale per accedere liberamente a tutte le forme di assunzione previste dalla norma; che le scuole autonome siano titolate ad assumere, coerentemente con il piano dell’offerta formativa, professionisti abilitati o in possesso di certificate competenze pedagogicodidattiche acquisite in esperienze di studio e di lavoro; che al docente professionista abilitato venga riconosciuto uno stato giuridico autonomo ed una progressione della carriera che tenga conto anche delle competenze e della valutazione del merito; che alla funzione dirigente, cui si perviene dalla carriera docente attraverso un tirocinio di vice-dirigenza e un’alta formazione universitaria, sia riconosciuto un proprio stato giuridico professionale; che il dirigente scolastico venga assunto dal Consiglio che governa l’istituzione autonoma e possa scegliere fra i docenti i propri collaboratori; che sia riconosciuto e potenziato il ruolo delle associazioni professionali soprattutto nell’ambito della formazione permanente dei docenti. 3. Percorsi di studio flessibili e personalizzati Il Parlamento europeo e il Consiglio europeo nella “Raccomandazione agli Stati membri” del dicembre 2006 hanno sollecitato i vari partners a sviluppare l’offerta di competenze chiave, definite come una “combinazione di conoscenze, abilità e attitudini appropriate al contesto”. L’essenzialità cui occorre puntare non è evidentemente il minimo al ribasso, bensì ciò che concerne i fondamenti delle cose insegnate e apprese. È opportuno ricordare che, secondo la migliore tradizione culturale della nostra scuola, solo conoscenze vive, cioè essenziali ma piene di senso, possono diventare competenze efficaci. In questa ottica, è necessario che i contenuti trasmessi non siano la somma di nozioni oppure procedimenti puramente formali, bensì obiettivi che favoriscono l’apprendimento e l’accrescimento culturale e critico della persona. Pertanto: il sistema educativo nazionale deve proporre canali, differenziazioni di percorsi, passaggi tra canali e indirizzi, che consentano la realizzazione di un piano di studi personalizzato; il nucleo formativo fondante dei settori liceale, tecnico e dell’istruzione e formazione professionale deve essere elaborato all’insegna della essenzialità dei percorsi e del tempo scuola; il curriculum essenziale può essere periodicamente rielaborato e aggiornato da un’Authority del curriculum e degli standard, cui partecipino i protagonisti fondamentali: le istituzioni scolastiche, le comunità tecnico-professionali dei docenti, le famiglie, le imprese, il mondo del lavoro, le università, la ricerca; l’istruzione tecnica e l’istruzione e formazione professionale devono poter procedere in sequenza, in parallelo, a intreccio, a seconda degli stadi di sviluppo personale e del piano di studio personalizzato. Ciò che è decisivo è il carattere polivalente e flessibile dei percorsi. 4. Ordinamenti in linea con il principio di sussidiarietà In forza del titolo V della Costituzione, alla legislazione esclusiva dello Stato è assegnata la definizione dei “livelli essenziali delle prestazioni” (LEP), delle norme generali sull’istruzione, dei principi fondamentali. Alla legislazione concorrente compete l’istruzione, fatta salva l’autonomia scolastica, che è stata elevata a rango costituzionale. Alla legislazione esclusiva delle Regioni competono l’istruzione e formazione professionale, nel rispetto dei LEP, e ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato, in particolare la gestione del personale sulla base dei principi di cui sopra e l’organizzazione dell’offerta formativa sul territorio. Proponiamo un sistema educativo nazionale che offra un quadro generale, chiaro e stabile nel tempo perché essenziale nella definizione di conoscenze, abilità e competenze da acquisire al termine dei diversi percorsi; scuola dell’infanzia: incremento e rafforzamento, anche nella didattica, della tipicità della scuola in rapporto alla forma del pensiero e dello sviluppo globale del bambino; scuola primaria: effettiva pluralità delle opzioni relative all’orario con piena autonomia di gestione dell’organico sul modello didattico scelto dalle scuole; scuola secondaria di I grado: un serio accertamento del suo impianto di base (è il momento in cui si svolge la prima riflessione sull’esperienza), affinché risponda con flessibilità ed efficacia al suo compito di introdurre allo studio delle discipline e di orientare lo studente nelle scelte successive; scuola secondaria di II grado: superamento dell’unicità dei percorsi formativi attraverso un’articolazione che comprenda il sistema dei licei, dell’istruzione tecnica e professionale; promozione dell’istruzione tecnica e dell’istruzione e formazione professionale, attraverso la valorizzazione della cultura del lavoro per la formazione della persona e lo sviluppo della sua vocazione; formazione professionale: elevata diversificazione dei percorsi e piena dignità formativa anche per quelli non strutturati; assolvimento dell’obbligo di istruzione con rilascio di qualifica nei percorsi triennali regionali e possibilità di diploma al quarto anno; mantenimento alle regioni anche dei percorsi più snelli rivolti all’inserimento lavorativo dei giovani: apprendistato, alternanza, corsi annuali. In particolare è utile puntare all’ampliamento graduale dell’autonomia delle scuole fino a quote del 40% del curricolo, per un’offerta formativa diversificata in grado di rispondere alle esigenze del territorio e facilitare la personalizzazione degli apprendimenti. 5. Valutazione esterna delle scuole Non esiste attualmente una rappresentazione chiara e complessiva della scuola italiana sia in termini quantitativi che qualitativi. L’autonomia delle scuole richiede invece la valutazione della qualità dell’offerta educativa e la costruzione di un “data base” che raccolga gli aggregati fondamentali descrittivi del sistema formativo nazionale. Occorrono dei punti di riferimento esterni per capire le differenze tra le scuole sul territorio nazionale e i punti di criticità della scuola italiana nelle valutazioni internazionali. Bisogna porsi con decisione l’obiettivo di un sistema di valutazione nazionale che preveda una rilevazione standardizzata, e quindi comparabile, degli apprendimenti. Lo scopo finale è il miglioramento della qualità dell’offerta formativa, l’esercizio effettivo della libertà di scelta da parte delle famiglie e l’accountability delle scuole stesse. Pertanto: ogni singolo istituto dovrà essere valutato sui risultati che consegue in termini di incremento degli apprendimenti degli studenti, più che sulla congruenza dei processi; la valutazione dovrà essere effettuata periodicamente, scuola per scuola, dall’Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo e di istruzione), ente “terzo” rispetto a scuole e Ministero; le rilevazioni delle conoscenze e delle competenze degli studenti dovranno essere effettuate nei momenti di ingresso e di uscita dai diversi livelli di scuola; dopo ogni fase valutativa l’Invalsi dovrà stilare un rapporto nazionale in cui sia indicato il valore aggiunto realizzato da ogni singola scuola. 6. Abolizione del valore legale del titolo di studio A differenza di altri Paesi, in Italia il titolo di studio non è un semplice titolo scolastico o accademico, che attesta il felice superamento di un corso di studi, bensì un vero e proprio certificato pubblico, con il potere di produrre effetti giuridici, rilasciato “in nome della Legge” dall’autorità scolastica o accademica nell’esercizio di una potestà pubblica. Attualmente il valore legale del titolo riconosciuto agli studenti in seguito all’esame di Stato non corrisponde al valore reale, cioè alla certificazione di conoscenze, competenze e abilità effettivamente conquistate. Una simile incongruenza danneggia prima di tutto i giovani che devono spesso affrontare percorsi di riqualificazione per essere assunti nel sistema del lavoro o per proseguire gli studi all’università. Restituire a chi si educa il ruolo di protagonista richiede che lo Stato verifichi unicamente le capacità di chi intende dedicarsi all’esercizio di una professione, quali che siano le modalità attraverso le quali si sono acquisite tali capacità. Un sistema realmente competitivo (non concorrenziale) in cui la scuola è luogo di trasmissione dei saperi e delle competenze culturali e professionali, e non di semplice socializzazione, implica il superamento di tale schema. Pertanto: l’abolizione del valore legale risulta una condizione, certo non sufficiente ma necessaria, per una reale qualità degli studi e per una valutazione e una certificazione legate a valori più obiettivi. Per concludere Le proposte che sono state formulate delineano il quadro di un’azione culturale che, a partire dalle circostanze in cui si trova oggi la scuola, intende svilupparsi nel tempo. Perciò riteniamo che queste sollecitazioni possano diventare occasioni di riflessione e di orientamento per chi ha una diretta responsabilità in campo educativo e formativo. Offriamo tuttavia questi spunti di giudizio e di impegno a tutti coloro che hanno a cuore il bene della scuola e del nostro Paese. Ci auguriamo che dal confronto, dal dialogo e dalla condivisione su di essi possa divenire più chiaro che l’esistenza di una comunità, di un popolo, dipende in gran parte dalle scelte che si compiono a vantaggio dei più giovani. |
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