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da il foglio del 21 ottobre 2006 Perché predicava il ritorno agli antichi Nel nuovo millennio Leo Strauss è diventato, nella considerazione
generale, il pionere intellettuale del neoconservatorismo.
Tuttavia, Michael e Catherine Zuckert (entrambi
Nancy R. Deux Professor di scienze politiche presso
la University of Notre Dame) smentiscono questa tesi nel loro
ultimo libro, intitolato “The Truth about Leo Strauss: Political
Philosophy and American Democracy” (University of
Chicago Press, 2006). Gli Zucker – entrambi ex studenti di
Strauss – ritengono che questa tesi derivi da un’interpretazione
troppo semplificata degli scritti di Strauss, il cui campo
di indagine va da studi sull’antica filosofia politica a
scrittori arabo-giudaici del Medio Evo, così come da filosofi
politici della prima era moderna (Machiavelli, Hobbes,
Spinoza e Locke) fino ai pensatori della fine del XIX secolo
e dell’inizio del XX (Nietzsche, Weber, Heidegger). La grande
vastità degli interessi di Strauss ha suggerito ai due studiosi
la seguente conclusione: che in Strauss si possono trovare
molte sfaccettature e non soltanto le fondamenta del
neoconservatorismo. Ponendo l’accento su quest’ultimo, gli
Zucker esaminano i vari lavori dei numerosi studenti e seguaci
di Strauss, mettendo in luce le cause originarie (che
hanno le proprie radici nelle tensioni presenti nel pensiero
dello stesso Strauss) che hanno provocato la divisione in
due campi opposti tra gli studiosi di Strauss.
Michael Zuckert inizia con un’analisi delle differenze tra le ormai due generazioni di neoconservatori americani. Rintracciandone le origini, Zuckert sostiene che “il neoconservatorismo si affermò originariamente alla fine degli anni Sessanta in risposta a due fenomeni caratteristici della società americana di quel tempo. Il primo era la Great Society di Lyndon B. Johnson, fondata sull’idea della ingegneria sociale (ossia sul fatto che la politica pubblica era davvero capace di trasformare l’intero paese e dare straordinari risultati); il secondo era la New Left, con il suo caratteristico utopismo apolitico. In realtà il neoconservatorismo è emerso come risposta ad entrambi questi fenomeni, partendo dal presupposto che le possibilità della politica erano molto più limitate. Questo ha portato quindi i neoconservatori a ritenere che la moderazione politica fosse una grande virtù”. Nel tentativo di stabilire il rapporto tra Strauss e il neoconservatorismo, Michael Zuckert sottolinea che Strauss non ebbe nulla a che fare con la originaria affermazione del neoconservatorismo. “Mentre c’era una sorta di convergenza tra le principali preoccupazioni di Strauss e quelle dei primi neoconservatori, come il concetto della moderazione e delle possibilità limitate della politica, la seconda generazione dei neoconservatori, come William Kristol e molti altri, sembra essersi avviata su una direzione completamente diversa. Questa seconda generazione si allontana drasticamente dalla prima, che aveva una concezione alquanto modesta delle possibilità della politica, e teorizza un concetto del tutto nuovo delle grandi opportunità”. Rifiutando la tesi che Strauss fosse un irriducibile conservatore che seguì le orme di Nietzsche, Heidegger e Carl Schmitt, gli Zuckert sostengono che l’idea fondamentale di Strauss fosse la necessità di un ritorno agli antichi. Questa idea derivava dalla convinzione di Strauss nel fatto che il pensiero moderno, con il suo relativismo e il suo nichilismo, minacciasse la possibilità di una politica sana così come quella di una vera filosofia. Come spiega lo stesso Micheal Zuckert, “Strauss giunse alla conclusione che il pensiero moderno, in particolare lo storicismo radicale di Nietzsche e di Heidegger, ci avesse lasciato in una difficile posizione per quanto riguarda la politica, la morale e la filosofia. Questo lo spinse a riflettere sulla possibilità di seguire un percorso alternativo che evitasse questi esiti nocivi e ci fornisse una base migliore per la politica e la ricerca filosofica”. Individuando questa concezione come una delle tre proposizioni fondamentali di Strauss (l’America è moderna, la modernità è cattiva, eppure l’America è buona), gli Zuckert concludono che Strauss, il quale fu un autentico prodotto della Germania di Weimar, fu un giudizioso difensore della democrazia liberale, consapevole tanto della sua forza quanto della sua debolezza. Dopo avere esaminato il modo in cui Strauss riconcilia le sue tre proposizioni, gli Zuckert discutono il modo in cui le hanno interpretate le varie scuole straussiane. “Ciò che abbiamo scoperto”, dichiara Catherine Zuckert, “è che ci sono grandi differenze tra gli straussiani, soprattutto tra quelli della West Coast e quelli della East Coast. Ognuno di questi gruppi accetta o rifiuta una delle tre proposizioni”. Cosa più importante, tuttavia, gli Zuckert sostengono anche che Strauss era un amico della democrazia, e non quell’ultraconservatore antidemocratico che viene dipinto dalla stampa di sinistra o nei circoli accademici liberal. Michael Zuckert ci spiega che Strauss è spesso frainteso a questo proposito. “Strauss aveva la seguente concezione: la democrazia è una cosa buona, forse non la forma migliore di ordinamento politico che si possa immaginare, ma senza dubbio la forma migliore che era possibile realizzare nell’età moderna, e anzi in qualsiasi epoca. Strauss credeva fermamente nel costituzionalismo, nello stato di diritto e nella moderazione della politica, e sosteneva che la moderna democrazia liberale incarnava queste virtù meglio di qualsiasi altra forma di ordinamento politico conosciuta nell’età moderna. Sebbene fosse un inflessibile sostenitore della moderna democrazia politica, non accettava però le tesi principali della filosofia moderna, che, a suo giudizio, ‘aspirava aggressivamente a quel genere di radicalismo politico incarnato dai comunisti a sinistra e dai nazisti a destra’”. Amy Rosenthal
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