Home|Editoriali|Rebecchi|Segnalazioni|Mediateca|Anni '70


da Avvenire
del 21 luglio 2009

Per il filosofo John Armstrong «c’è ancora bisogno di un corpus di ideali»

Civiltà appannate

di Luca Gallesi
 

È da pochi giorni nelle librerie del Regno Unito In Search of Civilization. Remaking a Tarnished Idea (In cerca di civiltà. Rilanciare un ideale appannato, Penguin) di John Armstrong, docente di Filosofia all’Università di Melbourne e autore di numerosi saggi dedicati all’estetica e all’arte. La tesi principale di questo pamphlet è che soltanto recuperando il concetto di civiltà la società occidentale potrà uscire dalla crisi globale che l’attanaglia.


Come afferma nel suo libro, la parola "civiltà" può avere molti, differenti significati. Qual è il suo significato nel mondo globalizzato contemporaneo?

«Penso che la sfida sia dare alla parola "civiltà" un significato importante. Non è un problema empirico, ma una ricerca di ideali. La situazione globale è quella di un mondo che sta vivendo un rapido sviluppo economico e tecnologico nonostante la recente crisi dei liberi mercati. In tutto il globo, le persone responsabili delle diverse società stanno affrontando lo stesso problema, e cioè come utilizzare queste nuove risorse nel modo migliore. L’ideale della civiltà è riuscire a integrare la prosperità materiale con quella spirituale»


Perché la civiltà è diventata un ideale appannato?

«"Civiltà" è diventata una parola legata all’espansione coloniale e, nel campo dell’arte, a interessi materiali. Quando rifiutiamo, come è giusto, questi modi di pensare, rifiutiamo contemporaneamente l’idea stessa di civiltà. La filosofia è l’arte di separare e distinguere, che ci permette di vedere al di là delle apparenze, concentrandoci sulle potenzialità positive della parola "civiltà"»


Nel suo libro c’è una velata critica alle società liberali. È il liberalismo il colpevole di questo stato di cose?

«Vedo il liberalismo come un contributo estremamente importante allo sviluppo umano. È essenzialmente l’impulso alla libertà, a essere indipendenti dalla tradizione e a decidere per conto proprio sulle questioni importanti. Quindi io vedo il liberalismo come un correttivo alle società oppressive e irregimentate. Una volta che il liberalismo ha avuto successo, però, non ne abbiamo bisogno di dosi ulteriori, ma necessitiamo di cose differenti. Oggi il liberalismo ha vinto, quindi dobbiamo porci le domande alle quali il liberalismo non può rispondere»


Nel suo libro prende in giro i turisti che non sanno perché vanno a visitare i musei o perché dovrebbero apprezzare un’opera d’arte, ma allo stesso modo - e per le stesse ragioni - si prende gioco degli studiosi e degli accademici come quelli che lavorano a Firenze, al centro studi sul Rinascimento italiano della Harvard University.

«In realtà non li prendo in giro: sono fermamente convinto che sia i turisti che gli studiosi abbiano smarrito qualcosa di molto importante ma non li disprezzo affatto. Cerco invece di capire meglio che cosa stiano realmente cercando. Apprezzare l’arte ha a che vedere con la qualità della relazione tra l’opera e colui che la osserva. Quindi, la domanda veramente cruciale da porsi è: cosa sto cercando, cosa mi può dare l’arte? La mia sensazione è che gli studiosi non abbiano una nobile visione di ciò che vogliono dall’arte; anche se sono molto seriamente impegnati a trovare nelle opere tutto ciò che è possibile, non si impegnano altrettanto a trovare quello che c’è dentro di loro, e quindi la relazione è debole. Ecco allora l’importanza che attribuisco alla domanda: "Perché è giusto conoscere queste cose?". Per il turista il problema è che l’alta considerazione attribuita agli oggetti non è accompagnata dall’autoanalisi. Penso che le religioni abbiano spesso colto questo problema con grande profondità. Ci possono essere centinaia di persone che partecipano a una funzione religiosa, ma ciò che conta veramente è quello che succede nell’animo del singolo individuo. Ecco perché i turisti devono essere più esigenti a livello personale. In ogni caso, il problema è lo stesso: sia lo studioso che il turista hanno bisogno di una maggiore auto­consapevolezza»


Cosa possiamo fare per mettere in pratica queste idee?

«Passo molto tempo in Australia a lavorare sulle strategie educative. Molto spesso, idee interessanti rimangono chiuse nelle università perché non abbiamo accademici abbastanza bravi da mettere in pratica le idee. Ciò che mi interessa è vedere come gli intellettuali possano appassionarsi nuovamente alle difficoltà e all’eccitazione implicite nella realizzazione pratica. Lavorando come filosofo in una scuola di economia, mi sento dire talvolta dai miei colleghi che "ho varcato il lato oscuro", e questo rivela una mancanza di interesse per i bisogni, le necessità e la dignità della vita pratica»


Possiamo essere ottimisti per il futuro che ci aspetta?

«Dobbiamo avere delle speranze realistiche di miglioramento – i buoni risultati sono possibili, ma bisogna avere un’intelligenza paziente per dedicarsi alle grandi imprese. Ma un eccesso di ottimismo uccide lo sforzo, perché si pensa che il risultato sia vicino o facile da raggiungere. Sono ottimista nel senso che generalmente credo che la gente sia in grado di capire e di volere le cose buone (la maggior parte delle persone desidera l’amore, la gentilezza, la saggezza e la bellezza). Quindi, in fondo, nutro molte speranze. Ma a un livello più generale sono piuttosto preoccupato»

 

Home|Editoriali|Rebecchi|Segnalazioni|Mediateca|Anni '70