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da il foglio del 27 ottobre 2006 La prima riforma delle pensioni è toccare il tabù dei diritti acquisiti Roma. Il ministro dello Sviluppo economico
Pierluigi Bersani ha sollecitato il governo
a muoversi subito e anticipare almeno
il lavoro istruttorio per una nuova riforma
delle pensioni, in modo da poter essere
operativi già a gennaio. Un aggiustamento
del sistema è reso necessario dall’evolvere
dello scenario demografico: l’allungamento
della durata media della vita e la riduzione
delle nascite mettono alle strette un marchingegno
giocato su una redistribuzione
generazionale che può reggere solo quando
il rapporto tra popolazione attiva e beneficiari
della previdenza non è sbilanciato a
favore di questi ultimi. Gli interventi del
1992, 1995, 1997 e 2004 hanno aiutato a tamponare
le falle più grosse e a garantire relativa
stabilità dei conti, ma i problemi sono
stati differiti nel tempo. E sono tre, in
particolare: l’adeguamento dell’età contributiva
alle aspettative medie di vita, una
riforma strutturale del sistema, la rimozione
delle ingiuste posizioni di privilegio
(cioè il tabù dei diritti acquisiti).
Nel breve termine, occorre istituire un principio di equità per cui all’allungamento della vita media deve corrispondere un adeguamento dell’età lavorativa. La scelta di aumentare forzosamente l’età pensionabile, però, rischia di essere controproducente. Dice Fabio Pammolli, presidente del think tank Cerm: “La produttività di chi resta a lavorare controvoglia potrebbe diminuire. Inoltre così viene ostacolato il turnover generazionale, e non viene risolto il problema della diversificazione della spesa sociale”. La via d’uscita potrebbe consistere nella riapertura di una finestra che lasci al lavoratore la determinazione dell’età pensionabile con l’introduzione di un meccansimo attuariale che mantenga costante la spesa pubblica giocando sul fatto che chi anticipa il pensionamento percepisce una rendita inferiore. Resta inoltre disatteso l’obbligo, fissato dalla riforma Dini, di aggiornare i coefficienti di calcolo, che avrebbero dovuto essere rivisti nel 2005. Aggiunge Pammolli: “Se l’aggiornamento viene eseguito ogni dieci anni non solo si crea una discontinuità generazionale ma si chiede al governo di investire un capitale politico enorme. Bisognerebbe intensificare la frequenza degli aggiornamenti: annuali o biennali”. Nel medio e lungo termine, invece, il sistema pensionistico richiede una riforma più radicale, che passa per il lancio dei fondi pensione e della previdenza integrativa ma anche di una regolazione che sappia incentivare, da parte di questi ultimi, l’individuazione di portafogli d’investimento non troppo rischiosi ma neppure troppo timidi. Per Giuliano Cazzola, “la scelta di un sistema misto è inevitabile. Fatta salva la libertà di scelta dell’età pensionabile all’interno di una finestra tra 62 e 67 anni, bisogna cercare di stimolare il decollo dei fondi pensione attraverso la regola del silenzio assenso. Lo strumento principe, allora, è il Tfr, che deve diventare l’anima d’acciaio del secondo pilastro”. La transizione non sarà indolore ma è difficilmente eludibile. Secondo l’economista Wilfried Prewo, che si è occupato di riforme delle stato sociale in Europa, “il passaggio a un sistema a capitalizzazione sarà possibile solo se la società sarà disposta ad accollarsi un doppio onere: i lavoratori dovranno continuare a finanziare le pensioni degli anziani e dovranno accantonare ulteriori risparmi al fine di costituire il proprio fondo pensione. Tuttavia, se manterremo il sistema a ripartizione le imposte sul salario subiranno un’impennata, imponendo così un’ulteriore ipoteca sulle generazioni future”. Un terzo problema riguarda coloro che, avendo goduto di un sistema previdenziale particolarmente generoso, si trovano oggi in pensione pur essendo relativamente giovani e che nessuno tocca a causa dell’intangibilità “morale” del diritto acquisito. La questione, in verità, ha pure un altro risvolto: spesso queste persone svolgono un secondo lavoro in nero. Per Pammolli, “l’abolizione del divieto di cumulo tra pensione e reddito da lavoro potrebbe contribuire a farli emergere dal sommerso”. Alla base, però, la faccenda è questa: è moralmente accettabile che – nel momento in cui tutti sono chiamati al sacrificio – si accetti di mantenere evidenti posizioni di privilegio? Oppure sarebbe immaginabile qualche forma di reinserimento, per quanto soft, nel mondo del lavoro? Una norma che obbligasse i baby pensionati a tornare a lavorare sarebbe probabilmente giudicata incostituzionale. Il punto, ragiona Cazzola, è più che altro “chiudere la porta: evitare da un lato che i cinquantenni vadano in pensione, dall’altro che chi gode di questo beneficio sia obbligato, a causa del divieto di cumulo, ad andare al parco col cane”. Come ha scritto Lorenzo Bini Smaghi sul Financial Times la settimana scorsa, “la soluzione a tale discriminazione è di adottare una norma costituzionale che non possa essere facilmente cambiata. Un’alternativa potrebbe essere la creazione di un’istituzione indipendente, come le banche centrali, che garantisca che il sistema pensionistico è pienamente finanziato da coloro che ne traggono beneficio”.
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