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da Avvenire
del 23 luglio 2009

Sono state ripubblicate le opere capitali del pensatore svizzero che temeva una deriva postconciliare della Chiesa verso una dimensione solo terrena

La riscoperta di Romano Amerio, il filosofo cattolico che voleva custodire la "verità"

di Antonio Giuliano
 

È la rivincita di un intellettuale scomodo, ma tra i più acuti pensatori della cultura cattolica del secolo scorso. Dopo anni di oblio torna alla ribalta Romano Amerio, letterato, filosofo e teologo svizzero scomparso nel 1997 a 92 anni. Un uomo di grande erudizione, il rappresentante più colto della critica alla Chiesa del Novecento in nome della Tradizione cattolica, ma finito presto nella lista nera dei reazionari retrogradi. Ora la sua figura sembra perfino riecheggiare nel pontificato e in particolare nell’ultima enciclica di Benedetto XVI che già nel titolo Caritas in veritate riprende concetti cari al pensatore di Lugano. Come per Ratzinger, il tarlo che impegnava la riflessione di Amerio è di stretta attualità: quanto e come la Chiesa può cambiare? È la questione al centro delle sue opere capitali che ora sono state ripubblicate da Lindau: Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX (pp. 735, € 29) e Stat Veritas. Seguito a Iota Unum ( pp. 260, € 19,50) curate dal suo massimo studioso e discepolo Enrico Maria Radaelli.

Stat Veritas

è una collezione di 55 «Chiose» di commento alla Lettera apostolica Terzo Millennio Adveniente. Ma va letta come un corollario importante alla prima opera, che raccoglie decine di glosse ai vari insegnamenti del Magistero ecclesiale dal Concilio Vaticano II agli anni ’80. In realtà già alcuni mesi fa l’editrice Fede & Cultura aveva ridato alle stampe Iota unum (pp. 648, € 40), riportando nella prefazione il commento di un grande estimatore dell’autore elvetico, il mistico don Divo Barsotti che scrisse: «Amerio dice in sostanza che i più gravi mali presenti oggi nel pensiero occidentale, ivi compreso quello cattolico, sono dovuti principalmente a un generale disordine mentale per cui viene messa la caritas avanti alla veritas, senza pensare che questo disordine mette sottosopra anche la giusta concezione che noi dovremmo avere della Santissima Trinità». Don Barsotti individua il nucleo della preoccupazione che agitava Amerio secondo cui la fonte di tante «variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX», sarebbe il rovesciamento del primato del Logos sull’amore, cioè di una carità senza più verità. Per questo il teologo svizzero passò in rassegna tutte quelle «variazioni» che lo angustiavano al punto da chiedersi se la Chiesa non stesse perdendo la sua identità. Come suggerisce il titolo ripreso dalle parole di Gesù nel discorso della Montagna (Mt, 5, 18): la Chiesa è variata fosse pure di uno iota (la più piccola lettera dell’alfabeto greco)? E per questo è variata la verità? La risposta è racchiusa nel monumentale Iota unum, scritto nell’arco di settant’anni dal 1935 al 1985. Quasi settecento pagine di non facile lettura animate da uno spirito critico, ma intrise comunque dalla certezza che portae inferi non praevalebunt, le porte degli inferi non prevarranno, la Chiesa non potrà smarrirsi. Anche se, come è stato osservato da padre Giovanni Cavalcoli nelle note alla pubblicazione di Fede & Cultura, talune critiche di Amerio sul Concilio Vaticano II hanno generato fraintendimenti. «Non sempre – scrive il religioso – Amerio fa capire con chiarezza che le deviazioni post­conciliari non sono dovute alle dottrine del Concilio in se stesse, ma a una loro falsa interpretazione di tipo modernistico». Si ha così la sensazione che nell’interpretazione di Amerio, gli insegnamenti del concilio Vaticano II abbiano non solo mutato l’essenza della Chiesa ma anche che essi non siano in linea con i concili precedenti. E difatti quando nel 1985 uscì Iota unum, Amerio fu accusato di essere anti­conciliare. Gli stessi organi di stampa cattolica preferirono ignorarlo. Oggi invece viene recuperata la sua lezione, soprattutto nella visione profetica del processo di secolarizzazione odierno e dei rischi del relativismo. Contro diverse scuole di pensiero nate nel dopoguerra, come l’«officina bolognese» di Dossetti, che esaltavano il Concilio come «rottura e nuovo inizio», e contro quell’impostazione che ha finito per ridurre la Chie­sa e il messaggio cristiano soltanto a una libe­razione sociale dell’uomo, Amerio difendeva il primato della verità: «Separare l’amore, la carità, dalla verità, non è cattolico». Temeva una perdita d’identità della Chiesa cattolica di fronte alle altre religioni e una sua impotenza anche dinanzi alla secolarizzazione all’interno del mondo cristiano. Rimaneva però convinto che tutti i mutamenti sono possibili, ma la verità, riassunta nella persona di Cristo, è irremovibile. Stat veritas appunto. Per cui «se l’uomo non si attacca alla verità, non vi aderisce, l’uomo non sta più, l’uomo muore».

 

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