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da il foglio del 27 ottobre 2006 Un saggio di Scurati sulla narrativa al tempo della televisione. Un tempo in cui vediamo tutto e niente ci tocca Scrivere romanzi sotto la dittatura dell’inesperienza Scrivere romanzi al tempo della televisione”.
Dice così il sottotitolo di un saggio di
Antonio Scurati appena uscito da Bompiani
(pp. 83,euro 6,20). Il titolo, “La letteratura
dell’inesperienza”, aveva infatti bisogno di
un elementare chiarimento. E’ la televisione,
la mescolanza continua di reale e immaginario,
l’indistinzione tra finzione e manipolazione,
il dominio planetario delle telecomunicazioni
e della cultura di massa ciò
che rende impossibile o irreale l’esperienza.
Oggi perciò, dice Scurati, se si vuole essere
realisti e vedere la situazione in cui tutti
siamo, si possono scrivere romanzi solo
avendo come presupposto, se non come contenuto,
la mancanza di contenuto reale. Si
può raccontare onestamente solo a condizione
di non dimenticare che l’immaginario
mediatico media l’intera realtà. La nostra
cosiddetta esperienza è dunque inesperienza,
o esperienza così strutturalmente modificata
che usare il termine di esperienza è
fuorviante. Davanti a un video, abbiamo a
disposizione le immagini della realtà, cioè
tutta la realtà trasformata in immagini. Il
prezzo di questo sensazionale privilegio tecnologico
è che vediamo tutto e non tocchiamo
niente. Niente ci tocca. L’esperienza (se
esperienza è) viene smaterializzata, sottratta
alle categorie di tempo, spazio e casualità.
La violenza, la guerra, la morte, per la maggioranza
del genere umano, sono presenti
“in absentia”, presenti in un altrove. Non
qui. Ma qui per noi.
Il saggio di Scurati sostiene ed estremizza una tesi non nuova, ma non per questo meno interessante e attuale. Il progresso, come si sa, non si ferma. E neppure il regresso che il progresso si trascina dietro. I processi di de-realizzazione e smaterializzazione hanno cambiato la nostra vita quotidiana, hanno mutato l’infanzia e le esperienze infantili ancora più che quelle adulte. L’esperimento antropologico è in corso. Si tratta di vedere che adulti saranno i bambini di oggi. Ma quando questo avverrà saranno anche spariti la maggior parte dei testimoni che potrebbero valutare l’entità delle mutazioni avvenute. Il problema non è comunque limitato alle telecomunicazioni. Le biotecnologie, la chirurgia estetica, il controllo chimico e chirurgico tendenzialmente totale di psiche e corpo, le scienze che promettono l’abolizione del dolore, se non la vita eterna, la velocizzazione dei trasporti e di ogni rapporto con la corporeità e la materia, mostrano che il progetto tecno-scientifico occidentale non è altro che un progetto (in gran parte già realizzato) di de-realizzazione o di distruzione della realtà. La guerra tecnologicamente sofisticata, più che produrre esperienze, tende a cancellarle e a renderle impossibili. Succede anche nelle forme attuali del terrorismo islamico. Il kamikaze non fa esperienza della sua azione terroristica, perché per fare esperienza di qualcosa è necessario che il soggetto resti in vita, possa riflettere su quello che ha fatto. Il suicidio terroristico, viceversa, annulla l’esperienza del terrore in chi lo compie. Non ci saranno mai kamikaze pentiti, cosa che lascia tranquilli i santoni del terrore. Se il terrorista deve sempre morire in azione, è esclusa di fatto ogni futura autocritica del terrorismo. Senza dubbio, benché in un ambito prevalentemente letterario, il saggio di Scurati tocca il problema dei problemi. Non succede quasi mai, almeno in Italia che uno studioso di comunicazioni di massa, di cinema, tv, fotografia, si dichiari così diffidente e ostile di fronte all’oggetto delle sue ricerche e dei suoi studi accademici. In questo, Scurati è caratterialmente originale. Va controcorrente. Ma è probabile che si tratti di una novità generazionale. Dopo l’onda di ottimismo provocata dal vecchio desiderio provinciale di sentirsi “al passo con i tempi”, ora i più giovani intellettuali trovano che la critica radicale o apocalittica della cultura di massa, da Adorno a Orwell, non aveva tutti i torti. Non si può invertire il corso della storia. Si tratta però, dice Scurati, di non accettare tutti i suoi regali e magari di rifiutarli. Il dato di fatto, l’invasione dell’immaginario divenuto reale su scala planetaria attraverso cinema e televisione ( mi sembra che Scurati sottovaluti gli effetti sulla mente dell’uso di Internet) fa parte di un presente irreversibile che prepara un futuro ineluttabile. Non si dovrebbe trascurare, comunque, che oggi come ieri il futuro non è stato e non è interamente prevedibile. Per essere sicuri di tutti gli effetti bisognerebbe conoscere tutte le cause. Non possiamo mai considerarci interamente consapevoli e informati di tutto il nostro presente, di cui il futuro dovrebbe essere un prolungamento e sviluppo necessario. Nel teorizzare l’avvento dell’inesperienza, Scurati sostiene una tesi allarmante e ricca di implicazioni. La crescita quantitativa delle inesperienze prodotte e consumate per via mediatica sta modificando in profondità sia lo statuto di ciò che chiamiamo immaginazione sia quello di ciò che definiamo realtà. Ma se l’inesperienza è onnipervasiva, la realtà è difficilmente addomesticabile, anzitutto perché si manifesta sempre a sorpresa e non è concettualmente definibile prima che accada. Credo che non ci si debba far ipnotizzare da una “fede teorica” nell’onnipotenza delle comunicazioni di massa. Un black out energetico, un’epidemia planetaria, una catastrofe ecologica, gli incidenti tecnici, un ciclone, un terremoto, le malattie, l’invecchiamento, la morte accidentale, i successi e gli insuccessi imprevisti, le felicità e le infelicità personali, sono esperienze che restano reali per chi le vive. Questo non vuol dire che un’esperienza reale non sia soggetta a processi di offuscamento e cancellazione almeno parziale. La memoria di quanto abbiamo vissuto continuerà ad agire, ma sarà modificata da quanto viviamo e vivremo in seguito. Non è solo l’inesperienza a essere mediata e manipolata culturalmente, anche l’esperienza lo è. Inoltre, della stessa inesperienza facciamo esperienza: vuoto, frustrazione, euforie effimere, senso di irrealtà, fobia da perdita di controllo e da intrusione dell’ignoto. Parlando di inesperienza, mostrando di sapere che cos’è, affermando che non è esperienza, Scurati mostra anche che l’inesperienza non è tutto e che può essere ancora definita, misurata, valutata con il metro del suo contrario. Finché saremo dotati di un corpo fisico mescolato con una psiche che interagisce con processi mentali autocoscienti, l’esperienza (anche l’esperienza dell’inesperienza) non sarà abolita. Potrebbe essere, questo punto, un problema terminologico. E’ abolita l’esperienza o sono cambiati gli oggetti e le situazioni di cui facciamo esperienza? Vige l’inesperienza o è in mutazione il soggetto che esperisce? Il trasporto aereo, le anestesie, la chirurgia e le biotecnologie, la manipolazione chimica degli stati psicofisici e psicomentali sono già oggi e diventeranno in futuro più importanti della manipolazione mediatica. Se la cultura di massa e perfino certe forme attuali di fede religiosa possono essere definite droghe e protesi culturali, resta il fatto che esistono droghe chimiche e protesi vere e proprie, chirurgiche e biotecniche. E la narrativa? Che cosa c’entra con tutto questo? Il suo problema è sempre lo stesso: trovare il modo di rendere raccontabile ciò che sembra non esserlo. Non ci sarà mai un solo modo per farlo. Dopotutto e comunque vada gli esempi ci sono ancora. Dante, Cervantes, Rabelais, Swift, Melville, Flaubert; Kafka non sono esistiti invano. Realtà e irrealtà sono concetti mobili. L’irrealtà è una forma della realtà. Alfonso Berardinelli
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