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da Il Sussidiario
del 28 agosto 2009

Io, fede e politica. Tony Blair si racconta

di Tony Blair
 

È un privilegio rivolgermi a voi, al famosissimo Meeting di Rimini, è anche un onore essere associato a Comunione e Liberazione, essere qui con voi.

Peraltro è sempre un piacere anche solo essere in Italia, perché in questo Paese ho passato moltissimi momenti molto belli e qui, tra l'altro, quasi trent'anni fa ho chiesto a mia moglie di sposarmi. Adesso, tre decenni e quattro figli dopo, mi fa molto piacere rievocare quel momento.

Come sapete, sono anche un nuovo membro della Chiesa Cattolica, sono neofita. E quindi sono in soggezione dovendo parlare davanti a un gruppo illustre di persone così eminenti, mi sento umile e vi ringrazio per questo benvenuto così caloroso. Da quando ho cominciato i preparativi per divenire cattolico sentivo che stavo tornando a casa e in questa casa sento che c'è il mio cuore, ed è a questo luogo che appartengo.

Sono appena ritornato da un viaggio in Cina. Ci vado molto spesso, è un Paese che mi affascina moltissimo. Guardo come cresce, come si sviluppa non solo economicamente, ma anche a livello politico e culturale. Durante la mia visita ho discusso anche di cambiamenti climatici con i leader cinesi. Un argomento, quello del clima, per cui, a differenza di quanto si possa pensare in Occidente, la Cina sta dimostrando un impegno forte, determinato per cominciare a ridurre le emissioni di anidride carbonica.

Ho parlato a una conferenza in una delle provincie più povere, in una città dal nome Guiyang e mi sono reso conto che ci stanno davvero provando, stanno lavorando per far superare ai cinesi la povertà, promuovendo la crescita e rendendola sostenibile, utilizzando fonti energetiche più pulite come l'energia solare. Però, come sempre in questi casi, mi sono portato via più di quanto mi sarei immaginato. Perché con i cinesi ho discusso anche di assistenza sanitaria, di riforma della sanità e di come la Cina cerca di sviluppare il suo Welfare state.

I cinesi si stanno occupando della relazione tra persona, stato e comunità e stanno elaborando alcune soluzioni radicali che ci potrebbero sorprendere.

Stanno studiando quello che abbiamo fatto noi in Europa, quello che abbiamo fatto bene e quello che invece abbiamo sbagliato. Si rendono conto dell'equilibrio tra lo Stato e il bisogno della responsabilità individuale, tra i servizi statali e la concorrenza.

È chiaro che faranno le cose alla cinese, ma i dilemmi e le scelte in politica si sa che sono sempre presenti. C'è un'altra cosa che ho trovato molto interessante in Cina. So che le relazioni tra la Cina e la Chiesa Cattolica rimangono estremamente difficili per motivi conosciuti, spero però che nei tempi queste difficoltà siano superate.

Ascoltando però i discorsi sull'ambiente, sentendo come descrivono la relazione tra l'individuo e il governo, tra la società e lo Stato, mi ha molto colpito vedere come la Cina stia sviluppando una prospettiva sul suo futuro basandosi però sulla sua cultura, sulla sua civiltà millenaria, sulle sue tradizioni di fedi e della filosofia, il confucianesimo, il taoismo e il buddhismo. Parecchie persone che ho incontrato hanno parlato apertamente della loro fede, e molti di questi erano cristiani, ve lo devo dire, facenti parte di un movimento cristiano crescente che c'è in Cina.

Quindi la Cina, un paese sia antico che nuovo, una Repubblica Popolare che celebra quest'anno il suo sessantesimo anniversario, sta esprimendo a proprio modo i limiti del vedere la società semplicemente come una questione giuridica tra l'individuo e lo Stato. Questo ci dovrebbe dare un momento per la riflessione e la speranza.

Come Primo ministro del Regno Unito per ben 10 anni e anche come leader del partito laburista per 13, periodo durante il quale ho riformato la nostra Costituzione, proprio per quanto riguarda la relazione tra l'individuo e lo Stato, ho avuto l'occasione di imparare tante cose, ho cominciato sperando di riuscire a far felici tutti e sempre, alla fine, ho dovuto ricredermi: ho dovuto chiedermi se avessi fatto felice almeno qualcuno e ogni tanto.

Ho imparato nel tempo che lo Stato è migliore quando riesce a dare strumenti, a emancipare, quando si aggiunge agli sforzi dell'individuo per la sua creatività anziché sostituirsi alla sua individualità, quando, anziché tentare di controllare le nostre vite, ci dà più opportunità affinché possiamo controllare le nostre vite.

È chiaro che lo Stato deve organizzare i servizi pubblici che sono particolarmente preziosi per i più poveri, ma non è necessario che li gestisca sempre e questi servizi devono essere responsabili verso le persone e non viceversa.

Io vedo l'andamento delle politiche e delle ideologie del ventesimo secolo in questo modo: all'inizio la rivoluzione industriale aveva profondamente cambiato il mondo del lavoro, però molte persone erano prive di protezione e i frutti del loro lavoro venivano loro tolti. Così in tutti i nostri paesi è cominciato a crearsi il welfare state, sistemi nazionali di previdenza, di istruzione pubblica e assistenza sanitaria. Però man mano che cresceva la ricchezza delle persone e le loro tasse servivano a finanziare questi servizi erogati, sempre di più si è cercata maggiore qualità, maggiore libera scelta, sistemi che venissero più incontro ai loro bisogni.

Così, almeno nel Regno Unito, è cominciata questa spinta alla riforma per ridurre il potere dello Stato, anzi il potere di tutte le istituzioni collettive, compresi i sindacati. Oggi cerchiamo un equilibrio tra l'equità dei servizi statali forniti e la libera scelta individuale che più spesso viene collegata al settore privato.

Io ho portato avanti quest'approccio nel Regno Unito, ho sviluppato la cosiddetta “terza via” tra uno Stato troppo potente e un mercato troppo liberalizzato e questa era la filosofia alla base delle nostre riforme, nel sistema sanitario nazionale, nell'istruzione, nelle pensioni, nel welfare. Abbiamo anche sviluppato il terzo settore, quello del volontariato.

Come sa bene il professor Vittadini - ne approfitto per esprimere grande ringraziamento al lavoro della Fondazione per la Sussidiarietà - non c'è solo spazio, direi che c'è sempre più spazio per le organizzazioni della società civile affinché si facciano avanti per fare cose che né lo Stato né il mercato possono più fare. E molte di queste attività vengono portate avanti dalle persone di fede, molti membri della nostra Chiesa.

Sto pensando al lavoro prezioso fatto da coloro che accudiscono gli ammalati, a coloro che vengono incontro agli afflitti, a coloro che offrono l'amicizia a chi non ce l'ha, per le strade delle nostre città ma anche in zone più lontane: nell'Africa dove senza il lavoro della nostra Chiesa e della nostra fede molti sarebbero senza speranza, senza amore, forse sarebbero anche senza vita.

Mi piacerebbe che si parlasse di queste opere buone quanto si parla di tante cose brutte che succedono al mondo. Questo lavoro ha un significato più profondo, è una cosa che ho imparato gestendo il governo di un grande paese europeo: ho imparato che la persona e lo Stato, pur appoggiati dalla comunità, non bastano. Una società ha sempre bisogno di un posto anche per la fede.

I limiti dell'individualismo in un certo senso sono abbastanza ovvi, basta vedere la crisi finanziaria, per comprendere che perseguire il massimo dei profitti nel breve termine senza pensare al bene comune è stato un errore e non può portare né al profitto né al bene. Comunque, a un livello più profondo, essere contro una filosofia puramente individualistica, è una cosa che va detta, bisogna rifletterci anche perché i giovani di oggi hanno accesso a molta tecnologia, a molte opportunità: esperienze, buone o cattive che siano, a un livello che la mia generazione non si sarebbe mai sognata. Forse la generazione dei miei genitori avrebbe pensato che questa era quantomeno fantastica per non dire fantascientifica. Il pericolo, però, si delinea: l'inseguire l'edonismo diventa un fine in se stesso ed è qui che può entrare in gioco la fede, tale da poterci insegnare un senso del dovere verso gli altri, la responsabilità per il mondo che ci circonda, ci può portare, come ha detto il Santo Padre, nella Caritas in veritate.

Dopo le esperienze di fascismo, comunismo, e se vedete quello che è accaduto in Corea del Nord o la rivoluzione culturale in Cina, è più facile comprendere i pericoli di uno Stato troppo potente. Io però direi anche che lo stesso concetto di comunità ha i suoi limiti. La parola la usiamo in due sensi: da una parte per distinguerla dal governo, la cosiddetta società civile. L'altro senso è invece per descrivere la comunità generale, l'opinione pubblica. Nei regimi democratici comanda la gente; l'opinione pubblica va sempre corteggiata, bisogna avere i suoi favori, anche se non si arriva a farla arrendere, bisogna comunque gestirla ed è proprio qui che la fede amplia, arricchisce l'idea stessa di comunità.

La recente enciclica è un documento significativo da molti punti di vista: vale la pena leggerla e rileggerla. In tutto il testo c'è un filo conduttore. L'enciclica è come un attacco alla nozione di relativismo, alla descrizione della condizione umana nella società come se fosse un negoziato amorale o una serie di compromessi a cui bisogna scendere con la modernità, o una semplice obbedienza all'opinione maggioritaria. Non che essa (l'enciclica) voglia essere antimoderna, né antidemocratica, però amplia questa relazione, la approfondisce tra i singoli e la comunità entro cui essi vivono.

Pone la verità di Dio al centro di essa.

In un particolare punto, l'enciclica descrive l'umanesimo privo di fede come un umanesimo disumano. Senza Dio, dice il testo, l'uomo non saprà da che parte andare, non saprà nemmeno chi è.

Penso che questo sia ancor più importante oggi. Viviamo infatti nella globalizzazione. Le nostre comunità stanno diventando dei crogiuoli in cui si incontrano diverse razze, diversi popoli, diverse fedi tramite internet, le comunicazioni di massa, i viaggi, l'emigrazione.

Il mondo sta diventando sempre più piccolo e il pericolo è quello di perdere la nostra identità. E c'è un altro pericolo: non riusciamo a comprendere che una comunità globale, esattamente come un paese, se non si vuole che venga dominata dai più potenti o portata avanti da interessi a breve termine, ha bisogno di fini e obiettivi condivisi, una forza che viene generata dal perseguimento del bene comune.

Non possiamo tornare ad essere come delle isole separate: la globalizzazione c'è, siamo già interdipendenti. Guardate a qualunque problema: la crisi finanziaria, i cambiamenti climatici, il terrorismo. Nessuno di questi enormi problemi potrà esser risolto da una singola nazione, nemmeno dagli americani. Dobbiamo allearci, non abbiamo alternative. Ma a che fine? A che pro? Ma soprattutto spinti da quali valori?

Qui voglio di nuovo citare il Pontefice: la globalizzazione ci rende tutti vicini ma non ci rende fratelli. Quindi come gestire il problema della scarsità di risorse nel mondo? Chi fa sentire la voce dei poveri? I rifugiati, i migranti? Come faremo a far prosperare l'intesa e la tolleranza anziché la paura e l'ignoranza? È in questo nuovo spazio che il mondo della fede e la Chiesa Cattolica, cioè universale, che è un modello di istituzione globale, è qui che devono entrare in gioco.

I leader politici non ce la possono fare da soli, non perché siano cattive persone, ma perché il contesto e le limitazioni entro cui si trovano a lavorare rende le cose troppo difficili per loro. Mi ricordo quando al G8 di Gleneagles nel 2005 quando avevamo parlato di cambiamenti climatici, i politici si erano preoccupati, avevano paura delle richieste buttate loro addosso, ma questo fardello si è poi rivelato molto più leggero dal fatto che la Chiesa Cristiana aveva mostrato una grande disponibilità ad aiutare nell'amore di Dio e nella sua Grazia. La Chiesa può essere la voce spirituale, forte, insistente che renderà la globalizzazione al nostro servizio anziché renderci schiavi di essa.

E ha anche un altro scopo. Una parte naturale di questa missione è quella di lavorare insieme a quelli di altre fedi nei nostri paesi e al di fuori. Nella mia fondazione, che ha come scopo quello di promuovere il rispetto e l'intesa tra le varie fedi religiose, io dico sempre una cosa: io sono e sarò sempre cristiano e sarò sempre fedele a nostro Signore Gesù Cristo. La globalizzazione potrà anche far incontrare persone di diverse fedi, ma non per questo dobbiamo diventare tutti la stessa cosa e trovare una fede che sia un comune denominatore. Siamo tutti insieme ma manteniamo le nostre caratteristiche precipue, le nostre fedi. Quindi ci rispettiamo, ma non siamo gli uni uguali agli altri, però lavoriamo insieme: la mia fondazione ha programmi per il settore dell'istruzione, programmi che funzionano in almeno 20 paesi di 3 continenti, c'è anche un'istruzione alla religione che si basa su internet affinché le persone possano parlare gli uni con gli altri aldilà di tutti i confini religiosi.

Lo scorso mese ho partecipato a una sessione in internet tra una scuola a Dehli, una a Bolton in Inghilterra e una in Palestina. Abbiamo un programma per stabilire dei collegamenti tra le varie fedi nella lotta contro la malaria che uccide un milione di persone ogni anno, soprattutto bambini e in Africa, purtroppo. Molte comunità in Africa non hanno un ospedale, ma hanno sempre una chiesa o una moschea. Quindi stiamo aiutando per creare delle organizzazioni interreligiose, abbiamo cominciato il lavoro in Nigeria, che è stato portato avanti dall'arcivescovo di Abuja e dal sultano di Sokoto, leader della comunità musulmana, con la collaborazione della banca mondiale. Mobiliteranno le loro comunità, formeranno personale sanitario, farmaci e zanzariere per salvare tante vite di bambini. Altri esempi sono in Mozambico, in Ruanda, in Mali e in altri paesi.

Molto spesso la religione viene vista come fonte di conflitto, di divisione ed è proprio questa manifestazione che consente il laicismo aggressivo in certe parti dell'occidente.

Invece dobbiamo riuscire a mostrare che la fede si impegna per la giustizia, per la solidarietà tra popoli e nazioni e come riesce a farlo insieme ai popoli di altre religioni, proprio in questo modo riusciremo a mostrare il vero volto di Dio, dell'amore di Dio, della sua pietà e della sua compassione.

Questo è il ruolo della fede nei tempi moderni: che faccia quello che la fede da sola riesce a fare, raggiungere quello che invece né una persona, né una comunità, né uno Stato da soli né insieme potranno mai raggiungere. Rappresentare la verità di Dio, ma non quella limitata dalla fragilità umana o dagli interessi di uno Stato o, ancora, dalle abitudini transitorie di una comunità, ma per far sì che quella verità ci infonda l'umiltà, l'amore per il prossimo e la vera conoscenza che riesce veramente ad andare aldilà di ogni comprensione.

Questa è la Fede, non una forma di superstizione, non una sicurezza contro le difficoltà della vita, ma la Fede come salvezza per la condizione umana. Non una fede come una magia, non come una via di fuga dalle complessità della vita bensì la Fede come scopo nella vita. La fede quindi non come un mistero per cui ci disperiamo, bensì la Fede come un mistero che esprime tutte le limitazioni della mente umana.

La Fede e la ragione, insieme, alleate, mai in opposizione. Fede e ragione si danno appoggio a vicenda, si vengono incontro, si rafforzano, mai si contendono la supremazia, mai si mettono in competizione perché sono già supreme insieme. Ecco perché la voce della Chiesa va sempre ascoltata, ecco perché dev'essere una voce che dà fiducia, una voce chiara, una voce aperta, perché aldilà di ogni nazione quella voce della Fede deve sempre essere ascoltata. Questa è la nostra missione per il ventunesimo secolo, per i tempi moderni, per il futuro. La scienza, la tecnologia, tutti i progressi dell'umanità non renderanno questa voce meno importante, anzi la renderanno sempre più importante.

Quindi anche con l'umiltà di un neofita che è entrato nella Chiesa Cattolica da poco, vi voglio dire siate forti, siate audaci: i giorni migliori della nostra fede, con l'aiuto di Dio, sono ancora davanti a noi, hanno a venire, grazie.



It is a privilege to address the famous Rimini Meeting. It is an honour to be associated with “Comunione e Liberazione.” It is a pleasure always to be in Italy. It is here in this country that I have spent many happy times; and where 30 years ago, almost to the day, I proposed to my wife and three decades and four children later, I at least am still pleased to recall the memory.

I am also, as you know, a very new entrant to the Catholic Church. I am therefore humble about addressing such an august gathering of so many eminent people. But I thank you for making me so welcome. Ever since I began preparations to become a Catholic I felt I was coming home; and this is now where my heart is, where I know I belong.

I have just returned from China. I visit China often. It has endless fascination for me as I watch it develop, not just economically, but politically and culturally. A feature of my visit was to discuss climate change with the Chinese leadership, and issue on which, contrary to much Western suspicion, China is showing real determination and commitment to put its economy on a low carbon path. I spoke at a meeting in one of the poorest provinces in a city called Guiyang and witnessed their challenge: to bring their people out of acute poverty by economic growth, at the same time as trying to make such growth sustainable through using clean energy sources like solar power.

But, as ever, what I came away with was more than I expected. I also discussed healthcare reform and how China seeks to develop its own welfare state. They are grappling precisely with the relationship between the person, the state and the community and coming up with some interesting and radical solutions that might surprise us. They are studying what we have done, what we have got right and what we have got wrong. They are acutely aware of the balance between the state and the need for individual responsibility, between universal provision and competition. They will do it, of course, in a Chinese way, but the dilemmas and choices in policy we would recognise instantly.

However, there was something else that excited me. I know relations between China and the Church remain difficult for obvious reasons, though I hope in time these can be resolved. But listening carefully to the speeches on the environment, hearing the way they describe the relationship between the individual and government, society and the state, I was struck at how, increasingly, China is developing a narrative about its future that draw heavily on its culture, on its civilisation now thousands of years old, and on its Faith traditions and philosophy: Confucianism, Taoism, Buddhism. Several people I met talked openly of their Faith and yes, some were Christians, part of a growing Christian movement.

China, a country both ancient and new, the People’s Republic celebrating its 60th anniversary this year, is expressing in its own fashion, the limits and limitations of seeing society simply as a technocratic or legal bargain between individual and state.

This should give us pause for reflection; and hope too. As Prime Minister of the UK for 10 years, but also as Leader of the Labour Party for 13, during which time I reformed its constitution precisely around the relationship between the individual and the state, I learnt many things. I began hoping to please all of the people all of the time; and ended wondering if I was pleasing any of the people any of the time. But that’s another story.

I learnt that the state is best when enabling and empowering; when it is seeking to supplement the individual’s efforts and creativity and not substitute for them; when rather than trying to control our lives, it seeks to widen our opportunities to control our own. We need the state to help organise public services upon which, particularly the poorest people depend.

But we don’t need the state always to run them and we need such services to be accountable to the people, not the other way round. I trace the development of 20th century politics and ideology in this way. In the early 20th century, the Industrial Revolution had transformed the world of work, but many were without protection, the fruits of their labour taken from them. So in all our nations, the welfare state began – systems of national insurance, public education and healthcare.

But, in time, as people grew more prosperous and their taxes funded the services provided, so they began to look for quality, choice, systems more responsive to their individual needs.

Thus began, certainly in the UK, but also elsewhere, the drive for reform, for curbing the power of the state, indeed the power of all collectivist institutions like trade unions.

Today we seek a balance between the equity of state provision; and the individual choice more usually associated with the private sector. I developed this, in the UK, into what I called a Third Way between an over mighty state and an untrammelled market. This was the philosophy behind our reforms in the National Health Service, education, pensions and welfare.

We also strongly developed the community or voluntary sector. As Professor Vittadini knows – and I commend greatly the work of Fondazione per la Sussidiaretà – there is not just room, but a growing space today for organisations of civic society to step forward and do things that neither market nor state can do.

Many such activities derive from people of Faith; many from our Church. I think of the work it does in tending the sick, comforting the distressed, befriending those without friends on our streets, in our cities but also in remote parts of Africa where without our Church, driven by our Faith, many would be without hope, without love, even without life itself. I only wish these good works received as much publicity that any failings receive.

But such work has a more profound significance and this I also learnt in my years running the government of a major country. I learnt over time that person and state, even bolstered by community is insufficient. That a society to be truly harmonious, to be complete, also requires a place for Faith.

The limits to individualism are in one sense, plain. We only need to contemplate the financial crisis to understand that the pursuit of maximum short-term profit, without proper regard to the communal good, is a mistake and leads to neither profit nor good. Yet, at a deeper level, the case against a purely individualistic or materialistic philosophy has to be made. Young people today have access to technology, to opportunity, to experiences good and bad on a scale my generation never knew and my father’s generation would find fantastical, like something out of science fiction.

The danger is clear: that pursuit of pleasure becomes an end in itself. It is here that Faith can step in, can show us a proper sense of duty to others, responsibility for the world around us, can lead us to, as the Holy Father calls it “Caritas in Veritate.”

After the experience of fascism, Soviet Communism or viewing life in North Korea or the Cultural Revolution in China, it is easier for us to grasp the dangers of a too-powerful state.

But I would argue that even the concept of community has its limitations. We use the word in two senses: one to distinguish it from government, to emphasise civic society if you like; the other sense is just to describe the general community of public opinion. In politics, of course, especially in a democracy, “the people” are the boss; public opinion is to be courted and if not surrendered to, as least managed.

It is here that Faith enlarges and enriches the idea of community. The recent Papal Encyclical is a remarkable document in many respects. It repays reading and re-reading. But one strand throughout it, is a strong rejoinder to the notion of relativism, to the description of the human condition in society as just some amoral negotiation or set of compromises with modernity; or even just obedience to the majority opinion. Not that it is anti-technology or anti-modern; or indeed anti-democratic.

But it widens and deepens the relationship between individuals and the community in which they live. It puts God’s Truth at the centre of it. In one passage, it describes humanism devoid of Faith as “inhuman humanism”: “Without God, man neither knows which way to go, nor even understands who he is.”

I think this even more relevant today for this reason. We live in the era of globalisation. Our countries, our communities are increasingly melting pots of different Faiths, races, cultures, ethnic backgrounds. The internet, mass communication, travel, migration: the world is coming together. One danger is we lose our identity.

But there is another: that we fail to understand that a global community, just like a country, if it is not to be dominated merely by the most powerful or driven by the short-term, needs a strong sense of shared purpose, a countervailing force generated by the pursuit of the Common Good.

There is no going back to old insularities. We are indeed today interdependent. Take any challenge – the financial crisis, climate change, terrorism. None of these can be solved by any one nation alone, not even America. We have no alternative but to seek alliances. But to what ends and motivated by which values?

Again, to quote the Pope: “Globalisation makes us neighbours but it does not make us brothers.” How will we deal with the world’s scarce resources? Who will speak up for the poor, the dispossessed, the refugee, the migrant? How will we bring understanding in place of ignorance and tolerance in place of fear?

It is into this space that the world of Faith and of course the Catholic Church, the universal Church – itself the model of a global institution – must step. Political leaders on their own – I tell you very frankly – cannot do this. Not because they are bad people; but because the context and constraints within which they operate make it hard for them to do so. But they can be helped. I remember when we put climate change and global poverty on the G8 agenda in Gleneagles in 2005, there was considerable disquiet amongst the politicians, worried about the demands made on them. But their burden was lightened by the Christian Church giving such solid and clear support.

In seeking this path of Truth, lit by God’s Love and paved by God’s Grace, the Church can be the insistent spiritual voice that makes globalisation our servant not our master. It has another purpose too. A natural part of such a mission, is to work with those of other Faiths, in our countries and beyond. In my foundation – dedicated to respect and understanding between the religious Faiths – I always say clearly: I am and remain a Christian, seeking salvation thru our Lord, Jesus Christ. Globalisation may push people of different Faiths together. But it does not mean we all become of one, lowest common denominator, belief. We are together but retain our distinctive Faith. We respect each other. We are not the same as each other.

However, we work together. So my foundation has a schools programme now operating in around 20 countries in three continents that as part of student’s religious education uses the internet to let them talk to each other across the Faith divide. So last month I joined a session between a school in Delhi, one Bolton in England and one in Palestine.

We also have a programme to link up the Faiths in the fight against malaria, which kills one million people, mainly children each year in Africa. Many communities in Africa do not have a health clinic. But every community has a Church or Mosque. We are helping establish interFaith organisations – starting with that of Nigeria led by the Archbishop of Abuja and the Sultan of Sokoto, the leader of the Muslim community. They will, with help from the World Bank, mobilise their Faith communities, train health workers, provide and bring the medicines and bed nets that can save lives. I could also point to examples in Rwanda, Mozambique and Mali.

Here is the point. Too often religion is seen as a source of conflict and division. It is this manifestation that allows the aggressive secularism in part of the West to gain traction. Show instead how Faith is standing up for justice, for solidarity across peoples and nations, and how it is doing so with those of other Faiths and we show the true face of God’s love, mercy and compassion.

This is surely the role of Faith in modern times. To do what it alone can do. To achieve what neither a person, nor a state, nor a community, on their own or even together, can achieve. To represent God’s Truth, not limited by human frailty, or by the interests of the state or by the transient mores of a community, however well intentioned; but to let that Truth bestow on us humility, love of neighbour, and the true knowledge that indeed passes all understanding.

This is Faith, not as superstition, not as an insurance against life’s pitfalls, but Faith as the salvation of the human condition. Faith not as magic, not as an escape from life’s complexities, but Faith as purpose in life. Faith, not as a mystery we seek to solve; but Faith as a mystery which expresses the limitations of the human mind. Faith and Reason are in alliance, not opposition. They support each other; embrace each other; strengthen each other. They are not in a struggle for supremacy. Together they are supreme.

That is why the voice of the Church should be heard. That is why it should speak confidently, clearly and openly. Because within any nation and beyond it, in the community of nations, the voice of Faith needs to be and must be heard, It is our mission for the 21st century. For modern times. For the future. Science, technology, all the advances of humankind, do not make its voice less important. They make it more so.

So, even with all the diffidence of someone newly into full communion with the Catholic Church, I say: be strong and of good courage. The best days of our Faith, with God’s will, lie ahead of us.



Giorgio Vittadini: Pongo alcune domande che riprendono alcuni temi trattati. La prima riprende quella parte dell’intervento che riguarda la sua eredità politica. Sappiamo, e ce lo ha raccontato ora, che lei ha determinato, non solo per la politica laburista, ma per tutta la Gran Bretagna, una trasformazione storica. Una trasformazione che è andata al di là della Gran Bretagna e ha costituito una rivoluzione delle politiche europee. Quali sono le eredità di questo suo lungo periodo di governo?

Tony Blair: Ci sono due principi di base nelle nostre riforme: il primo principio è che le persone devono far sì che lo Stato e i suoi servizi siano responsabili, debbano rendere conto. Quindi siamo venuti alla conclusione che dovevamo riformare i nostri servizi pubblici, la nostra amministrazione, quindi li abbiamo aperti, liberalizzati, per offrire diversi servizi, diversificare, per cui se una persona non era contenta poteva rivolgersi a un altro fornitore restando nel pubblico. Penso che queste riforme debbano essere portati avanti.

Avevamo anche visto molto chiaramente che quando si provano a gestire problemi difficili come questi, che riguardano il welfare, è molto importante far sì che le persone vedano il welfare state, come un aiuto e non come un ostacolo, che gli viene incontro e non che gli rende la vita difficile. Quindi lo Stato non deve mai sostituirsi al senso di responsabilità personale. Talvolta c’è una sorta di tradimento per cui le cose non vengano percepite in modo giusto. Ma la cosa peggiore che si può fare a qualcuno è renderli eccessivamente dipendenti dallo Stato, laddove non ce ne sia la necessità. Questo era un principio.

L’altro era il seguente (molto simile alla vostra idea di sussidiarietà): volevamo portare il potere più a livello locale, regionale, in periferia. Per cui abbiamo fatto una devolution di poteri (non è mai facile quando c’è un forte potere centrale). Se fossi ancora a Downing Street e dicessi “voglio che accada questo e quest’altro” mi sentirei dire: “Ci scusi Primo Ministro, ma lei ormai ha dato i poteri a qualcun altro, sono loro i responsabili”.

Io penso però che il potere esercitato dal basso verso l’alto sia il miglior tipo di potere possibile: è qui che entra in gioco la società civile.

So che voi portate avanti un programma di aiuto ai detenuti. Quando uno sta al governo, deve fare una riflessione politica e dice “aiutiamo i detenuti”. È chiaro che uno deve pensare ai sondaggi di opinione, alla soddisfazione.

È proprio a questo punto che la Chiesa e la società civile, che non si occupano di queste cose, non hanno la preoccupazione della soddisfazione, si devono occupare solo del bene, si possono mettere in gioco e darsi da fare, e alcune cose di quelle fatte dallo Stato secondo me verrebbero fornite a un livello più alto se lo facessero organizzazioni di volontariato e di terzo settore. E questo non scarica lo Stato dai propri obblighi, semplicemente ve lo dico per comprendere, che lo Stato talvolta può essere uno strumento non molto efficace, invece nel territorio, nella base, le persone possono essere più sensibile, più pronte, e penso che ci sia ancora molto da fare su questa strada, nell’attuare la politica di sussidiarietà.


Torniamo al tema della conversione: lei ha parlato a lungo della connessione tra la sua conversione e il suo impegno. Sarebbe interessante sapere cosa l'ha portata, nel contesto anglicano in cui viveva, a questa decisione così impegnativa per la sua vita. Cosa ha trovato di più convincente nel cattolicesimo?

Francamente è tutta colpa di mia moglie. Io ho cominciato ad andare a messa, ovviamente avevamo piacere di andare in chiesa insieme. A volte andavamo in una chiesa anglicana, a volte in una cattolica (indovinate in quale andavamo di più...). Però man mano che passava il tempo, io andavo in chiesa già da molti anni, sentivo sempre di più che la Chiesa cattolica era casa mia. Non solo per il magistero o per la dottrina della Chiesa, ma per la natura universale della Chiesa cattolica. In questi ultimi due anni sono andato a messa a Pechino, a Singapore, a Kigali, a Tokio. A Tokio sono entrato di soppiatto e mi sono seduto in ultima fila zitto-zitto.

Alla fine della S. Messa una signora che aveva letto le scritture e aveva dato gli avvisi disse: «Abbiamo una tradizione in questa Chiesa, e cioè che tutti i visitatori stranieri si alzino, si presentino e raccontino qualcosa di sé».

Così, per la prima volta dopo un lunghissimo periodo ho potuto alzarmi tranquillamente davanti a questo gruppo di giapponesi e dire: «Mi chiamo Tony e vengo da Londra».


Uno dei temi principali, anche in questi giorni di grande difficoltà, è quello legato alle società multiculturali, in Italia è ancora difficile vivere questa dimensione. Invece in Inghilterra questa è la quotidianità già da molti anni, e lei ha governato anche questo fenomeno. Che cosa ha imparato da questa esperienza, come si fa a costruire un società multiculturale?

Questa è una delle più grandi sfide dei nostri tempi ed è anche il motivo per cui ho creato la mia Faith Foundation. Due cose ci terrei a dire su come gestire questo problema in un Paese come sono i nostri. La prima è questa: anche se possiamo essere di fedi diverse, nelle nostre grandi città viviamo tutti gli uni accanto agli altri. Ad esempio nella strada dove vivo io a Londra ci saranno almeno sei religioni rappresentate. Siamo di religione diversa, è un fatto. Ma nonostante questo ci riconosciamo tutti in un Paese in cui ci sono valori comuni. Valori che sono lì da moltissimo tempo. Ed è importante che questi valori vengano osservati da tutti. Ecco perché a prescindere da qualunque differenza culturale o religiosa ci sono dei principi condivisi stabiliti sullo stato di diritto, sulla legge di un paese, sui diritti delle persone e che fanno parte del nostro retaggio collettivo. E che secondo me tutti, a prescindere dalla fede, devono accettare.

La seconda cosa che vi volevo dire è una cosa difficile da dire, talvolta. Nei nostri Paesi, nonostante il fatto che accogliamo persone di altre religioni, abbiamo delle radici giudaico-cristiane. E dobbiamo essere fieri di questo retaggio. È la nostra eredità più importante. Quindi, questa è un po’ la prospettiva giusta per vedere questa problematica. Se il Professor Vittadini e io andassimo a vivere in un Paese in cui prevalesse un’altra religione lì chiederebbero, anche a noi, di conformarci ai loro usi e consumi. Penso che in questo modo possiamo dare un senso alla globalizzazione, che favorisce così tante opportunità e possiamo anche tenerci il senso della nostra storia della nostra identità che si è andata strutturando nel corso dei millenni. Se vediamo le cose così penso che possiamo solo andare avanti e progredire.


Un’ultima domanda connessa al suo ruolo attuale di rappresentante del Quartetto. Che speranze per la pace in Medio Oriente, che scenari vede possibili e positivi per la pace e la risoluzione dei problemi che sta affrontando?

Sono stato Primo Ministro del Regno Unito per 10 anni, poi ho pensato: mi dedico a qualcosa di più facile. E quindi ho scelto il processo di pace in Medio Oriente. Una buona scelta per stare tranquilli. Invece, vi devo dire che è veramente dura. Però una cosa è chiara: volere è potere, secondo me. Israele deve veder garantita la propria sicurezza, la propria incolumità e i Palestinesi devono avere la dignità di uno stato indipendente arabo. E questo va costruito nelle due direzioni, dal basso verso l’alto e viceversa.

In Irlanda del Nord non c’è mai stato un accordo sulla soluzione definitiva: Regno Unito o Irlanda unita? Ecco perché abbiamo dovuto portare la pace in circostanze in cui in realtà il problema non era risolto. Comunque, la cosa buona, in un certo modo, è che c’è accordo. L’accordo c’è in merito alla soluzione in Medio Oriente: due stati che vivono uno accanto all’altro. Però, il problema è questo.

Uno dei grandi vantaggi nel fare questo tentativo è che passo un sacco di tempo in Terra Santa, ed è una cosa bellissima. Quando si attraversa il fiume Giordano si va in un posto stupendo e da lì si può guardare dall’alto del monte come se si guardasse la Terra Promessa, e si vede tutta la valle del Giordano e in lontananza al crepuscolo si vedono le luci di Gerusalemme. Stiamo parlando di un piccolissimo pezzetto di Terra. Ma affinché ci possano essere due stati in questo piccolissimo pezzetto di Terra ci deve essere solo fiducia reciproca.

E questo comporta che gli israeliani hanno bisogno di sapere che lo Stato palestinese sarà gestito bene e governato bene e i Palestinesi hanno bisogno di sapere che gli israeliani finalmente se ne andranno dal loro territorio e li lasceranno gestire il loro Stato.

È su questo che stiamo lavorando, su questa soluzione. Molti dicono che in realtà la religione non c’entra, ma quando sono a Gerusalemme e guardo fuori dalla mia finestra vedo quanto sia assurdo dire che lì la religione non c’entra niente, non è vero.



(Trascrizione dell'incontro svoltosi il 27 agosto 2009 al Meeting di Rimini non rivista dai relatori)
 

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