Gli uomini eguali
© Edizioni Bietti 2005
 


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da il foglio del 28 0ttobre 2006

Il polpettone del riformismo
Si parla da decenni di grandi riforme, basterebbe iniziare dalle piccole

Il riformismo è come il polpettone. Ben cucinato è un ottimo piatto unico, sennò si rischia di non uscirne vivi. Di riforme di struttura sento parlare da più di trent’anni. Negli anni Settanta, erano spesso accompagnate da esortazioni alla lotta dura e senza paura, un ammiccamento birichino al fatto che riformare in profondità fosse un po’ come la rivoluzione ma senza i suoi inconvenienti. Senonché la parola stessa pesava e sapeva di materia, genere acciaio ed elettricità. Quando non sembrava chiaramente iettatoria, come dire la casa crolla se non si risistema ab imis.
Già allora dunque aveva scarso fascino. In fondo anche il popolo vuole che si risolvano problemi vicini e pensa magari che siano semplici. Se sogna, si augura di non sognare piloni ma cose leggere, la frivolezza aiuta a vivere. E se sente grida d’allarme, di solito si tocca. Quelli che ne parlavano erano molto austeri. Antesignani dell’economia mista, cattolici dirigisti, da Pasquale Saraceni a Romano Prodi appunto, socialisti da gosplan come Riccardo Lombardi. E infine quelli del Pci, il padre di tutte le strutture, che una parte delle cose che nella vita contano le aveva retrocesse a sovrastruttura, per mettere al centro il lavoro. Sinistra cattolica, sinistra socialista, comunisti. Stato, piano, fabbrica, come dire allegria.

Tolti i diritti civili, sono soltanto quattro
Se si tolgono le riforme sui diritti civili imposte dal basso, le riforme scellerate come l’equo canone, i cui effetti non sono ancora riassorbiti, se si tolgono le riforme fatte più che altro per cancellare altre riforme, di riforme per così dire di struttura ne restano quattro: la Brodolini che introdusse lo statuto dei lavoratori, la Craxi che gelò la scala mobile, la Dini sulle pensioni e la Biagi-Maroni sul mercato del lavoro. La prima fu fatta perché i sindacati erano molto forti, la seconda perché i “padroni” erano più forti dei sindacati, la terza perché Silvio Berlusconi era stato appena fatto fuori, la quarta perché il senso di colpa è sempre molto potente. Quattro, in più di trent’anni, tutte sul rapporto capitale-lavoro, sulla ripartizione della ricchezza tra profitto e salario. E’ lo stato regolatore che si mette al cuore del rapporto di produzione a smistare il traffico. Interventi pesanti e quindi cantieri senza fine, un po’ come l’analisi.
Oggi ci si chiede se lo statuto dei lavoratori, formidabile conquista di un tempo, non sia più che altro d’intralcio, c’è chi vorrebbe invece rimettere la scala mobile con tutti i crismi. La riforma delle pensioni va sottoposta a regolari tarature e su quella del mercato del lavoro, più recente, si lavora ancora. Il premier ha detto che la missione del governo è scuotere il paese e parla ancora con enfasi di “riforme di struttura”. Che Piero Fassino declina così: pensioni, pubblica amministrazione, mercato del lavoro, federalismo fiscale e liberalizzazioni sulla scia del decreto Bersani-Visco. Ma non so se questo servirà a scuotere il paese, di certo lo farà incazzare.

Un problema più che altro di Bruxelles
Mi pare a occhio che le pensioni, pur importanti, siano più un problema di Bruxelles che dei giovani che incontro e che tutto hanno in testa fuorché pensioni, pubblico impiego. Pensano a come difendersi, ma anche a come avere successo e fare soldi. Il problema non è soltanto italiano. In Gran Bretagna, Tony Blair ha avuto la strada spianata da Margaret Thatcher, ma in Francia ottimi progetti di riforma del sistema previdenziale o i contratti di primo impiego si sono schiantati al suolo di fronte a folle di manifestanti. In Germania si va avanti da poco, e comunque piano, perché con un governo di unità nazionale non ci sono alternative politiche né opposizioni sociali consistenti. In Italia, già si annunciano manifestazioni del pubblico impiego con Cobas tutta la sinistra arruolabile e pure fette di Cgil. Mobilitazioni di precari, senza dimenticare i lavoratori autonomi. Lo spirito del decreto Bersani, certo che era vivo, anche troppo. Solo che è finito sotto il 3570. Un presidente francese disse una volta che parlare di grandi riforme era una nuova forma di ubriacatura ideologica, che nelle società complesse occorreva invece procedere a piccoli passi e per piccoli tocchi.
Tra l’altro la politica italiana tutta intera ha un handicap in più. Mille parlamentari, quattrocento dirigenti di partito e un centinaio di cattedratici consulenti, sono meno della metà dei tassisti del 3570: eppure non sono riusciti in tanti anni a mettersi d’accordo su come far funzionare bene e in modo trasparente istituzioni, Parlamento, governi, partiti. E nemmeno su come votare. Quando non si fa ordine nel proprio lavoro non si hanno molti titoli di merito per dire come devono lavorare e organizzarsi gli altri. Per convincere non basterà comunicare, ci vorranno fantasia e molte novità che abbiano un forte impatto simbolico e che finora non si sono viste. Ho un debole per l’eroe caduto, che cerca in ginocchio il dollaro nella sputacchiera e trova in sé la forza del riscatto. Soltanto che una volta che è rimontato a cavallo, l’unica cosa che non può fare è sbattere contro un muro.
 
Lanfranco Pace


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