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da Tempi
del 15 settembre 2009 La sindrome del muro fantasma di Henryk M. Broder (traduzione di Vito Punzi) |
Vent’anni fa solo pochi tedeschi erano pronti a festeggiare per la caduta del Muro e per la fine del primo Stato degli operai e dei contadini sorto sul territorio tedesco. La maggior parte si era rassegnata all’esistenza della Ddr. Per quanto riguarda i diritti, la Ddr era una zona tampone tra il mondo libero e il regno del male, un pezzo di territorio nazionale sotto amministrazione straniera che aspettava, chissà quando, in un lontano futuro, di essere riportato a casa. Un po’ come due parallele che s’incontrano all’infinito. Ma era più importante il mantenimento dello status quo. Ecco perché la Ddr fu mantenuta in vita attraverso crediti e sussidi provenienti dalla Repubblica Federale. Per ogni prigioniero politico cui era concesso di fuggire nella Brd, il governo di Bonn pagava a quello della Ddr circa 90 mila marchi occidentali. Quello che sembrava un gesto umanitario era per la Stasi lo stimolo a incarcerare il numero più alto possibile di “dissidenti”, così da poterli poi “vendere” alla Brd. Senza il sostegno materiale dell’Occidente, probabilmente la Ddr sarebbe collassata prima. Per gli uomini di sinistra, al contrario, la Ddr era un pezzo di territorio straniero dove si parlava tedesco, l’altro Stato tedesco, quello migliore, nel quale molto era ancora da compiere e dove tuttavia ciò che era essenziale era stato ottenuto: l’abolizione del dominio del capitalismo a favore della dittatura del proletariato. A loro importava poco che nella Germania Est fossero state abolite molte altre cose ancora (la libertà di pensiero, la libertà di viaggiare, l’idea di responsabilità individuale, le libere elezioni, una giustizia indipendente), tanto non dovevano viverci. Seguivano da distanza di sicurezza un esperimento il cui improvviso smantellamento li riempì di rabbia e tristezza. Günter Grass definì la divisione tedesca come una “punizione per Auschwitz” che 44 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale non era stata ancora scontata; il poeta Stefan Heym, uno dei dissidenti privilegiati della Ddr che il governo contemporaneamente coccolava e controllava, si mostrò disgustato dal comportamento dei suoi concittadini tedesco-orientali che sfruttarono l’apertura della frontiera per andarsene all’ovest a fare shopping. Heym stesso, ancora ai tempi della Ddr, aveva visitato spesso il Kaufhaus des Westens (il supermercato dell’Occidente), dove poteva comprare tutti quegli oggetti utili per le necessità quotidiane che non era possibile trovare nella Ddr. Il suo passaporto statunitense gli permetteva di andare a piacimento dalla sua casa di Grünau, nella zona sud-orientale di Berlino Est, a Berlino Ovest, dove, mentre al Kaufhaus des Westens era considerato un cliente di riguardo, al Cafè Kranzler, che si trovava dirimpetto, passava per essere un letterato anticonformista. Non era mai successo che uno Stato sparisse in maniera così ordinata come la Ddr, ma non è neanche mai stato così difficile per un paese diviso trovare la propria identità dopo la riunificazione. Nonostante i miliardi che ogni anno vengono investiti nella “ricostruzione dell’Est”, i cittadini di quella che fu la Ddr si sentono più discriminati di prima. Già nel 1999, a dieci anni dalla caduta del Muro, un sondaggio rilevò il progressivo allontanarsi della Germania orientale da quella occidentale. «I tedeschi dell’Est si sentono più che mai cittadini di seconda classe e reagiscono come nella Ddr, rintanandosi nel privato». Dopo altri dieci anni, nel 2009, la loro sensazione di essere i diseredati della nazione è ancor più marcata. Il 49 per cento dei tedesco-orientali condividono l’affermazione: «La Ddr aveva più aspetti positivi che negativi. C’erano alcuni problemi, ma ci si poteva vivere bene». Un 8 per cento ritiene che «la Ddr aveva aspetti assolutamente buoni e vi si viveva meglio e più felici rispetto ad oggi, nella Germania riunificata». Sommate, queste percentuali fanno il 57 per cento, dunque la solida maggioranza dei tedesco-orientali non ama più ricordare che l’impulso alla riunificazione venne da Est e non da Ovest, e che furono loro a scendere nelle strade per l’unità tedesca, al grido: «Helmut [Kohl] prendici per mano e mostraci la strada per il paese delle meraviglia economica!». Oggi sembrano prendersela con se stessi e con i tedesco-occidentali per il fatto di essere stati davvero presi per mano e condotti al paese della meraviglia economica. Si comportano come bambini caparbi che vogliono dimostrare di non aver bisogno dei loro genitori, ma solo dopo aver ottenuto PlayStation, stereo, computer e iPod. La risurrezione dei partiti comunisti Nello stesso tempo in tutto il paese si polemizza sulla questione se la Ddr fosse o meno uno “Stato d’ingiustizia”. Bodo Ramelow, il capo dei post-comunisti della Linke in parlamento, ancora nel febbraio 2009 ha sostenuto che non si trattava né di uno “Stato di diritto”, né di uno “Stato d’ingiustizia”. A suo dire, la definizione “Stato d’ingiustizia” ferisce la sensibilità dei tedesco-orientali. «Dire a 16 milioni di ex cittadini della Ddr che hanno vissuto in uno “Stato d’ingiustizia” significa dare una diversa interpretazione al ricordo di quegli uomini». Se un politico sostenesse che il termine “Stato d’ingiustizia” ferisce i sentimenti dei tedeschi che hanno vissuto sotto il Terzo Reich, lo si dichiarerebbe incapace d’intendere e di volere. Nel caso della Linke le cose stanno diversamente, infatti il partito che nella Ddr deteneva il potere è rappresentato oggi in 11 dei 16 parlamenti dei Länder, governa a Berlino in una coalizione insieme al partito socialdemocratico (Spd) e alle ultime elezioni regionali ha ottenuto nel Saarland il 21 per cento dei consensi. È dunque una forza politica con la quale bisogna fare i conti. Il ritorno dei post-comunisti nell’arena politica rappresenta un modello esemplare di come, attraverso abili tatticismi e capacità di creare coalizioni, un partito possa esibirsi in un comeback altrimenti impossibile. Innanzitutto cambiando più volte nome, tanto per annebbiare le proprie origini. Dalla Sed, il partito-Stato, fu creato prima il Pds; da questo, attraverso l’unificazione con un gruppo di sindacalisti frustrati e socialdemocratici presenti nei vecchi Länder occidentali, è nata poi la Linke. Un nome che è un programma, poiché ricorda sia Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, sia Erich Miele e Erich Honecker. In un primo momento la Linke si è trovata isolata poiché nessuno voleva coalizzarsi con essa, poi però si è giunti presto ad alleanze costruite a livello comunale. Fatti politicamente irrilevanti, si diceva: a Limbach-Oberfrohna, a Callenberg, a Viernau, a Waldenburg e in altre piccole città del paese non si ha a che fare con la grande politica, ma con la nettezza urbana, gli asili, le piste ciclabili. Lì i post-comunisti potevano interloquire tranquillamente. In realtà questo si è rivelato un buon metodo per legarli nuovamente al processo politico. Ha funzionato così bene che si è giunti rapidamente a coalizioni formali e informali a livello di Länder, nel Sachsen-Anhalt, nel Mecklenburg-Vorpommern e a Berlino. E con questo i post-comunisti sono stati riabilitati. Per fermare la loro avanzata, l’allora capogruppo dei cristianodemocratici, Friedrich Merz, nel 2001 propose di «ridurre i sussidi federali ai Länder ai cui governi partecipasse il Pds», ma riuscì solo a far sollevare un’ondata d’indignazione. Il segretario della Spd, Hubertus Heil, a metà del 2007 assicurò che nei Länder occidentali non si sarebbe realizzata «alcuna coalizione tra socialdemocratici e Linke». Dopo l’ultimo successo elettorale della Linke non c’è un solo socialdemocratico che possa assicurare in maniera credibile che non ci sarà in alcun luogo un accordo elettorale con la Linke. Anche una coalizione della Spd con la Linke nel governo federale non è più del tutto da escludere, perché si tratterebbe per la Spd dell’unica opzione per tornare al potere senza dover governare a fianco della Cdu. La situazione è tale per cui sempre più tedeschi si chiedono chi sia subentrato a chi in quel 1989, cioè se fu la Brd ad “assorbire” la Ddr o piuttosto il contrario. E questo perché la situazione politica ricorda sempre più quella della Ddr, ovviamente con un livello economico completamente diverso e con una divisione dei poteri ancora ben funzionante. Peraltro, così come nella Camera del Popolo (il parlamento della Ddr) c’era un unico partito, la Sed, nel Bundestag odierno c’è de facto una unione socialdemocratica composta da cinque gruppi, la Spd, la Cdu, la Csu, i Verdi e la Linke. Solo i liberali della Fdp non hanno un programma socialdemocratico, dunque rappresentano l’unica opposizione reale. La nostalgia del mal comune Se si seguono le notizie che passano in prima serata alla televisione pubblica ci si sente riportati ai tempi delle “Telecamere dell’attualità” della tv di Stato della Ddr. I contributi sulla politica interna sembrano preconfezionati nelle centrali di partito, le notizie dall’estero rispecchiano i punti di vista e gli umori del governo di Berlino. Durante l’era di George W. Bush il tono era un cupo antiamericanismo, da quando c’è Barack Obama si è passati a un amore irrazionale per la nuova America che al diktat sostituisce il dialogo. Altrettanto vistoso è lo slittamento dei parametri che riflettono i “valori intimi” di una società: la libertà e l’uguaglianza. Prima della svolta dell’89, il cittadini della Ddr davano la massima importanza al valore dell’uguaglianza, quelli occidentali mettevano al primo posto la libertà. Oggi, sia i cittadini orientali che quelli dell’Ovest ritengono l’uguaglianza sociale più importante della libertà. In fondo a cosa serve la libertà di girare il mondo se non ci si può permettere di pagare il viaggio? Se si parla con ex cittadini della Germania Est li si sentirà sottolineare sempre quanto per loro fosse importante e quanto è importante ancora oggi l’uguaglianza, molto più della libertà. Se una volta il termine uguaglianza significava “io posseggo tanto poco quanto il mio vicino”, oggi si è trasformato in “non voglio possedere meno del mio vicino”. Prima i tedesco-orientali erano tutti poveri allo stesso modo, oggi vogliono essere tutti ricchi nella stessa misura. Coerentemente, la Linke oggi fa propaganda usando lo slogan: “Ricchezza per tutti!”. E il modo in cui questo dovrebbe essere ottenuto lo svela un altro slogan: “Tassare la ricchezza!”. È vero, la Germania è un paese normale molto particolare. L’uguaglianza precede la libertà. La ricchezza è lì a disposizione di tutti. Solo che dev’essere vigorosamente tassata, affinché non esistano più differenze sociali. |
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