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da Il Sussidiario
del 5 ottobre 2009

Da New York al Dia Beacon: un passaggio attraverso il mondo contemporaneo

di Cecilia Torchiana
 

Dia Beacon, non è un nome in codice e nemmeno si riferisce a qualche programma tecnologico e interattivo. Al contrario si tratta di un museo di arte contemporanea che deve il suo nome alla passione del suo fondatore per il greco antico. Dia significava infatti “attraverso”, e evidenzia, in questo caso, l’idea di passaggio e godimento pieno dell’opera d’arte.

Il museo è stato ricollocato nel 2004 appunto a Beacon, piccolo paese a nord di New York, all’interno di un’ex fabbrica di biscotti. L’edificio è stato rinnovato parzialmente dall’architetto Robert Irwin ed è caratterizzato dalla struttura in mattoni e acciaio, dall’ampiezza delle sue sale e da un’incredibile illuminazione naturale garantita solamente dalla luce che filtra diagonalmente dalle finestre aperte sul soffitto, regalando un gioco di prospettive magico.

Dia può vantarsi di possedere una delle maggiori collezioni a livello mondiale di arte contemporanea, focalizzata su installazioni di grandi dimensioni, in particolare di artisti minimalisti; molte delle opere, inoltre, sono state appositamente pensate per il museo e installate dagli artisti stessi, in questa sede, nelle precedenti o in spazi pubblici.

L’idea originaria dei fondatori, il gallerista tedesco, naturalizzato americano Friedrich e la moglie Philippa De Menil, figlia di un noto petroliere e collezionista d’arte statunitense, committente a Houston, tra l’altro, della cappella inter-religiosa decorata appositamente da Rothko, si riflette perfettamente nella scelta degli artisti e delle opere collezionate.

Dia nasce nel 1974 con l’idea di diventare contenitore perfetto per le opere di grandi dimensioni e costi progettate in quel decennio e altrimenti non collocabili, se non addirittura irrealizzabili, negli “spazi tradizionali” dell’arte. Friedrich stesso, inoltre, per spiegare la scelta dei lavori commissionati fa notare come si possa leggere un parallelismo tra l’arte contemporanea e alcune opere medioevali: la Cappella degli Scrovegni di Padova ad esempio viene percepita dal collezionista come lavoro di un singolo artista, in uno spazio unico, complesso e “conservato in eterno come luogo di pellegrinaggio spirituale e meta culturale” (Michael Kimmelmann, The Dia Generation, New York Times, 6 aprile 2003). La stessa dinamica si deve, perciò, provare a garantire alle opere del nostro tempo, permettendo agli artisti di usare spazi ampi e materiali di ogni tipo, a loro piacimento (basti pensare, a questo proposito, che Friedrich ha sponsorizzato l’enorme opera di Land Art realizzata nel New Mexico da Walter De Maria, Lighting Field, costituita da 400 pali metallici collocati in 3 chilometri quadrati di superficie, dei quali viene sfruttato l’effetto parafulmine per moltiplicare la potenza dei lampi creando un fantastico spettacolo di luce, accessibile però solo da pochi visitatori per volta e dopo diverse ore di viaggio).

Il percorso che ha portato ad aprire la sede di Beacon, nel 2003, è stato lungo e tortuoso. Inizialmente gli artisti supportati dai coniugi Friedrich - De Menil hanno creato opere straordinarie che erano esposte e conservate o negli immensi spazi della galleria di Soho oppure in spazi pubblici esterni. In pochi anni, però, l’ingente quantità di investimenti ha condotto alla perdita, in termini economici, di milioni di dollari che hanno costretto la madre di Philippa, Dominique de Menil, vera leader della famiglia in campo artistico, a prendere in mano la situazione per non dover assistere al fallimento dell’intero progetto.

Negli anni ’80 si assiste, dunque, al cambio di direzione ai vertici, Dia smette di collezionare opere, regalando a diverse fondazioni, come la nascente Andy Warhol Foundation di Pittsburgh, numerosi pezzi. Nel 1987 apre i battenti la nuova lungimirante sede nel quartiere di Chelsea, che stava allora lentamente ponendo le basi per diventare leader mondiale nel commercio dell’arte contemporanea. In questo spazio Dia rimane per poco meno di due decenni affermandosi sempre più come punto di riferimento imprescindibile per gli appassionati di arte contemporanea che da tutto il mondo potevano ammirare negli immensi 5 piani di loft del building sulla ventiduesima strada, opere altrimenti troppo grandi per essere godute e percepite altrove. Infine dal 2003, a causa dell’aumento della collezione e dei costi troppo elevati dello spazio a Manhattan, si assiste allo spostamento, che al momento sembra definitivo, nella perfetta location di Beacon.

Qui attualmente si trovano raccolti i più grandi artisti della metà del ‘900 a cui fanno da spalla le generazioni più giovani e ancora viventi: Andy Warhol, Dan Flavin, Sol LeWitt, Joseph Beyus, Bruce Nauman ma anche Bernd e Hilla Becher, Gerard Richter, Louise Bourgeois, Richard Serra per citarne alcuni che, insieme a molti altri, completano il gioco di squadra, supportati da mostre temporanee dedicate ad artisti emergenti o semplicemente meno conosciuti da questa parte del mondo.

Ciò che colpisce maggiormente, visitando le sale del Museo, è esattamente la capacità che questi enormi spazi hanno di esaltare le singole opere d’arte e contemporaneamente l’intero complesso di lavori. Sembra proprio che questa location realizzi uno dei sogni di Donald Judd, famosissimo artista che ha rivoluzionato il concetto di arte negli anni ’70, tra i primi a collaborare con Friedrich e di cui sono esposti a Beacon diversi pezzi. Judd sosteneva, infatti, poco prima di morire, nel 1994, che troppi soldi venissero spesi per creare spazi architettonici adatti a contenere opere d’arte invece che usarli per l’arte stessa, e questo era considerato dall’artista un grave problema, anche qualora gli spazi architettonicamente riuscissero nello scopo. Dia Beacon, al contrario, dimostra, ed è ancora uno dei troppo rari esempi, come sia possibile una convivenza bilanciata tra le due discipline, artistica e architettonica, che permette al pubblico di fruire al massimo dell’opera d’arte, riportando al centro di tutto, la visione. Proprio questa esperienza è ciò che rende unico questo luogo mentre lo si percorre attraversando le installazioni al neon di Flavin, l’eccezionale serie Shadows di Warhol, le mega strutture di Serra, i video di Bruce Naumann, gli specchi di Richter e i disegni a parete di Sol LeWitt. Esperienza, quindi, unica per conoscere davvero quello che certa arte contemporanea prova a comunicare e trasmetterci anche con la forza della sua imponenza strutturale.

 

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