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da Avvenire
del 24 ottobre 2009

Escono anche in Italia i Quaderni del Concilio (Jaca Book, pp 520, € 98) del padre che fu perito al Vaticano II dopo essere stato posto sotto accusa negli anni ’50. La sua opera fu decisiva in molti dibattiti spesso animati

De Lubac e la lotta del Concilio

di Elio Guerriero
 

Quasi 50 anni fa, nel luglio del 1960, leggendo La Croix, Henri de Lubac apprese di essere stato chiamato a partecipare alla Commissione teologica preparatoria del Vaticano II. La sorpresa fu accompagnata dall’immediata decisione di riportare su appositi quaderni commenti e annotazioni circa l’evento conciliare. Pubblicati in questi giorni da Jaca Book, i quaderni di de Lubac rappresentano un commento autorevole a un evento che a ragione viene considerato una svolta decisiva nella storia della Chiesa cattolica. Negli appunti relativi alla frase preparatoria e alla prima sessione che occupano quasi interamente il primo volume prevale nell’autore la preoccupazio­ne di difendere la propria opera e quella del confratello gesuita Teilhard de Chardin dagli attacchi dei teologi romani. Anche se invitato al Concilio, De Lubac sa bene che nella curia prevalgono ancora quei teologi che nel 1950 ne decretarono la messa al bando dall’insegnamento ed è costretto a minacciare le dimissioni per eliminare dagli schemi preparatori alcuni accenni che sembrano voler condannare ancora una volta la sua teologia.

Altrettanto severi sono i giudizi di De Lubac sui documenti preparati dalle congregazioni romane. Gli schemi sulle fonti della rivelazione, sulla Chiesa, sull’ecumenismo, sul dialogo con i non cristiani peccano tutti di un monismo autoassertivo che nulla concede al senso del mistero, all’ascolto della parola di Dio, al vero dialogo. Con l’inizio del Concilio l’atmosfera cambia. Il padre, nel frattempo nominato perito, collabora con la maggioranza mitteleuropea che si forma in aula, tiene incontri e conferenze, contribuisce a migliorare diversi documenti. Alla fine della prima sessione egli è prudentemente ottimista. Apprezza lo spirito di fraternità e collaborazione tra i padri conciliari, vede all’orizzonte le problematiche teologiche che fanno sperare in un vero aggiornamento.

Durante la seconda e terza sessione al centro dei lavori conciliari vi sono le costituzioni sulla Chiesa e sulla rivelazione. Quanto alla definizione di Chiesa, De Lubac insiste sul senso del mistero: tutto nella Chiesa è rimando al mistero. L’origine, la struttura, la presenza nel mondo della comunità cristiana non sono definibili senza il rimando all’invisibile, all’eterno, al segno sacramentale. Sono le tematiche dei capitoli iniziali della Lumen gentium che d’un colpo spazzano via le precedenti definizioni improntate ad immagini desunte dalla politica e dalla sociologia. Anche il concetto di collegio non può essere accettato nella Chiesa senza riferimento al mistero. I vescovi, successori degli apostoli, sono anzitutto personalmente responsabili della parte di Chiesa loro affidata. Più diretto l’apporto dato da De Lubac alla Costituzione sulla Rivelazione che, a suo dire, è uno dei documenti migliori del Concilio, quello che pone la Chiesa di fronte a Dio, evitando così che essa finisca per parlare solo di se stessa. Il merito principale della Costituzione, secondo de Lubac, è che essa riconduce tutto all’unità. Unità del Rivelatore e del Rivelato, Gesù Cristo; unità della Scrittura e della Tradizione; unità del Verbo di Dio nelle due forme attraverso cui si rende presente in mezzo a noi: la Scrittura e l’Eucarestia. A partire dalla terza sessione il padre avverte una preoccupazione crescente: in alcuni padri ed esperti del Concilio si sta diffondendo uno spirito secolare, un desiderio di adeguarsi al mondo che rischia di svalutare il proprium cristiano. Il grande studioso ascolta con dolore certe definizioni della tradizione, frutto unicamente dell’ignoranza. Egli, infine, si trova a disagio con quanti vorrebbero continuamente andare oltre il Concilio stesso, avviare una fase di discussioni senza fine. L’ultima sessione è dominata dal dibattito sulla costituzione Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. È il documento alla cui elaborazione hanno lavorato soprattutto i padri conciliari e gli esperti francesi. De Lubac, tuttavia, non ne gioisce. Egli a stento riesce a temperare quella che lui considera una infatuazione per l’ateismo affrettatamente identificato con la situazione dell’uomo nel mondo. In questo modo la speranza cristiana viene relegata in un angolo, il soprannaturale nuovamente emarginato. Al contrario il gesuita francese si avvicina sempre più a Paolo VI, di cui condivide l’atteggiamento di audace apertura al mondo, ma anche di sincera preoccupazione di tenere unita la Chiesa nella fedeltà a Cristo. Ha fiducia, poi, in alcuni padri ed amici che ha incontrato nell’aula conciliare: in Karol Wojtyla, «un vescovo serio, rigoroso, che fa impressione su tutti»; in Joseph Ratzinger, «un teologo tanto pacifico quanto competente».

A conclusione del Concilio De Lubac non può vantare, come Congar, la partecipazione attiva alla stesura di numerosi documenti. Il suo influsso viene da più lontano, dai volumi Cattolicismo, Meditazione sulla Chiesa, Il mistero del soprannaturale e Agostinismo e teologia moderna ai quali molti padri ed esperti si sono ispirati. Se i primi due volumi sono a fondamento della costituzione sulla Chiesa, gli ultimi due sono la base teologica per la costituzione sulla divina rivelazione. Secondo una definizione di Jean Robert Armogathe, De Lubac è un uomo curioso, un pellegrino dello spirito. Egli approfitta del soggiorno romano per visitare Roma, i suoi monumenti, i suoi dintorni anche con l’aiuto delle Passeggiate Romane di Stendhal di modo che i suoi Quaderni presentano uno spaccato di vita di Roma all’inizio degli anni ’60. I numerosi ed equilibrati apparati, un buon indice analitico favoriscono la lettura di un’opera che rispecchia la ricchezza di un uomo ricco di cultura ed amore alla Chiesa.

 

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