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Otto anni in Area di rigore di Marcello de Angelis
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Il volume è una raccolta ragionata di editoriali e articoli apparsi dal 1996 a oggi su Area, il mensile di teoria e analisi politica di destra più diffuso in Italia. L'opera ripercorre il cammino della destra dalla caduta del primo governo Berlusconi all'attualità del nuovo governo di centrodestra, dando voce agli entusiasmi e ai "mal di pancia" degli intellettuali di destra e della base di Alleanza nazionale. E lo fa con rigore, che è sia il rigore dell'analisi politologica, sia quello dei riferimenticulturali dell'identità di destra. nel tentativo di coniugare l'aderenza alla contemporaneità e la fedeltà alle radici, de Angelis cerca di rifondare un'ideologia per la destra di oggi, trovando una chiave nuova per aprire la realtà afli scenari futuri. Marcello de Angelis, elemento di spicco della destra radicale negli anni Settanta e Ottanta, dal 1996 dirige il mensile Area. Spesso considerato un eretico e un punto di riferimento della destra giovanile, dalle colonne della sua rivista non è mai stato parco di critiche nei confronti della destra politica. Salve, vorrei essere un Moretti di destra... Luglio/agosto 2002 - Dai quotidiani e le riviste il dibattito sulla cultura approda a un grande convegno convocato addirittura dal ministro delle Telecomunicazioni Maurizio Gasparri. Ma l'esito non è entusiasmante, gli interventi sono caotici, a volte rissosi. La triste conclusione è consegnata a un'esternazione del ministro che dichiara ai giornalisti che vorrebbe tanto che ci fosse un Nanni Moretti di destra... Il 16 luglio a Roma si è consumato l'ennesimo autodafé della cultura. Autodafé, parola cara ad alcuni settori di cattolici tradizionalisti, in origine vorrebbe dire "atto di fede", poi è divenuto il termine con il quale si indicava la cerimonia che si concludeva con il rogo degli eretici. Il rogo in questione è stato ovviamente quello della cultura di destra, i carnefici: noi stessi. Il "noi" ovviamente è in senso lato perché, come è buon uso, gli organizzatori, pur invitando tutti i collaboratori di Area, hanno dimenticato di invitarne la redazione. E in fin dei conti hanno fatto bene: trattavasi di un convito di intellettuali e noi intellettuali non siamo, siamo, per quel che mi riguarda, politici, nel senso di persone che fanno politica culturale. E come vedremo, c'è una bella differenza. L'incontro era intitolato "La destra che ascolta", che già è un punto di partenza che ci inquieta. Se ascolta è perché non ha nulla da dire? E ascolta chi, poi? Preferiremmo una destra che afferma, una destra che pontifica persino Certo non ci piace la destra che chiacchiera.Di cultura, essendo cosa viva e creativa - anzi autocreativa - non si dovrebbe dibattere. La si dovrebbe fare, la cultura. O, se proprio non si è capaci, "far fare". Da ciò che ho letto sui resoconti pubblicati dai quotidiani, l'incontro ha avuto i suoi momenti burrascosi. Il nostro caro amico Pasquale Squitieri, con il suo stile futurista, ha invocato da parte del governo di destra un certo "interventismo" che argini il monopolio delle sinistre in modo determinato. Ovazioni dal pubblico ma presa di distanza da parte del ministro Gasparri che, a suo dire, essendo un rappresentante delle istituzioni, non può tollerare appelli a favoritismi o addirittura a epurazionismi. La domanda che circolava nel pubblico, domanda che rimbalza in tutti gli ambienti da circa un anno, era la seguente: "Se quando era al potere la sinistra andavano avanti solo quelli di sinistra, e ora che al governo c'è la destra restano in vetta quelli di sinistra, che l'abbiamo votata a fare?". Bel dilemma. Desiderare, da elettore, che una volta espressa una nuova maggioranza, il servizio pubblico televisivo che è stato per anni veicolo delle opinioni di sinistra, oggi sia veicolo del sentire diffuso della maggioranza, che è di vedute opposte, sarebbe golpismo? Oppure democratica logica dell'alternanza? Mi metto nei panni di chi ha buttato lacrime e sangue in Rai per trent'anni, consapevole del fatto che la sua appartenenza politica gli avrebbe rallentato la carriera. Ha seguito con trepidazione lo spoglio delle schede elettorali e, visto il risultato, si è detto: "Bene, ora le cose cambiano, non verrò più maltrattato, anzi! Finalmente saranno riconosciuti i miei meriti". Invece nulla è cambiato, perché noi non facciamo favoritismi. Giusto. Ma come la mettiamo col fatto che gli altri li hanno fatti per trent'anni... Non ci sarà stata una sperequazione? Non si potrebbe almeno riequilibrare e riparare al danno? Non vi meravigliate se questa gente alle prossime elezioni se ne starà a casa. L'esempio, ahimè!, vale per quasi tutte le strutture pubbliche e non solo. Nella confusione del dibattito, durante il quale mi sembra di capire che di cultura si è parlato ben poco, l'enunciato che più ha solleticato la sensibilità dei cronisti è stato un sospirato "avessimo anche noi il nostro Nanni Moretti!", non capisco bene profferito da chi. Ma che ci vuole? Se è solo questo, il problema, si risolve in pochi anni. Io scrivo una sceneggiatura sulle mie vacanze giovanili con i miei amici - tutti terribilmente di destra - voi mi finanziate il film con i fondi pubblici perché è un'opera di alto valore sociale e culturale. Poi, tramite le Regioni, mi finanziate una rete di associazioni culturali che fanno cinefonim e cinema d'essai e mi aiutate a fare delle belle presentazioni con vip e personalità dello spettacolo compiacenti. Indi, mi date un bel premio, anch'esso finanziato da qualche istituto a suo volta finanziato dalle Regioni. Io, dal canto mio, mi lancio sui vari festival del cinema d'autore che pullulano in Europa. Ah, dimenticavo: datemi un po' di recensioni sulla stampa amica e un bel ritratto personale su un supplemento settimanale di qualche quotidiano. Ecco, sono una personalità dello spettacolo. Per inciso, lo stesso meccanismo vale anche per gli autori di romanzi, per i cantautori e i saggisti di grido. Avete ragione insomma, gli intellettuali pensino a fare gli intellettuali, che a fare politica ci pensano i politici. Ma che almeno lo facciano. C'è veramente qualcuno che crede che nell'Italia odierna un artista si afferma perché ha un immenso talento? Ma li avete visti i cognomi dei nostri attori? E con i critici come la mettiamo? Pensate che Sgarbi sarebbe arrivato a fare il sottosegretario se prima non fosse stato ospite fisso del Maurizio Costanzo Show? Ma McLuhan l'avete mai letto? Concludo con il dibattito, sempre più toccante, sugli autori di riferimento o, piuttosto, su quelli che sono sempre stati naturalmente nostri autori di riferimento e che oggi, de imperio, vengono cassati dalla lista per essere sostituiti da altri, che nessuno ha mai letto e che, quando ci ho provato, ho trovato anche piuttosto pallosi. Facciamola finita con le autopsie e le riesumazioni, pensiamo ai vivi e rendiamo il giusto rispetto ai morti. Invece di cercare un nuovo Moretti (che io francamente ho sempre trovato noioso e che sospetto di avermi rubato alcuni fascicoli dell'enciclopedia degli animali quando facevo il lupetto), diamo carburante a qualche nuovo Drieu, o anche un D'Annunzio in sedicesimo, o almeno un emulo di Balla. Da Moretti abbiamo già imparato l'essenziale: "Ma sì, continuiamo così, facciamoci del male!". |
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