![]() |
L’uomo che non sapeva nuotare di Maurice Bignami
|
È nelle acque senza qualità tipo H2O più un sacco di schifezze che nuota a fatica, e va giù peggio di un ferro da stiro, perché Guido Cosentini, invece, il mare lo conosce meglio delle sue tasche, e sicuro lo attraversa, e generoso lo dispensa a chi ha la fortuna di incontrarlo. Il Mediterraneo, si intende, ché altre acque stregate non le vuole nemmeno incontrare, neanche quelle blu oltremare dipinte da Gaugin o le altre, quelle di San Salvador de Bahia, narrate da Amado. Non per mancanza di curiosità intellettuale o di coraggio fisico. Ne ha da vendere, dell’una e dell’altro. È un atteggiamento tipico, piuttosto, del Calabrese colto e terribilmente snob di Cosenza, avvezzo peraltro a passare lunghi mesi nel freddo e nel gelo della Sila, con gli abeti ricoperti di neve e i laghi ghiacciati da far crepare di invidia Babbo Natale e tutta la masnada lappone. È la sicumera di chi si sente erede di Odisseo, un uomo che usava l’oceano come oggi si fa col web; è la sicura padronanza di sé che hanno sempre ostentato gli amanti della sapienza insediati in quella terra forse ancor più aspra e assolata della patria natia, e capaci di viaggiare senza muovere un tacco. Va da sé, un Mediterraneo immaginario, con la virtù del simbolo, nemico del diavolo che intorbida, capace di legare gli aspetti contrastanti della vita e tutte le genti delle quattro sponde, e forse ancor più vero di quella gran pignatta in cui da secoli il demonio corruttore si arrangia ad affogare profughi e marinai. Un Mediterraneo del cuore e della mente, una versione occidentale, più democratica e meno assoluta delle alte vette himalayane o delle deserte distese dell’abisso sabbioso. È un oceano di incanto e di incontri, un abboccamento con la magia, che Guido Cosentini con le sue opere ci mostra e fa toccare. Prendi, per rimanere al centro del tema, tutto il mare in un metro quadro, o come si chiama quel concentrato di onde, di spuma e di insondabili creature fatto con le pedane in legno dei pallet. C’è un significato recondito nella predilezione di Guido per quell’incastellatura standard, vero supporto universale, modello all’origine di ogni immaginabile viaggio! Ma sono tutte le sue opere a giocare sui significati, sui contrasti, sui valori simbolici. Agguantare una cosa che non ha importanza, o ha un senso solo perché puro sostegno di ogni altra, e tirarne fuori un valore intrinseco, alterandone la forma (vedi pagine gialle), esaltandone un contenuto che solo uno sguardo emozionato può individuare (la macchia di ruggine accidentale che si tramuta nell’occhio di un pesce; meglio, che è già l’occhio di un pesce). Quando si è fortunati, anche in cucina assaporiamo la medesima squisita minestra: i piatti migliori scaturiscono da quel che si ha in frigo, dalla necessità di inventare lì per lì una cena a due, un tête à tête. Abbini una serie di ingredienti e dai improvvisamente origine a un unico piatto perfettamente amalgamato e in grado di soddisfare anche l’intelletto e la fantasia. Il gioco, peraltro, è senza soluzione di continuità: dagli avanzi al piatto creativo. Un elenco telefonico si trasforma in un mezzo cilindro e poi in un quadro nel bel mezzo di una parete. Dall’immondizia all’oggetto artistico, senza la retorica caramellosa della povertà depauperante! Lo scopo è già nell’oggetto, il risultato nella causa. È una scintilla, un atto di amore per la cosa in sé. È un’intuizione, un’emozione originaria. L’arte figurativa è una storia infinita, che ha già consumato ogni possibile rifiuto delle forme, dei significati, ogni eventuale decontestualizzazione. Per quanto Guido sia un omone grande e grosso, come gli piace, ogni tanto, sentirsi un nanetto sulle spalle di un gigante! Oggi – anzi, da mo’, almeno da quando Christo si è messo a impacchettare i monumenti – il fare artistico ha tutt’altro a che vedere con il pitturare, lo scolpire, l’assemblare. È l’accaduto che ha senso, è il gesto; in altri termini, è la fulminea comprensione, la riflessione di tutti i possibili fruitori. Alla fine, quel che fa la differenza è l’emozione, la scoperta, lo stupore. Il fatto artistico è la diffusione di una forma, la circolazione di un oggetto. L’opera è un promemoria, un condensato che ripropone, sulle pareti di casa, l’evento artistico a priori. Anche la gondola in plastica della zia, con le telline appiccicate appresso, ha il potere intrinseco di riportare la pura immacolata gioia provata a Venezia. È un archetipo, un meccanismo di specie: un oggetto simbolico. A ben vedere, il valore artistico classico è l’oggetto in grado di generare una forte emozione in ognuno di noi. Grazie a Guido, l’acquirente acquista non solamente un’opera, ma un sistema, una chiave, una scatola magica. Impara a vedere oltre la banalità della cosa, apprende a intravedere i legami, le interdipendenze, la generale compassione che pervade il creato. In un solo oggetto, l’acquirente fa sua l’opportunità di accesso al mondo intero. E senza nemmeno correre il rischio di scottarsi col sole assassino della Calabria! |
|