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da il foglio del 31 ottobre 2006 Nessuno tocchi Caino L’incredibile assedio al tabaccaio
che si è difeso. Napoli a legge rovesciata Roma. Il tabaccaio non doveva difendersi.
La vetrina in frantumi per un proiettile
intimidatorio, il pregiudicato e l’aiutante
di sedici anni arrivati lì in scooter per
svuotare la cassa, e una pistola puntata sulla
testa del figlio. Il tabaccaio non doveva
difendersi e invece aveva anche lui una pistola
da ex poliziotto, l’ha usata, ha sparato
e ucciso chi voleva rubare tutto, chi poteva
ammazzare lui e il figlio. Ne ha ucciso
uno, poi ha inseguito e ferito l’altro, il più
giovane che scappava con in tasca i soldi
della rapina precedente, pochi euro di una taralleria. Il
tabaccaio è indagato, naturalmente, per omicidio volontario.
E forse gli conviene rinchiudersi in carcere,
perché i parenti e gli amici del morto lo vogliono far fuori.
Hanno cercato di assaltare il negozio, assediano la casa.
Non doveva difendersi, perché il venerdì sera è dei criminali,
e i negozi di Crispano anche. È la realtà
rovesciata in cui la difesa è un atto eccezionale,
inaspettato e offensivo, da vendicare
col sangue: le donne di Scampia si riuniscono
in un feroce esercito femminile contro
i poliziotti, il turista rapinato in un vicolo
del centro, che da solo riesce ad acciuffare
il ladro e riprendersi la roba, viene
randellato dall’insurrezione dei napoletani
presenti, perché all’ordine malavitoso
non ci si ribella. È il posto dove gli spacciatori
mettono le grate ai portoni dei palazzacci
di Scampia, per non far passare i
poliziotti, i piani alti sono disabitati perché
non hanno vie di fuga e i criminali organizzano
i posti di blocco con le perquisizioni.
È anche il posto dove una donna eredita il
traffico di droga del marito camorrista e
dei figli già ammazzati, e viene ammazzata
a sua volta in un negozio di scarpe, davanti
a un’altra figlia. La normalità, allora, è
un coltello in tasca, per gli ex fidanzati della
propria donna, per chi ti guarda male,
per chi ha qualcosa da dire, per chi potrebbe
osare difendersi. Sergio De Gregorio,
presidente della commissione Difesa del
Senato, vuole mandare a Napoli l’esercito,
militari che impongano l’ordine, che presidino,
scuotano e ribaltino lo stato delle cose.
Antonio Bassolino, presidente della
Campania, dice che è roba da stupidi. “Solo
uno stupido può pensare che delitti come
quello di Pozzuoli si possano evitare
con l’esercito”. Bassolino ha in mente invece
il patto per la sicurezza, da stringere
con Rosa Russo Iervolino e il ministro Giuliano
Amato il prossimo 9 novembre: più
uomini e mezzi, videosorveglianza delle
strade, illuminazione a giorno delle periferie.
Anche “più cultura”. Il ministro della
Giustizia, Clemente Mastella, non è invece
per niente scandalizzato dall’idea dell’esercito.
“Fronteggiare l’insicurezza, la paura”,
deve essere la priorità, e Napoli fa
paura, un tabaccaio rapinato e assediato
dalla società civile ormai mescolata mostruosamente
a quella criminale fa una
paura pazzesca.
I nuovi barbari Silvio Perrella, scrittore e critico letterario palermitano trapiantato a Napoli (ha appena pubblicato per Neri Pozza “Giù Napoli”) spiega che sono questi “i nuovi barbari: è il fenomeno tribale e in espansione in cui la comunità criminale si sente offesa dalla ribellione, si sente smarcata, perché è inconcepibile che dall’altra parte ci sia una risposta, visto che una risposta finora non c’è mai stata. Il tabaccaio è una risposta, e altre ne verranno, ma da Napoli stessa, non dall’esercito che non servirebbe a nulla: saranno risposte con spargimento di sangue, finché non si riuscirà a tradurre il sangue in movimento civile”. Perché i nuovi barbari non permettono che ci si ribelli al metodo criminale. Lo scrittore napoletano Raffaele La Capria dice al Foglio che succede spesso: la difesa del reato, il gruppo selvaggio che si scaglia contro l’ordine perché si sente esso stesso ordine, a Napoli è normale. “Prima la camorra era confinabile in una zona precisa, anche mentale, ora è dilagante, e quel che sconvolge è la reazione, l’adattamento della gente: i criminali sono più familiari, qualcosa di più apparentato e gestibile, qualcosa che non opprime perché non viene da fuori ma nasce dentro e quindi si conosce. La legge invece è ostile, l’ordine pubblico inaccettabile”. La Capria dice che “la situazione è spaventosa, il tabaccaio che non ha il diritto di difendersi, che deve temere il linciaggio è un romanzo, è roba terribile e non da barzelletta. Però c’è una storiella che un po’ spiega il mondo rovesciato, la percezione allucinata della realtà: quella dei rapinatori che salgono sull’autobus per rapinare i viaggiatori e il conducente, e ci sono due vecchiette sedute in fondo. Una dice all’altra: mi so’ presa una paura, mi credevo che era o’ controllore”. In un posto così, dice La Capria, “l’esercito non serve a nulla, è come curare un tumore con l’aspirina: per combattere il potere criminale bisogna conoscerlo, e conoscere Napoli significa comprendere che, per ragioni storiche, e non antropologiche come ha sostenuto Giorgio Bocca, questa città è un piccolo, circoscritto, problema insolubile dell’umanità”. Nove omicidi in otto giorni, e una realtà capovolta e spiazzante che Romano Prodi estende a “tutto il Mezzogiorno: è un problema generale, il discorso è complessivo”. Più cultura, allora, non l’esercito, oppure più educazione dei giovani come chiede il neoarcivescovo, il cardinale Crescenzio Sepe. E mentre si scrive un altro morto ammazzato a Porta San Gennaro (Vincenzo Prestigiacomo, parente del boss Giuseppe Misso detto Peppe o’ nasone), e una donna ferita perché beveva un caffè lì vicino. “Quale cultura – dice al Foglio lo scrittore e giornalista Ruggero Guarini – quella di Bassolino? Distribuiamo gratis nei quartieri spagnoli i libri di Benedetto Croce? Non si è mai visto un regime totalitario rovesciato dalla cultura”. Il regime totalitario è quello criminale, talmente penetrato tra i cittadini, mescolati nelle strade gli uni accanto agli altri, che la distinzione è impossibile, e una rapina armata è semplicemente il normale svolgersi di un venerdì sera alle porte della città, un regolamento di conti fra camorristi è agenda quotidiana e la difesa è invece un atto solitario e spiazzante, assolutamente privo di solidarietà (se non individuale, nascosta, silenziosa e impaurita). “La morale non scritta ha deciso che è il bottegaio la feccia dell’umanità – dice Guarini – perché si tollerano la violenza e la rabbia degli insorti e si bolla come malvagia la reazione dell’ordine pubblico, oppure si lincia il povero che cerca di difendere da solo la propria vita e la propria roba”. E allora l’unico strumento culturale che resta “è l’esercito”. “Perché la vera iniquità è la tolleranza, da parte del ceto politico e giudiziario, della piccola criminalità: è la piccola criminalità che sfregia continuamente i poveri, che rende la vita impossibile, che corrompe la dignità di chi apre un negozietto, compra una casa in periferia, prova a dirsi da solo: ce l’ho fatta, posso stare tranquillo. E bisogna togliersi dalla testa l’idea della redenzione: i criminali vanno in carcere, se non ci sono vanno costruite. Perdonare è il massimo dell’ingiustizia, non certo della bontà”. E difendersi è il massimo della tracotanza, e dell’azzardo.
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