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dal Corriere della Sera del 6 novembre 2006

«Uccidere il tiranno che è stato deposto?
Solo una vendetta»


Javier Cercas: era il Male, ma la violenza genera violenza

di Alessandra Coppola



L'ideologo della Falange sfugge alla fucilazione, corre tra i boschi, si nasconde in un fossato. Il miliziano repubblicano lo insegue, lo trova, lo guarda negli occhi e lo lascia in vita. Sul valore profondo di risparmiare il nemico, proprio nel momento in cui è debole e vinto, Javier Cercas ha scritto un romanzo, bellissimo: Soldati di Salamina (in Italia pubblicato da Guanda). «Un libro intero per spiegarlo e ancora non ho risposte certe».

Al telefono da Londra (dove si trova per presentare l'edizione inglese del suo ultimo romanzo, La velocità della luce) lo scrittore spagnolo accetta di riflettere sulla sorte dell'ex presidente iracheno Saddam Hussein, condannato all'impiccagione. Gli sorgono, innanzitutto, molte domande. «Perché ucciderlo? Che cosa si guadagna dalla sua morte? Rappresenta davvero un pericolo chiuso in prigione? Non si rischia piuttosto di trasformarlo in eroe? Me lo chiedo, e non sono certo delle risposte». Molti punti interrogativi, alcuni punti fermi: «Impiccarlo non è un atto di giustizia, ma di vendetta. Moralmente atroce, politicamente inutile. Per quanto Saddam Hussein sia stato un assassino assoluto».


Salvargli la vita, oltre ad avere un significato morale, avrebbe potuto aiutare la riconciliazione nazionale?

«Sì, credo che in questo senso avrebbe potuto aiutare la popolazione irachena, ora così divisa. Avrebbe dimostrato che l'attuale governo, messo su con il sostegno degli americani, non cerca la vendetta. Certo, la questione è complessa. In Soldati di Salamina si risparmiava la vita di un uomo colpevole in senso generale, un ideologo. Saddam è un genocida, la sua responsabilità nella morte di tanta gente è stata dimostrata...».


Un'incarnazione del male radicale?

«In un articolo scritto durante la Prima guerra del Golfo (1991, ndr), Hans Magnus Enzenberger spiegava che non è esagerato paragonare Saddam a Hitler. La stessa ubris in guerra, la tracotanza, la superbia di poter sfidare gli dei. Sembra andare abbastanza vicino al male assoluto. Ma a questo male si era già reagito: il presidente iracheno era stato destituito e messo in carcere. Forse la sua morte avrebbe potuto essere giustificabile nel momento in cui era ancora al potere. Non così, a sangue freddo».


Un tirannicidio a tiranno deposto...

«Molti nel corso dei secoli hanno dissertato sulla possibilità del tirannicidio. Penso a San Tommaso d'Aquino, per esempio. Ma ha senso discutere della morte del tiranno appunto quando il tiranno sta al potere, non quando ormai è caduto. Non è più tirannicidio se si uccide qualcuno che non è più tiranno».


E se alla sbarra ci fosse stato Hitler?

«Facciamo l'ipotesi che Adolf Hitler non si fosse suicidato, che fosse stato arrestato. È un caso estremo, ma si può fare un paragone. Che cosa avrebbero fatto gli Alleati? L'avrebbero tenuto in prigione o l'avrebbero giustiziato? Si può ragionevolmente ritenere che Hitler in carcere sarebbe stato considerato una bomba a orologeria. Forse in quel caso estremo avrebbe avuto senso giustiziarlo, non ci sarebbe stata alternativa. Ma Saddam in cella non rappresenta lo stesso pericolo. Avrebbe potuto incitare alla lotta? Io non credo».


Il protagonista de La velocità della luce non riesce a lavare la macchia di un massacro compiuto in Vietnam. La violenza lascia un segno indelebile? E genera altra violenza?

«Può forse aiutarci ancora un confronto, con il dittatore romeno Ceausescu. La gente che lo ha ammazzato ha così giustificato l'omicidio: è stato necessario, altrimenti i suoi seguaci avrebbero fatto fallire la rivoluzione. Ma era falso e lo vediamo oggi nel difficile percorso della Romania in Europa. L'uscita complessa del Paese dal regime comunista ha a che vedere, io credo, anche con una democrazia sorta da una morte brutale. Servì a qualcosa quel delitto? Solo a chi stava intorno a Ceausescu perché restasse al potere. E perché non ci fosse vera rigenerazione della classe politica. La violenza porta altra violenza, altra ingiustizia. Uccidere un uomo, per sanguinario che sia stato, è terribile. E anche questa impiccagione a Bagdad avrà delle conseguenze»

 

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