![]() |
da il foglio del 7 novembre 2006 Non lo impiccheranno, purtroppo L’appello, gli appelli. Peccato, appeso a una forca avrebbe portato pace |
Non lo impiccheranno, purtroppo. C’è l’appello, il diritto bambino e capriccioso di un paese che si cerca e non si trova, tra liberazione e intimidazione. Ci sono gli appelli occidentali, che fioriranno insieme con la rivolta delle coscienze. C’è Beccaria, che non c’entra niente, e c’è la perplessità borghese e civile di Clare Short, che ha già piegato il povero Blair. Ci sono i revisionismi buoni (a quelli cattivi ci pensano i centri sociali di Reggio Emilia): Dresda, Norimberga, Hiroshima, mioddio che cosa abbiamo fatto per essere quel che siamo diventati. D’altra parte, è normale che in fatto di vita e di morte ciascuno la pensi come gli suggerisce la sua interiorità, nella massima libertà per tutti. Solo che, se lo si può suggerire nello spazio di un editoriale che è fatto apposta per essere contraddetto, qui non è questione di vita o di morte ma di guerra e di pace. Della guerra, una delle varianti della storia umana di cui siamo figli e nipoti, abbiamo disimparato tutto o quasi tutto. Dovremmo tenere a mente la sua esemplarità ovvero la sua efficacia. Il sistema nemico deve essere annientato, e i suoi simboli criminali devono essere spezzati, quando si persegue la vittoria, unico figlio legittimo della guerra. La guerra può essere moralmente autorizzata soltanto se sia un tragico sforzo di costruire la pace, appunto con la vittoria, di far seguire la pace ai combattimenti, più duratura e lunga la pace più giustificata la guerra. Il nemico va amato evangelicamente, ma risparmiarlo per salvarsi l’anima è un’altra cosa. Il corpo del vinto che pende dalla forca è, sarebbe, e purtroppo non sarà il certificato di sconfitta destinato ai regimi di morte che dal medio oriente cercano di incendiare il mondo e vanno spenti nelle loro fiamme. |
|