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da il foglio del 10 novembre 2006 È morto Winston Churchill La botta a Bush e l’errore su Rumsfeld hanno origini molto profonde di Giuliano Ferrara |
Pubblichiamo a pagina tre un perfetto editoriale del Wall Street Journal (edizione americana) sulle elezioni americane, la cacciata con onore di Rumsfeld e la guerra in Iraq. Lo condividiamo e ne avevamo anticipato i giudizi ieri su queste colonne. Ma lo pubblichiamo anche perché la faccenda non finisce lì, in quelle parole e tesi precise e a nostro giudizio inconfutabili dalle persone informate sui fatti. Purtroppo il retroterra debole, franoso, della guerra in Iraq e in Afghanistan non dipende da errori strategici o tattici di Rumsfeld o di Powell o di Bremer o di Bush o di Condi Rice o di Blair: dipende anche e soprattutto da altro, roba forte e profondamente radicata nel nostro modo di essere occidentali e moderni, a sessant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Dipende dal fatto che Churchill è morto e sepolto, e anche noi non ci sentiamo tanto bene. Questo è il problema. Mi spiego. L’ultima grande guerra dell’altro secolo si chiuse con la devastazione e la spoliazione di un nemico riconosciuto per tale e denunciato per tale. Fino all’atomica, fino alla divisione per quasi mezzo secolo della Germania (dico: la Germania), fino alla riscrittura coatta della storia e dell’identità costituzionale di una grande nazione come il Giappone, mediante una dittatura commissaria di un generale americano, Douglas MacArthur, durata anni. Queste cose che elenco, e che sono la base della lunga pace e prosperità del mondo da allora, oggi vengono apertamente o obliquamente rinnegate. Riscrittura coatta di un’identità costituzionale? Atomica? Dresda? Divisione territoriale di Berlino? Ma siamo matti. Sono cose ormai ideologicamente scorrette, incompatibili con la buona coscienza dell’occidente. E infatti… Infatti da allora la guerra fu solo fredda, e basata sul containment del comunismo, anche molto morbido (la Cina andò a Mao, con le conseguenze che sappiamo e che sapremo in futuro). In Corea fu armistizio. In Vietnam fuga ingloriosa. Nelle guerre regionali, tipo Afghanistan contro Breznev, l’occidente si limitò a finanziare i bin Laden, patrioti dell’islam, e ad appoggiare il Pakistan. Geopolitica al posto della guerra. Tempi freddi e tempi di coesistenza pacifica, così si diceva, tra regimi sociali diversi. Tra democrazie e dittature. La guerra è per noi un ricordo lontano, e per il grosso dell’opinione consolidata dal partito globale dei media, un incubo. I costi della geopolitica al posto della guerra, i costi della nostra buona coscienza, li ha pagati la Mitteleuropa (da Berlino ’53 a Budapest ’56 a Praga ’68), che nel frattempo è scomparsa ed è risorta solo con la minaccia strategica delle politiche aggressive di Reagan e della furia spirituale di Giovanni Paolo II. Con l’11 settembre la classe al potere in America ha capito che, rotto l’equilibrio della deterrenza fondato sul terrore nucleare, il mondo sfuggiva di mano, e con l’islamismo politico risorgeva la questione della guerra, in più di una guerra parzialmente asimmetrica. La guerra unfamiliar, difficile da spiegare e da capire, la prima guerra del XXI secolo di cui ha parlato Rumsfeld, la “faccia superba della lotta al terrore”, nel suo statement di addio. Non è questione di errori di questo o di quello. Quella guerra non siamo capaci più di farla, ce ne sfuggono i fondamentali, tra eccessi di realismo ed eccessi di idealismo. L’Iraq andava occupato e vinto, altro che libertà di stampa e di saccheggio. Si può sempre rinunciare. Poi vediamo che succede. Vediamo se il risultato sarà la pace. |
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